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Scritto da , il 2020-02-10, genere pulp

Erica è stata una ragazza normalissima fino alla quinta. Era carina come tante, allegra (aveva attorno sempre un sacco di amiche ed amici), molto diligente nello studio e con quel pizzico di pepe che dava materiale ai sogni erotici di coetanei ed insegnanti. Aveva un ragazzo e giurava d'aver fatto sesso solo con lui (i pompini ovviamente non li metteva in conto). Insomma, una brava ragazza.
Poi, come racconta sua madre, s'ammalò. Di cosa s'ammalò nessuno l'ha mai scoperto e a dir la verità esperti e scienziati non hanno mai parlato di malattia. Ma andiamo con ordine.
Il primo episodio avvenne un pomeriggio a casa di Debora. Ci andava quasi tutti i giorni in vista dell'esame di maturità per studiare e ripassare con lei ed altri compagni: tre veri secchioni nerds. Erica assicura che è stato in assoluto la prima volta. Improvvisamente ha sentito crescere dentro una stranissima sensazione, una cosa assurda, mai provata prima, che l'ha spaventata da morire. Per spiegare diceva ch'era un po' come quando era sola col suo ragazzo, ma molto più forte e devastante. In effetti le prese il desiderio e pensò d'andarsene immediatamente (voleva correre dal suo ragazzo), ma incrociò lo sguardo dei suoi compagni. Anche loro erano strani; non li riconosceva più. Le saltarono addosso e scoparono come maiali.
Debora, l'amica di Erica, non ha mai spiegato la dinamica dell'evento: se fosse stata Erica a provocare i ragazzi o se i compagni si fossero messi d'accordo per scoparla in tre ad un segnale convenuto (stavano traducendo una versione di Giovenale). In ogni caso, secondo lei, Erica ci stava alla grande e non lo diceva certo per difendere i compagni di studio, che d'allora non ha più voluto rivedere; pare che ad un certo punto l'abbiano chiusa in un armadio per continuare a scoparsi Erica fino al ritorno dei genitori di Debora. Fu un casino ancor più grande! La madre diede fuori di testa. Cacciò a pedate e borsettate i nerds, liberò la figlia chiusa nell'armadio e rivestì in qualche modo la ragazza, ordinando al marito di riaccompagnarla a casa. Dovevano assolutamente evitare lo scandalo!
Il marito tornò tardi; disse che la ragazza era molto scossa e gli aveva chiesto di salire per tranquillizzare la mamma. La versione che diede Erica, anni dopo, fu molto diversa: già in ascensore glielo spinse su per il culo e continuò poi in auto.
Passò un mese. Erica ci pensava in continuazione e si sentiva una merda. Aveva mollato il fidanzato, che ancora non aveva saputo nulla, ed usciva di casa solo per andare a scuola, obbligata dalla madre. I tre compagni della festicciola arrossivano quando la vedevano; lei avrebbe voluto parlargli per capire cos'era successo, ma quei nerds la evitavano come la peste.
La seconda volta lo sentì arrivare una domenica mattina: lo riconobbe subito e si chiuse a chiave in cameretta. Era eccitatissima, usò tutto quello che c'era di duro in camera, ma si sentiva tranquilla, finché suo fratello non bussò forte alla porta. Stessa storia due settimane dopo. Sempre a casa. Ed Erica capì di non averne alcuna colpa: questa cosa non dipendeva da lei. Trovò il coraggio di parlarne con sua madre. La buona donna ringraziò il cielo che fosse divorziata e che ci fossero solo due maschi in casa: il figlio, che si prese una bella dose di cinghiate, e il prozio, un arzillo vecchietto che da due mesi a questa parte cantava in continuazione arie d'opera. A lui toccò il ricovero in una casa di cura per anziani.
L'esame di maturità andò da schifo. Lo passò per miracolo: non aveva testa e, scornata, rinunciò anche ad andare alla festa di classe. Quella sera si preparò ed uscì lo stesso per non far preoccupare mamma; pensava di chiudersi in un cinema, ma non c'arrivò. Per strada la prese la stessa maledetta sensazione e due ragazzi le inchiodarono di fianco e la fecero salire in auto. Finì in periferia, in un boschetto per coppiette. Ancora adesso Erica ha il dubbio che quella crisi fosse già finita da un pezzo quando se la fecero gli ultimi (allora le crisi non duravano molto). Questa cosa la stava facendo impazzire, perché alla fin fine, in un certo senso, le cominciava a piacere.
Per Erica furono due anni tremendi: la madre la fece visitare da ogni genere di specialisti (sessuologi, endocrinologi, psichiatri, esorcisti e maghi) e l'accompagnò in tutti i santuari nel raggio di mille chilometri. La sottoposero ad interrogatori ed esami imbarazzanti, l'obbligarono a mettersi pannoloni intrisi di feromoni, le prescrissero diete disgustose ed un luminare asiatico volle che provasse il burka. Nulla di nulla. Anzi gli episodi si ripresentavano sempre più intensi e con maggior durata. Solo uno di loro, un neurologo, ebbe la fortuna di visitarla durante una crisi, sopraggiunta in sala d'aspetto. La madre non volle pagarlo: non era stato professionale.
Il responso di tutti fu che la ragazza era vittima di un secondo ciclo anomalo ed estremamente irregolare, che si scatenava senza alcun motivo nei momenti più impensabili. Grazie al cazzo, questo l'avevano capito da sole! L'unico rimedio veramente efficace se lo trovarono da sole: abiti comodi. Felpe e pantaloni da ginnastica per non dover poi ricomprare tutto.
Erica ormai era rassegnata a conviverci; queste crisi la sconvolgevano, ma le superava con facilità, anche se ne usciva pesta e tutta rotta. Le sarebbe bastato poterle prevedere per condurre una vita quasi normale: iniziò a compilare un diario in cui segnava meticolosamente ogni data, fatto ed impressione, nella speranza di scoprire il meccanismo di questo ciclo. Suo fratello non l'aiutava di certo: per ben tre volte finse una crisi portandosi dietro i suoi amici. Erica non s'arrabbiò e ne approfittò; in fondo non aveva più un fidanzato.
Il primo episodio eclatante avvenne alla fine del primo anno. La crisi avvenne in autobus. Il mezzo bloccò la via e dovettero intervenire i carabinieri per tirarla giù con un ragazzo ancora attaccato. La portarono in caserma e furono richiamate tutte e pattuglie in giro. La mattina dopo il colonnello le porse le sue scuse, una cosa che non si spiega, una vera onta per tutti, avrebbe aperto un'indagine, ma forse era meglio per tutti metterci una pezza sopra... ad Erica pareva di ricordarlo, ma c'era stata troppa confusione. La fecero uscire da una porticina sul retro della caserma.
Per potersi spostare decise allora di prendere la patente: sua madre le trovò una scuola guida completamente femminile. Tutto bene fino alla terza guida: ad un semaforo un lavavetri la guardò con un luccichio che riconobbe subito. Ne parlò il telegiornale di quell'ingorgo. L'istruttrice non ne volle più sapere; pare che nel caos generale abbia avuto la sua parte.
In tre mesi uscì di casa solo per il funerale della zia. Finita la cerimonia, invece della bara, caricarono lei sul carro funebre e ci montarono su in sei. Erica, che non seppe mai come, ma probabilmente s'era voluto salvare il decoro, si ritrovò in sagrestia con gli abiti stracciati (s'era vestita decentemente almeno per il funerale) e con parroco chierichetti seminaristi cugini zii e pii sconosciuti arrapati come ossessi. E con la madre fuori che urlava e batteva alla porta da tirar giù la chiesa. Ora tutti i parenti sapevano: non lo perdonò mai ai propri fratelli. Il prozio riprese a cantare arie d'opera.
Erica soffriva a viver come una reclusa ed avrebbe voluto morire quando il suo palazzo veniva ciclicamente assediato da una cagnara di uomini in calore. Una vicina chiamò la polizia, ma se ne pentì amaramente: sirene e lampeggianti stazionarono tutta notte sotto casa. La volta dopo le buone donne s'erano organizzate meglio: dopo aver chiuso mariti e figli in cantina, irruppero in casa facendosi aprire dalla madre, la slegarono dal letto e la caricarono su un'auto che le aspettava in garage col motore acceso. Una breve corsa attraverso la città con tutti dietro ad inseguirle e la scaricarono in riva al fiume. Erica non ebbe tempo per ringraziarle.
In questura ci finì per colpa d'un senatore. Era un integerrimo difensore della famiglia tradizionale e dei sani principi morali, che s'era addossato la missione di far chiarezza su questa torbida faccenda. La convocò per dimostrare una volta per tutte che si trattava solo di una perversa puttanella che corrompeva i giovani e non di una vittima di qualche malattia o mutazione biologica: in natura, lui lo sapeva benissimo, queste cose non succedono. Erica, ne era arcisicuro, era contro natura! Purtroppo per lui la ragazza si stancò presto del tono autoritario delle sue domande e raccontò con gli occhioni lucidi tutto quello che aveva dovuto subire, senza risparmiargli alcun dettaglio. Quando pensò d'averlo cotto a puntino finse una crisi e si mise a novanta. Era debole di cuore. Glielo sfilarono di dosso ormai stecchito ed il becchino faticò non poco per stirargli via quell'imbarazzante sorriso. Si trattava di un senatore ed Erica fu trasferita in questura per accertamenti. Qui la crisi avvenne davvero: solito discorsetto con scuse del giorno dopo ed una porticina laterale che s'apriva.
Scappò di casa e per quasi un anno non si fece più vedere. Prima in una valle sperduta, dove diede brio ad una sagra montanara, poi nel deserto, dove si salvò a stento da un cammello. In preda al desiderio d'autodistruzione partecipò all'Oktoberfest. La schiuma per strada non era quella della birra.
Tornò a casa ma non trovò alcun lavoro, se non in club privé per spettacolini piccanti e come calamita per le serate singles. Non le capitò alcuna crisi sul lavoro: ormai le gestiva abbastanza bene e nei periodi pericolosi si ritirava in collina nel casolare dei nonni, protetta dal fratello e dai suoi amici. Qui erano piuttosto gestibili, ma non poteva prevederle tutte: una delle peggiori le venne durante una gita all'acquario di Genova, mentre passeggiava sul porto con la vecchia amica Debora. Le caricarono sul traghetto per la Sardegna. Ad Olbia Erica ritrovò l'amica in un armadietto.
Era ormai famosa. Un produttore di film hard di Los Angeles la contattò: aveva in mente una cosa straordinaria mai vista. Erica accettò, ma volle suo fratello come manager. Volarono in America. Tutto era pronto, il set era enorme, potevano girare, ma non accadde nulla! Al produttore non importava una sega che la cosa non funzionasse a comando, lui stava pagando un affitto stratosferico per il set con spalti e piscina, e pretese che si girasse lo stesso. Dopo un'estenuante trattativa, così le giurò il fratello, s'accordarono per un video al giorno in attesa dell'evento che sarebbe arrivato senz'altro di lì a breve (erano ormai cinque settimane che la sorellina non faceva svalvolare tutti). Ovviamente il fratellino non aveva potuto tirare troppo la corda, ma aveva comunque ottenuto che al primo video partecipassero solo dieci stalloni iperdotati, consentendo però di aumentarne il numero ad ogni video successivo.
Nessuno era davvero soddisfatto; non il produttore che aveva video ben fatti, ma non eccezionali come sperava; non il fratello che ben sapeva com'era la sorellina all'opera; non Erica che dopo quattro giorni di riprese era distrutta. Faceva addirittura fatica a farlo con soli tre ganzi insieme: cercava d'aiutarsi immedesimandosi nelle sue avventure, ma l'eccitazione non era nemmeno paragonabile ed il fisico non era flessibile e 'ricettivo' come in quei momenti.
Il quinto giorno, che sarebbe stato l'ultimo, Erica era seduta su un cazzo nero, schiacciata da altri due che la fottevano in fica, quando li sentì improvvisamente irrigidirsi dentro. Fu un'esplosione di sperma. Parteciparono tutti, anche cameraman, addetti alle luci e bibitari, e furono richiamati tutti quelli che avevano abbandonato il set. Il produttore, in preda ad un'eccitazione multiorgasmica, telefonò a mezzo mondo tra una chiavata e l'altra, mettendo in piedi una convention storica. Era impossibile inquadrare Erica, sempre sommersa da decine di corpi, ma le riprese toglievano il fiato. All'alba girò l'intervista finale alla protagonista abbracciata a suo fratello: era fresca come una rosa e visibilmente sazia.
Si misero di mezzo i servizi segreti e Erica sparì. La studiarono per sei mesi di seguito con apparecchiature fantascientifiche e la poterono monitorare dal vivo almeno sette volte. Alla fine le fecero la proposta della sua vita: avevano scoperto di cosa si trattava e l'avrebbero potuta guarire. Ma c'era un ma; prima doveva aiutarli nella guerra in ***. Erica si fece garantire che non avrebbe dovuto uccidere nessuno ed accettò. La paracadutarono oltre le linee nemiche e fu immediatamente catturata. Subì arresto, carcere e due interrogatori prima che esplodesse scompaginando l'intero settore. Allora arrivarono i nostri e fu gioco facile per i buoni travolgere l'esercito dei cattivi.
Le tributarono una parata d'onore. Erica era incazzata nera, l'avevano ingannata: non esisteva alcuna cura al suo problema. Quando il generale cinque stelle, davanti tutto l'esercito schierato, le appuntò la medaglia al petto, Erica vide nei suoi occhi un luccichio sinistro e capì che ora erano cazzi.




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