Arianna 2

Scritto da , il 2020-02-13, genere etero

Forse avrete letto il mio capitolo precedente “Arianna”, dove confessavo la mia inspiegabile attrazione per alcuni luoghi particolari, luoghi che immaginavo avessero assistito muti e impassibili a storie trasgressive, sporche, irraccontabili, e proprio per questo estremamente eccitanti.
La mia passione mi portava ad aggirarmi per la città o per le colline del torinese, tra boschi e campagne in cerca di questi luoghi così misteriosi ed proibiti.
Una decina di anni fa era quasi estate, ricordo, mi ero infilata in un cantiere, erano le cinque di sera, l’ora in cui gli operai smontano per tornarsene a casa.
Da mesi guardavo quel palazzo in costruzione dalle finestre del mio ufficio, al momento erano solo nudi pilastri, rozze solette di cemento armato, semplici tramezzi di mattoni non ancora intonacati, ma la mia perversa immaginazione faceva navigare la mente in mille storie oscene, sesso omosessuale tra carpentieri e manovali vari, che si inchiappettavano tra loro, indossando scarponi dalla punta rinforzata e gialli elmetti antinfortunistici.
Rozzi e grevi capomastri panciuti che obbligavano i giovani apprendisti a inginocchiarsi e prendere il loro cazzo massiccio tra le labbra, pena la perdita del lavoro.
Decisi di mettermi in gioco.
Quella sera feci in modo da farmi vedere da uno di questi manovali mentre mi infilavo nel cantiere.
Lo avevo visto qualche giorno prima, mentre con i suoi compagni montava un nuovo pezzo del ponteggio di tubi Innocenti.
Gli lanciai uno sguardo carico di promesse mentre scendevo verso i sotterranei, lungo la soletta inclinata di nudo cemento armato che, a lavori finiti sarebbe diventata una vera e propria rampa di scale.
Mi seguì.
Arrivai al piano delle cantine, sul pavimento di cemento grezzo delle pozze d’acqua riflettevano le sottili lame di luce che filtravano dalle feritoie, o “bocche di lupo”, come si chiamano in gergo, un nome che era già un programma...
Corsi verso il ventre oscuro di quei sotterranei, il ticchettio dei miei tacchi risuonava amplificato da quelle nude pareti.
Lui mi seguiva in silenzio, l’aria stava caricandosi di tensione.
Era sempre più buio, entrai in un locale rettangolare, sul fondo una catasta di vecchie assi da cantiere sporche di cemento.
Mi appoggiai su di essa e aspettai che l’uomo comparisse.
Eccolo, vedevo la sua ingombrante silhouette stagliarsi contro la poca luce che filtrava dietro di lui.
Si avvicinò in silenzio, entrambi sapevamo come sarebbe finita.
Si avvicinò ancora, sotto l’elmetto giallo si scorgevano degli intensi occhi nocciola e dei lineamenti maschili molto marcati, un bel paio di baffi copriva il labbro superiore, la pelle era assai scura, probabilmente era uno di quei marocchini che montano e smontano i ponteggi.
Me lo ero immaginato più giovane, invece avrà avuto quasi una cinquantina d’anni, meglio ancora.
Si avvicinò ulteriormente.
“Si è persa signora” disse con una voce roca e calda.
Ora era molto vicino, potevo addirittura sentire il suo alito caldo, sapeva leggermente di aglio.
La logora camicia scozzese era aperta, si scorgeva l’orlo di una vecchia canottiera sdrucita da cui fuoriuscivano i peli folti del petto, fuoriusciva anche un certo odore di sudore, ma non era fastidioso, anzi era molto eccitante, sapeva di maschio.
Allargai le gambe in modo da fargli spazio e prendendolo per il bavero della camicia lo tirai a me.
Gli levai l'elmetto e lo gettai sul pavimento.
Sbottonai gli ultimi bottoni della camicia e sollevai la canotta in modo da poter infilarvi sotto una mano, mmmm una fantastica peluria accolse le mie dita.
Ci giocai per qualche secondo senteno i suoi capezzoli reagire, indurendosi al mio tocco.
Lui mi aveva lasciato fare ma voleva essere lui a condurre il gioco, mi posò una mano dietro la nuca infilando le dita tra i capelli, li afferrò e mi tirò indietro la testa con decisione, facendo in modo da esporre il mio collo.
Con la bocca gli si avventò a succhiarlo come fosse un vampiro.
Nel mentre si faceva ancora più sotto, premendo con il bacino contro il mio corpo.
Era eccitato, potevo chiaramente sentire il suo membro già duro premere contro il mio pube.
Mi slacciai la camicetta di seta e le sue mani callose mi aggredirono i seni.
Li strinse forte, mi sfuggì un gemito.
Pensavo si fermasse per paura di farmi male, invece mi strizzò forte i capezzoli tra le dita.
Li sentii rimpicciolire e indurire a quel tocco deciso.
Lo allontanai con una mano, giusto per crearmi lo spazio per poter accedere ai bottoni che chiudevano la sua patta, li slacciai ad uno ad uno, le mutande, non proprio immacolate, erano deformate dalla sua prepotente erezione.
Le tirai verso il basso insieme ai pantaloni, in modo che il suo cazzo potesse ergersi liberamente.
Balzò fuori rimbalzando come un manganello di gomma, duro e scuro.
Era imponente, circonciso e largo, talmente largo che la cappella sembrava più grande rispetto al corpo stesso del pene.
Mi abbassai accostando il viso a quel ben di dio e potei sentire l’acre odore di cazzo, mi stavo eccitando sempre di più.
Lo sfiorai con le labbra e lo sentii fremere al tocco.
Lui mi prese la testa con entrambe le mani per costringermi a prenderlo in bocca.
Aveva fretta, era troppo eccitato per lasciarmi giocare.
Ubbidii volentieri assecondando il suo desiderio, allargai la bocca per accogliere quel notevole arnese.
Mi feci praticamente scopare in bocca e non ci volle un gran che perché arrivasse all’orgasmo.
Lo sentii fremere e feci appena in tempo a tirarlo fuori che partirono i primi schizzi violenti di sperma, mi colpirono in viso, avevano un odore acre e forte e li sentii colare dal mento sulla mia bella camicia di seta grigio perla.
Si staccò da me e mi guardò, mi sembrò di leggere un certo disprezzo nel suo sguardo, ma non me ne curai, probabilmente era la mia immaginazione, avevo avuto quello che ero venuta a cercare e lui e i suoi pregiudizi del cazzo potevano andare a prendersela nel culo.
Mi rimisi in piedi, ricomposi la camicetta macchiata di sperma e la infilai di nuovo dentro la gonna.
Presi 50 euro dalla borsetta che avevo lasciato sulla catasta di assi e mentre glieli infilavo nel taschino della camicia gli sussurrai in un orecchio “vieni con un amico domani, ci sarà da divertirsi per tutti e due”.
Me ne andai senza voltarmi e ritornai in superficie.
Raggiunsi la mia Polo parcheggiata poco distante e, guardandomi nello specchietto, mi misi un po’ di rossetto pensando con compiacimento a quello che sarebbe successo il pomeriggio del giorno seguente.

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