L'evaso

Scritto da , il 2020-03-23, genere gay

L’ evaso

Qualche anno fa decisi di fare del volontariato; un amico mi parlò della possibilità di avere una corrispondenza epistolare con dei detenuti. Per loro era una possibilità di avere rapporti con qualcuno “fuori dal giro”, e l’attesa di ogni nuova lettera avrebbe dato un senso alle loro giornate. Non ci vidi nulla di male, e dato che mi piaceva scrivere, e come attività di volontariato mi sembrava molto poco faticosa, iniziai a scrivere a un detenuto trovato tramite un sito che si occupava di queste attività.
Il detenuto con cui iniziai la corrispondenza era un nigeriano di 42 anni di nome Abdul. Scriveva in italiano non benissimo, ma capivo che si sforzava.
Dalle prime lettere capii che era poco istruito. Era detenuto per reati di droga. Doveva scontare ancora un paio d’anni.
Mi scrisse all’inizio della sua vita in Nigeria, di sua moglie, dei suoi figli. Del suo viaggio in Italia.
Ci mandavamo una lettera ogni dieci giorni circa. Io gli scrivevo più che altro delle notizie che accadevano in Italia e in Nigeria, essendo la mia vita (in quel periodo lavoravo in una cartoleria), molto poco interessante.
Un giorno in una lettera mi scrisse che sentiva molto il bisogno di una donna, ma che in carcere l’unico modo di fare sesso era con altri detenuti, e lui questo non voleva farlo.
Nella lettera successiva mi chiese se ero fidanzato. Nella mia lettera di risposta gli scrissi di no.
Successivamente mi scrisse che secondo lui ero una persona molto dolce e piacevole con cui stare insieme.
Non seppi come rispondere a questi complimenti. Poi divenne sempre più sfacciato. Di punto in bianco mi scrisse che voleva abbracciarmi. Poi che voleva baciarmi.
A quel punto decisi di interrompere la corrispondenza.
Lui invece continuò.
Mi mandava quasi una lettera ogni due giorni.
Sembrava diventato uno stalker.
Mi scrisse che voleva passare la notte con me. Che ogni giorno, ogni notte, era eccitato all’ idea di uscire dal carcere e di venire a trovarmi. Mi scriveva che di notte si masturbava pensando di fare l’amore con me.
Io leggevo quelle lettere con sempre maggiore preoccupazione.
Non avevo mai avuto esperienze omosessuali, né pensato di farle.
Un giorno in una lettera mi scrisse che non resisteva ad aspettare due anni prima di vedermi e passare la notte con me, come se io fossi d’accordo.
Poi scrisse che era molto arrabbiato dal fatto che non gli scrivevo più, ma questa cosa, invece di smorzarlo, lo eccitava ancora di più.
Pensai, di male in peggio.
Sa anche dove abito.
Ma cosa vado a pensare, dai, mi dicevo.
Un giorno, la lettera diceva che stava per evadere.
Pensai, questo non sa quello che scrive, come se fosse una passeggiata evadere.
E invece per lui fu proprio una passeggiata.
Quella sera ero tornato a casa dal lavoro in cartoleria e come al solito stavo mangiando ascoltando le notizie alla radio.
Abitavo in una villetta monofamiliare in una stradina di periferia.
Una notizia mi fece smettere di masticare.
Un detenuto non era rientrato da un permesso premio.
Quel detenuto era Abdul.
Cazzo, pensai.
Vuoi vedere che questo viene a trovarmi davvero?
Mi alzai per chiudere la porta d’ingresso con due mandate.
Poi abbassai tutte le serrande.
Ora mi sentivo un po' più al sicuro.
Un’ ora dopo ero pronto per coricarmi.
Andai in bagno per fare pipì prima di addormentarmi.
Ero in mutande. Entrai nel bagno senza accendere la luce.
Mi misi di fronte alla tazza, la luce che entrava dal corridoio illuminava a sufficienza per permettermi di fare centro.
All’ improvviso due forti mani mi ghermirono.
Una mi chiuse la bocca e l’ altra mi afferrò un polso.
Era Abdul.
Era già entrato in casa quando io ero tornato, non so come, ma un detenuto probabilmente sa meglio di un incensurato come fare irruzione.
Ero spaventato. Lui disse solo: sssshhh.
-Non urlare. Non ti faccio del male. Sono solo venuto a trovarti.
Poi la sua mano mi liberò il polso e sentii che prendeva qualcosa dalle sue tasche, che poi mi infilò in bocca.
Era un paio di mutande, le mutande di Abdul.
Sentii forte in bocca il sapore del sudore del suo membro, delle sue palle, di urina.
Poi sentii che mi legava i polsi dietro la schiena, credo con un cordino.
Finito che ebbe, mi disse: - Ora passeremo una notte d’amore.
Passò a sfilarmi le mutande.
Notai, nella penombra del bagno, con grande sorpresa, la mia erezione.
Era un effetto collaterale della paura?
Il pene eretto fece resistenza allo sfilamento delle mutande.
Abdul se ne accorse e disse: -Bravo, vuoi anche tu, eh?
Mi liberò delle mutande, poi una sua mano si richiuse sulle mie palle.
La sua mano era calda.
Sentivo il suo fiato sul mio collo.
-Apri le gambe, amore- mi disse.
Non potevo fare altro che eseguire quello che mi diceva.
Aprii poco le gambe, così poteva accarezzarmi meglio le palle.
L’ altra sua mano invece mi accarezzava il culo.
Andò avanti per una decina di minuti.
Il mio pene pulsava dall’ eccitazione.
Sentivo anche la sua eccitazione che premeva nei suoi pantaloni contro il mio culo.
Poi si fermò.
Mi fece girare e mi fec e sedere sulla tazza.
Si liberò il pene e mi estrasse le sue mutande dalla mia bocca.
Sentii subito l’intenso odore di sudore e urina del suo pene che pulsava a pochi centimetri dalla mia bocca.
Capii che stava per infilarmelo in bocca.
Così fece.
Sentivo il sapore sgradevole di sudore vecchio e di liquido prespermatico del suo pene sulla mia lingua.
-Succhia, amore- disse.
Mugolai protestando, ma debolmente e inutilmente.
-Guardami negli occhi, puttana bianca – mi ordinò.
Con grande imbarazzo lo guardai.
Lui sorrideva, godendo del mio imbarazzo.
Quando stette per venire, si fermò.
Estrasse il suo pene dalla mia bocca.
Un filo di saliva e liquido prespermatico univa la mia lingua al suo glande pulsante.
Prese le sue mutande che stavano sul pavimento e me le ricacciò in bocca.
Mettendomi le mani sotto le ascelle mi fece alzare e mi spinse in camera da letto.
Ora stavo di fronte al mio letto, e lui dietro di me. La stanza era buia ed entrava la luce dal corridoio.
Con uno sculaccione e una spinta , mi fece cadere sul letto.
Poi si spogliò completamente.
Sentii il suo forte odore corporeo di detenuto sudato.
Salì sul mio letto. Mi aprì le gambe e sentii che mi stava leccando l’ano. Lo stava lubrificando per quello che poi scoprii si stava accingendo a fare.
-MMMM!!! Potevo solo dire.
Mi penetrò. Sgranai gli occhi. Mi fece un po' male, protestai spaventato ma non potevo opporre alcuna resistenza.
Una sua mano mi chiudeva ulteriormente la bocca.
L’altra mi ghermiva le palle.
Mi scopò così per qualche minuto, poi venne dentro di me.
Quando venne, mi strinse forte le palle. Io sgranai ulteriormente gli occhi nel buio.
Con mia sorpresa venni anche io. Ebbi un orgasmo lungo e intenso. Non credo di aver mai avuto un orgasmo così profondo.
Rimase sdraiato sopra di me, il suo pene nel mio culo dolorante. Il suo respiro rallentava, il suo fiato caldo e sgradevole mi scaldava il collo e il viso e mi riempiva le narici.
Si appisolò sopra di me. Io non mi mossi per non destarlo.
Dopo una decina di minuti si svegliò. Si alzò e andò in bagno. Lo sentii orinare. Tornò senza lavarsi le mani.
Dovevo orinare anche io. Mi misi seduto sul letto e disse: -MMMm.
Lui disse : - Anche tu? Vieni.
Mi aiutò ad alzarmi poi mi scortò in bagno.
Mentre camminavo sentivo le gocce del suo sperma che colavano fuori dal mio ano e scendevano lungo la coscia.
Mi portò di fronte la tazza.
Prese il mio pene tra le dita e disse: -Piscia.
Arrossendo, ubbidii.
Mi sgrullò pure il prepuzio.
Poi mi riportò a letto.
Mi fece sedere. Il mio ano pulsava ancora dolente.
Mi tolse di nuovo le mutande dalla bocca e mi mise il suo pene, che odorava forte di urina e aveva ancora qualche gocciolina sul glande, in bocca.
Mi tenne la testa con le mani, assecondando i movimenti del suo bacino, per massimizzare il suo piacere, e la mia umiliazione.
Mi venne in bocca. Sentii delle gocce calde di sperma colpirmi l’ugola.
Con un sospirò, estrasse il suo membro.
Poi mi tenne la bocca chiusa per costringermi a deglutire.
Deglutii con grande vergogna ed eccitazione.
Mi rimise le sue mutande in bocca, poi mi fece mettere a pancia sotto.
Si sdraiò al mio fianco. Mi disse di mettere il culo in fuori. Io ubbidii. In quella posizione mi accarezzò ano e palle, ogni tanto mi toccava il pisello.
Venni di nuovo, poi mi appisolai.
Al mio risveglio, non c’era.
In bocca avevo il suo sapore dolciastro.
Il mio culo doleva ancora.
Accesi il notiziario: Abdul si era costituito.

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