Lola - Prima parte

Scritto da , il 2020-01-13, genere dominazione

Qualcosa ci deve essere sfuggita di mano. Doveva essere una notte. Doveva essere solo un “gioco”. Doveva iniziare e finire li. Una settimana fa.
Ho sempre avuto una passione per la dominazione, non nascondo che questo vizio mi abbia creato dei problemi in passato, ma sono sempre riuscito a gestire tutte le situazioni al meglio, traendone il massimo del piacere.
Non sono di quelli che infilano aghi, fanno ustioni o clisteri infiniti. Preferisco usare catene mentali, rompere qualsiasi schema morale, vedere negli occhi il piacere di soffire, di non appartenere a niente se non a quel piacere primordiale che tanto amo provocare….vivo per lo sguardo che si forma, per l’universo di emozioni che esplodono, per le vibrazioni, per tutto. Ho provato emozioni che un’orgasmo “tradizionale” non mi ha nemmeno accennato, una droga per me.
Conobbi Lola in un locale della periferia, una zona che frequentavo raramente perchè fuori mano, ma che da quella sera rivalutai decisamente. Ero li con amici e lei con amiche, tavoli vicini, età uguali, tutti single. Fu inevitabile che i due gruppi si unissero cercando tutti di remare verso lo scopo unanime della serata, una soddisfacente e almeno-per-le-donne-orgasmisca scopata post birra. Viene da se che nessuno quella sera portò a letto nessuno, ma non fu l’ultima volta che andai in quel locale, anzi iniziai a frequentarlo nella speranza di rivedere quel capello corvino e quello sguardo da gatta che mi avevano fatto tirare tanto il cazzo quella sera. Era un’attrazione puramente fisica, chimica oserei dire.
Dopo quasi una settimana la rividi con le amiche, le stesse delle settimana precedente. Ci guardammo intensamente per qualche istante, poi andai al bancone ordinando due birre. Aspettai meno di 2 minuti prima di sentire la sua voce che ordinava due tequile.
-Tu la birra, io la tequila!- mi disse -Sempre che tu non sia una femminuccia…-
Questo è quello che ufficialmente ricordo e unica spiegazione del perchè accettai la provocazione, perhè sempre quella sera scopri che le tequila non la reggevo per niente!! La realtà dei fatti è che dopo la prima tequila e ne seguirono altre 4 credo, poi buio totale fino a circa 4 ore dopo quando mi svegliai in auto, con una giacca rossa sopra e un biglietto nei pantaloni “La prossima volta solo tisane! mandami un messaggio quando ti svegli!” seguito da un’infantilistica serie di cuoricini e il numero di cellulare racchiuso in una nuvoletta….avrei dovuto ascoltare il mio cervello e scappare da tutti quei cuoricini, ma cedetti e gli scrissi che ero vivo e con un’orripilante giacca addosso. Qualche istante dopo suonò il cellulare
“Quell’orripilante giacca è la prima cosa che ho trovato per farti caldo! Si riconoscente!”
“Non urlare!” gridai a bassa voce e in modo alquanto infastidito “ Da quanto mi hai abbandonato qua?”
“Abbandonato? ma se ti ho coperto e chiuso dentro! ingrato...comunque circa 3 ore fa!”
“Grazie! ora devo solo ricordarmi come si guida e come mi torno a casa” sbadigliando sonoramente
“Quanti volanti vedi?” e si sentiva che mi stava prendendo per il culo
“quattro, se tolgo quelli che si muovono”
“Aspettami femminuccia, 5 minuti e sono li” e poi il fastidioso schioccare delle labbra in quello che, sicuramente per lei, voleva essere un gesto tenero...mal riuscito. Guardai l’orario, le 5 del mattino. Non sto nemmeno a dire che il giorno dopo in ufficio non mi videro.
Arrivò quella che credo fosse la definizione ideale di “bellezza naturale togli fiato”, non un filo di trucco, non un gioiello, era tutto quello che una donna normale non farebbe con uno appena conosciuto..
“Andiamo Romeo! ti porto al sicuro hahahah” e mi aprì lo sportello della scatoletta che, con molto coraggio, scoprì chiamare automobile.
Iniziò un rally cittadino nelle vie della periferia “Prima mangiamo qualcosa, poi ti fai una doccia e poi ti fai una dormita!”
“Bhe io abito dalla parte opposta”
“Shhh dormi da me idiota!” e nuovamente attentò ai miei timpani con una fragorosa risata.
Finì che andammo in un bar a mangiare bomboloni caldi e fare chiacchere, mi raccontò quello che era successo la sera precedente e non lesinò i fatti imbarazzanti…
“Come ballerino fai pena lo devi ammettere ahahha” fu uno dei commenti più frequenti dell’imbarazzante racconto…Poi si fermò, posò il cappuccio si asciugò le labbra e quasi con vergogna mi guardò con il capo chino..
“Ad un certo punto della serata, mentre eravamo fuori, mi hai detto delle cose. Ti ricordi?”
Cercai di ricordare, ma niente non arrivò nulla alla memoria di chiacchierate imbarazzanti
“No ti ho detto...ricordo della tequila, poi mi sono svegliato e ti ho chiamato” Chinai il capo per la vergogna..”spero di non aver detto niente che ti abbia offesa o indignata...non volevo ..spero tu capirai..”
“Capisco, capisco. Tranquillo non sarei qui se mi avessi offesa” e mi sorrise “Quello che non so è se quello che mi hai detto, è vero. Perchè mi piacerebbe che lo fosse ecco..”
“Ti chiedo scusa Lola, ma se non mi dici di cosa si tratta, dubito potrò darti conferme o smentite” ero sempre più intimorito su quale sconveniente rivelazione dovessi concentrare la mia vergogna..
“Mi hai raccontato della tua prima volta con un uomo” ...occazzo…”poi della prima volta che hai frustato qualcuno” merda..”e di quanto fossi innamorato di una certa Stella”. Non bevvi mai più tequila da quel giorno.
“Devi capire che ero ubriaco Lola, ti chiedo scusa ma non dovevo dirti certe cose. Forse ti sei fatta un’idea sbagliata e non vorrei che tu fraintendessi” cercavo di limitare i danni, ma mi resi conto che il danno era fatto ormai. Poi ripensai alle sue parole, vuoi mai che…
“Lola perchè mi sei venuta a prendere oggi?” vidi lo stupore nei suoi occhi e iniziai a intuire
“Che cosa ti ho detto di Stella? ti ho detto che l’amavo o ti ho detto del perchè l’amavo?” abbassò lo sguardo e il capo con vergogna “Lola, ti ho fatto una domanda”. In questi casi azzardo sempre un po, sono frasi semplici dalla dubbia interpretazione che mi fanno capire con chi sto parlando.
“Si mi scusi, mi ha spiegato abbastanza nel dettaglio il perchè lei fosse così innamorato. Non ha risparmiato i dettagli ed è stato molto coinvolgente” non credevo fosse così facile, ne sono sincero. Vedevo l’imbarazzo, vedevo che tremava, vedevo il nervosismo sulle sua mani.
“Lola, perchè mi stai dando del lei?” dissi ridendo. Questa è la fase dove lancio l’esca, dove capisco quanto ci sia da lavorare, quanto coinvolgimento ci sia e quale strada dovrò praticare per arrivare alla sua totale sottomissione e poter sfogare i miei istinti primordiali. Dovrò persuadere le sue voglie con malizia? Dovrò scatenare la curiosità? sarà la voglia di evadere? sarà un gioco di ruolo? è questa la parte che preferisco, il gioco vero e proprio.
“Lola tutto bene? guarda ti ringrazio per la proposta della doccia e del letto, ma credo di poter tornare a casa senza problemi!” tutte quelle emozioni e caffè aveva sortito un effetto ricostituente “Che ne dici di riportarmi alla macchina?” la vedevo un po spaesata e cupa. Quasi delusa. “Ok ti riporto alla macchina” e poi sconsolata.
Fu un ritorno diverso, meno veloce e frenetico. Voleva far passare più tempo, come se aspettasse il momento in cui gli avrei teso la trappola “Lola” e quasi si prese paura “Sii?” “ripensa a quello che ti ho detto prima, alle confessioni che ti ho fatto. Se hai inteso quello che cerco e quello che voglio, hai il mio numero” eravamo arrivati alla mia auto “Ma non farti mai più sentire se hai intenzione di fare un passo in meno di quello che voglio”. Scesi senza voltarmi. Entrai nell’abitacolo e ci volle tutto il mio auto controllo per non vomitare. Il tanfo di alcol e sbronza era fortissimo e pungente! Mi allontanai con tranquillità, per poi aprire i finestrini e sentire la vita tornare in quell’auto!
Era un giovedì mattina, Lola ci mise 2 giorni a scrivermi un messaggio. Mi chiedeva di vederci per una birra quella sera stessa e dopo aver accettato l’invito decidemmo che sarebbe venuta lei dalle mie parti questa volta.
Tenemmo toni leggeri per un’oretta, parlavamo di noi, di quella sera cercando di condividere i pochi ricordi comuni, fino a quando decisi che era ora di capirci di più. In questi momenti mi eccito, è come un corteggiamento, io che stuzzico, lei che incassa e risponde. Io che cerco di capire sempre di più il perché e lei che piano piano si dona a me.
Infilai questa domanda in mezzo ad un discorso sui vini, spiazzandola “Dimmi Lola ,perchè ho amato Stella?” e lo vidi nei suoi occhi lo stupore.
“L’amavi perchè era l’unica persona che capisse il tuo gioco. Perchè non ti diceva mai di no. Perchè sapeva provare piacere del dolore, anche dal più profondo. Perchè ubbidiva” resse lo sguardo tutto il tempo.
“Ora ti dico la mia proposta. Tu non potrai interrompermi, dovrai stare in silenzio fino a quando non ho finito e solo alla fine rispondere alla mia domanda. Se m’interrompi me ne vado. Se ribatti me ne vado. Se non rispondi con una delle due opzioni me ne vado. Chiaro?” Abbassò la testa in segno di consenso.
“Bene. Tu sei affascinata, vuoi fare quest’esperienza e le mie parole ti hanno sconvolto perchè ti sei rivista in Stella. Hai pensato che lei sia stata una stupida ma avevi bisogno di sapere se era vero. Se c’era una possibilità. Ecco pechè mi sei venuta a prendere, probabilmente speravi di avere un’assaggio già quella sera stessa” vidi lo stupore ed era ora di rincarare la dose “Non ti propongo di essere mia per sempre, non posso farti questo. Ma posso prometterti una notte sola. Dal tramonto all’alba tu sarai mia. Risponderai si signore e ubbidirai ciecamente. Proverai la paura, il dolore, il piacere, la passione. Tutto in una notte. All’alba tutto finirà tu ti rimetterai in sesto, ti laverai, mangerai, non dirai una parola, uscirai e non mi chiamerai mai più Se proverai a chiamarmi anche solo una volta butterò via il numero. Se ti vedrò fuori casa mia, bhe durante la nottata capirai perchè non ti conviene”
Lasciai qualche minuto di silenzio, durante il quale lentamente e con calma mi rollai una sigaretta, l’accesi e la guardai di nuovo. Si vedeva la paura e la voglia.
“Hai capito quello che ti ho detto?”
“Si”
“vuoi accettare?”
“Si” ma fu troppo per lei, dovette abbassare lo sguardo.
“Bene. ti manderò un sms con la data, l’orario e luogo dell’incontro”
Quello è il momento in cui sono più spaventato. Per ora ho solo buttato l’esca, sono abbastanza sicuro che abboccherà e che si ricorderà di quali emozioni provava quella sera, ma c’è sempre una componente non calcolata. La paura di lasciarsi andare. Fino a quel momento sono solo parole, non ci sono impegni, non ci sono obblighi. Ma quando manderò quel messaggio, quando sarò li ad aspettare, fino a quel momento c’è sempre il timore che tutto si risolva in un nulla di fatto.
Non c’è mai la certezza esatta, nemmeno l’esperienza può dare garanzie quando ci sono di mezzo i sentimenti. Le persone sono volubili, l’emozioni non sono mai le stesse e ci vuole tempo per fissarle nella memoria.
Feci passare 15 giorni. Organizzai tutto nei minimi particolari, l’appuntamento era per le 19:00, l’orario del tramonto. Il luogo era un centro commerciale, un punto esatto che dava su una vetrata. Io ero li vicino, un po in disparte dove potevo vederla nel caso fosse arrivata. Fu un emozione vederla arrivare qualche minuto prima delle 19. Minigonna di jeans, camicia bianca e sandali. Un incanto. Le mandai un sms di benvenuto e le dissi dove doveva recarsi, ovvero dentro il super mercato, vicino alle cabine.
Quando arrivò in zona le dissi di prendere due vestiti ed entrare i un camerino, spogliarsi e aspettare. S’immobilizzò nel mezzo della corsia. Si guardò attorno non vedendomi, nascosto da una coppia poco avanti a me. Prese due maglie in modo distratto e imbocco il camerino più lontano di tutti. Presi un paio di calzini di spugna e mi avvicinai all’entrata. Un movimento veloce, con una mano aprì le tende, con l’altra tappai la sua bocca infilandoci un calzino, poi un’altro movimento rapido per chiudere le tende e sbatterla con la faccia sulla parete.
Sentivo il respiro affannato. Non aveva urlato. Non si era dimenata. Non si era girata. Era solo agitata. Sentivo il sudore della sua pelle. Le aprii le gambe infilai due palline vibranti dentro alla figa. Passai il telecomando davanti ai suoi occhi “Se giro questa manopola, vibra. senti?” Girando quasi del tutto la manopola, sentii l’urlo strozzato e le sue gambe quasi cedere per la vibrazioni delle due palline dentro di lei. Le spensi dopo pochi secondi “Ora sei ufficialmente mia. Vestiti ed esci. Ti aspetto alla vetrata”.
Uscii e m’incamminai verso l’uscita, precedendola e aspettandola. Arrivò accaldata, nel preciso istante in cui l’ultimo spicchio di sole scendeva dietro i palazzi. Accesi lentamente la vibrazione. La sentii gemere. “Andiamo a mangiare un boccone. Hai fame?”
Mi guardava con sofferenza, la vibrazione la stava distraendo. Doveva ancora abituarsi.
“Ti ho fatto una domanda” E alzai la vibrazione di poco.
“Sssssiii” disse a denti stretti. Alzai ancora un po “Si cosa?” “Siiii padroneee” questa volta con più rabbia e vibrazioni in corpo. Abbassai leggermente e porsi il mio braccio.
C’incamminammo verso la mia auto quando vidi un mendicante appena fuori il centro commerciale e improvvisai “Ora mi aspetti qui, io vado a prendere l’auto. Non appena sono uscito fuori dalla porta tu ti avvicinerai, ti toglierai le mutande e le lascerai nel cappello. Poi mia spetterai sulla strada qualche metro avanti “ vidi la rabbia e uno strozzato “Si padrone” fu l’unica risposta.
Uscii e mi nascosi dietro la prima auto e aspettai di vederla uscire, si avvicinò al mendicante e incurante delle numerose persone avanti a lei si tolse il perizoma e lo mise nel berretto. Si fermaromo in molti a vedere la scena e rubare sguardi sulle grazie della ragazza che, inevitabilmente, erano mostrate a tutti. Non mancarono frasi pesanti, ne insulti, ma ubbidì e si fermò qualche metro avanti, aspettandomi. Corsi all’auto e l’andai a prendere, arrivai che il mendicante la stava tampinando. Le aveva già messo una mano sul culo e la palpava, davanti a tutti. Lei non reagiva. Un tonfo allo stomaco e un senso di piacere mi pervase.
Mi fermai, lei salii e non disse niente. Spensi la vibrazione e sentii il suo respiro distendersi, la sentii meno rigida. “Ti stava palpando il culo?” rispose con un leggero affanno “si, aveva già messo un dito dentro al culo” “perchè non lo hai fermato?” “lei non me lo ha ordinato” “cosa ti avevo chiesto?” “Di togliermi il perizoma, darlo al mendicante e aspettarla sulla strada qualche metro più avanti. Non mi ha detto se dovevo muovermi o parlare”.
Mi fermai al semaforo rosso. Presi il telecomando. Glielo porsi in mano e girai la manovella a fondo scala “Se lo fai cadere, giuro che lo lancio fuori dal finestrino e aspetto che si scarichino le pile delle palline prima di togliertele” Urlò. Urlo tanto. Si contorceva sul sedile. Ogni tanto imprecava per poi godere urlando. Presi una strada di periferia per raggiungere casa mia, l’allungava ma non c’erano problemi con le sue urla. Iniziò a chiedermi pietà che non ce la faceva più. Poi parlò spagnolo credo e credo che mi abbia dato del figlio di puttana, me lo meritavo. Quando fui vicino a casa mi fermai e la guardai contorcersi “apri le gambe e lascia cadere fuori la palline” e la vidi spingere, imprecare e godere almeno 3 volte prima di averle spinte fuori tutte e due. Era stesa sul sedile ansimante, ogni tanto saltava per qualche spasmo o per l’aria che si posava sulla pelle. Un forte odore di piacere e sudore aleggiava nell’auto.
“A breve saremo arrivati a casa mia. Ho preparato una cena leggera con un po di vino. Quando avrò parcheggiato tu mi seguirai in casa, sull’uscio c’è una busta con degli indumenti, dovrai spogliarti e indossarli. Nella busta c’è anche un collare dovrai indossarlo e poi bussare alla porta. Sbrigati, fuori ci sono i vicini guardoni.
In casa era tutto pronto, quindi accesi un po di musica, il forno per scaldare la cena e attesi il campanello che non tardò molto. Aprii la porta e mi si presentò lei, con un tubino in latex un un paio di cavigliere in cuoio con un’anella, idem nei polsi e il collare con guinzaglio che mi porse immediatamente.
“In ginocchio, entra e chiudi la porta” Mi girai diedi un po di corda e inizia ad incamminarmi. Senti tirare mentre lei cercava di raggiungermi. La portai in salotto, dove avevo apparecchiato per entrambi. Per me un tavolo imbandito, per lei una ciottola per cani.
“Adesso sperimenterai l’umiliazione. Mangeremo entrambi, ma tu nella ciotola. Ritieniti fortunata, Stella mangiava i miei avanzi” La vidi scoraggiata. Lo sguardo s’inscurì “Da ora in avanti quando ti dirò a cuccia dovrai essere in ginocchio, con gomiti e fronte a terra. A cuccia” e come un automa ubbidì. Ferma. Immobile.
Restò li circa 15 minuti fino a quando non tornai con la cena, del pollo al curry con del cous cous, Sentii l’odore e quasi scodinzolò! Ne presi un mestolo e lo misi nella ciottola “buon apepttito, ora puoi mangiare” Con mio stupore mangiò tutto e subito, senza usare le mani e senza lamentarsi. Misi due dita nella sua figa che trova un lago, letteralmente un lago! “Sei in calore cagna?” non rispose “Ti ho fatto una domanda!” e le rifilai uno schiaffo sulla natica decisamente forte. “Si padrone sono eccitata” la sentii dire con dolore e rabbia. “Finisci di mangiare, pulisci bene e raggiungimi in camera da letto. Se ci metti più di 5 minuti, ogni secondo di ritardo verrà punito con una cinghiata” Mi alzai e andai nel letto senza nemmeno guardarla.
Uno dei miei vizi del dopo mangiato è un po di maria, quindi decisi di non farmi problemi con l’ospite in casa e nell’attesa decisi di fare su una canna. Il conto alla rovescia segnava 1 minuto e sentivo gattonare in giro per casa, ma ancora lontana dalla camera da letto. A 10 secondi dalla fine la sentii in fondo al corridoio, stremata sicuramente. Arrivò con 15 secondi di ritardo. Fu una delusione, speravo in molto di più.
Decisi di lasciare la canna per dopo, quando avrei dovuto avere meno controllo su me stesso. La feci salire sul letto e feci passare una corda per le anelle alle caviglie, polsi e collare. La bloccai in una posizione fetale La bendai e andai a prendere la cintura e la paletta in cuoio che avevo preparato. Entrambe erano oliate per aderire meglio sulla pelle, un trucco che mi avevano insegnato tempo fa su un blog e che dava sempre soddisfazioni.
Senza preavviso diedi 10 colpi con la paletta in cuoio. La lasciarono senza fiato. “Silenzio”
Ne diedi altri 10 sempre sulla stessa natica. Non fiatò. Presi la cintura e direzionai i colpi prima sui piedi e poi sulle natiche. Colpi leggeri e ripetuti. Dopo aver dato i primi colpi violenti ora stavo rendendo sensibile la sua pelle, si stava arossando e ogni colpo la rendeva più sensibile al successivo. Non dovevo aumentare la potenza, solo la velocità.
la slegai il giusto per permetterle di tenere una posizione “alla pecorina”, slacciai la zip del corpetto e le scopri tutta la schiena.
“Ora conta, se perdi il conto ricominciamo da capo. Dobbiamo arrivare a 100. Ci arriveremo in un modo o nell’altro” erano queste frasi che generavano paura e sconforto, sapere che si è davanti alla sola possibilità di soffrire, qualsiasi cosa capiti, si potrà solo soffrire.
I primi 10 colpi furono leggeri e non perse il conto. Altri 10 più forte, poi altri 10 sempre più forte. Da prima contava con voce calma, ma più ci si avvicinava alle 50 frustate, più la voce divenivano urla, le prime lacrime iniziavano a scendere. La 50 esima le tolse quasi il fiato per un secondo, iniziò a contare gridando, piangeva di sconforto e il suo culo era sempre più rosso. le corde erano tese, ma non si muoveva. Non si sottraeva. Arrivati a 80 colpi singhiozzava senza riserva, ogni colpo era puro dolore. Prima degli ultimi 10 mi fermai un attimo “ti farò un favore, gli ultimi 10 finiranno in un lampo” e senza darle tempo diedi 10 schiaffi con la mano aperta alternando le due natiche. Contò ancora gridando e urlando. Quasi rideva arrivata a 100. La slegai del tutto, la lascia ferma piano piano si adagiò.
Uscì dalla stanza e presi un sacchetto pieno di piume d’oca, era ora che capisse cosa volesse dire seguire le mie regole e che il dolore non è mai fine a se stesso.
Rientrai nella stanza e le legai mani e piedi al letto, non si sottrasse a niente. Le natiche erano rosse, segni scuri e un accenno di livido mi provocarono un erezione istantanea...come avrei voluto leccarla per sentire quel sapore metallico che tanto mi faceva impazzire. Fissai il sacchetto alla barra di legno che era fissata al muro con due ganci e una corda, era una struttura che avevo creato tempo fa per Stella, fu con lei che lo usai l’ultima volta. Fu un emozione per me.
Il sacchetto aveva un foro e faceva cadere i petali uno alla volta o più alla volta, in modo casuale, ma la sensibilità della pelle era tale che anche solo lo sfiorare di una piuma provocava i brividi. Col tempo ero riuscito a trovare il modo per evitare che si bloccassero i petali e dare continuità ala pratica per una buona mezz’ora.
Non potei evitare di toccarmi sentendo le sue grida, vedendo i brividi e percependo che il piacere stava prendendo il posto del dolore. Guardai l’orologio, l’alba sarebbe stata alle 7, era già mezzanotte. Lei godeva e io impazzivo.
Preparai il letto con la cerata mentre la facevo bere dalla ciottola, era bendata e non poteva vedere la struttura che stavo preparando sopra all etto. Due file di candele che avrei posizionato in modo che la cera cadesse dai piedi alle schiena.
Una volta finito la legai nuovamente e le tolsi la benda, misi vicino al viso un orologio, faceva le 00:30 “io tornerò alle 2:30, potrai chiamare e supplicare, ma non servirà. Non preoccupati per le grida, questa stanza è attrezzata anche per questo”.
Aprii la porta ma non la chiusi, mi fermai a guardare il momento in cui le prime gocce l’avrebbero colpita. Passarono circa 3 minuti e il primo urlo ruppe il silenzio. Chiusi la porta e andai in salotto.
Le due ore successive furono magiche, la sentii prima supplicare, poi gridare ed infine un susseguirsi di urla di piacere e dolore. Dopo un’ora andai a vedere in che condizioni fosse, quasi venni per lo spettacolo. Due delle candele avevano caricato il proprio succo sulle natiche e piano piano avevano ricoperto tutto l’interno coscia, potevo vedere le labbra della figa e la zona circostante coperta di cera e vibrante. Non urlava più, semplicemente vibrava, piccoli grodolini, il fiato corto e gemeva.
“Le candele sono circa a metà”
“grazie padrone”
“Di cosa mi vuoi ringraziare?”
“di questo” ma fu troppo parlare in quella situazione e gridò per l’ennesima goccia che colava sul fianco
Quella ragazza mi stava facendo impazzire, mi ricordava troppo Lei, il suo piacere, il suo godere di ogni cosa, l’abnegazione. Dovevo stare attento….ma evidentemente non lo sono stato…
Dopo un’ora tornai e la ritrovai in uno stato pietoso. Le candele erano finite ed era ricoperta di cerca su tutta la schiena e le natiche.
Presi la frusta e iniziai a colpirla cercando di far saltare via la cera. Ci volle diverso tempo, tornò ad urlare, ma non quando la colpivo tre le grandi labbra, li era piacere e io colpivo più forte.
Era ora di una pausa, per entrambi la slegai e le diedi 30 minuti di tempo per lavarsi, pulirsi e rilassarsi un po “Per la prossima mezz’ora sarai Lola e non la schiava e come tale ti tratterò” le dissi sorridendo, come se non avessi goduto nel vederla piangere di piacere.
“Li c’è la doccia, li una canna, gli asciugamani sono già in bagno e se vuoi altro hai 30 minuti per chiederlo, io pulirò un po camera e ti aspetterò nel salotto. Non c’è bisogno che ti rivesti” e con un sorriso sempre più sincero e onesto mi congedai.
Pensai che forse una sera non bastava a nessuno dei due, erano già le 3 di notte, Tra meno di 4 ore sarebbe arrivata l’alba e lei sarebbe andata via, per sempre. Non mi piaceva.
Mancavano 10 minuti allo scadere della pausa e lei tornò fumando la canna che avevo preparato “Non fumi malaccio” “Grazie, sai il segreto è il contadino giusto” e ci mettemmo a ridere. Quei pochi minuti furono rigenerativi per entrambi. Ci guardavamo, ma non con lussuria, ma con ammirazione. Stavamo bene. “Tra 4 ore tutto finirà. Ne sei sicuro?” mi prese lei alla sprovvista “Temo di non potermi fermare ad una notte sola” “Nemmeno io…”
Mi alzai e la portai in camera da letto “Questo è un regalo per te” le dissi “questo l’ho usato solo con Lei, mai con altri”. Lei era sbalordita ma mi guardò fisso negli occhi “Senti ho ancora 20 secondi poi non potrò dire più niente. Domani sera alle 19 io sarò nello stesso posto di ieri e ti aspetterò. Basta che mi fai provare ancora tutto questo” mi lasciò senza parole, s’inginocchiò e si mise a cuccia.
“Se resisti a questo, domani sera ti aspetterò. Ora in piedi”
La feci avvicinare alla struttura, una croce di s.andrea con dei piccoli tubicini da cui uscivano gocce di acqua gelata. La legai e posizionai i tubi in modo da far cadere le gocce d’acqua dalla spalla, sul solco dei seni, poi giù verso la pancia, il monte di venere e le gambe..un lento e incessante goccia a goccia.
Un ventilatore creava un leggero venticello. La guardai mentre si contorceva e vibrava per le sensazioni che provava. Ogni tanto la frustavo, colpivo il clitoride, la portavo all’orgasmo e poi la lasciavo li a supplicare. Erano due ore, il clitoride era gonfio, ad ogni frustata urlava sempre di più, gridava di piacere e di dolore, diceva frasi sconnesse e tremava. Io con lei. Non ce la facevo più.
Mi spogliai, slegai le catene, tolsi la benda e la portai sul letto. Legai le gambe alle corde sul soffitto e iniziai a soddisfare anche le mie passioni carnali.
Inizia a scoparle il culo con colpi decisi, volevo provare il suo stesso dolore misto a piacere, spinsi dentro con forza, decisioni. Il suo dolore era il mio, fino a quando il suo piacere divenne il mio e la lubbrificazione della figa scese a dare sollievo ad entrambi.
Aumentai il ritmo fino quasi ad esplodere e mi fermai. Quei momenti in cui il cuore quasi scoppia, quando senti che il battito del cuore è sincronizzato al suo, il dolore che provate vi ha legato e le grida di uno sono il piacere dell’altro.
Dopo un’ora le regalai uno degli orgasmi più devastanti della sua vita, la pompai fino a sentire male, mi bruciavano i fianchi, il respiro mi mancava e vedo nei suoi occhi che non poteva più smettere di godere, quando sentivo che non ce la facevo più presi la candela e iniziai a farle colare della cera sui capezzoli mentre aumentavo i colpi. Le sue grida e il suo dolore alimentavano il nostro piacere. Mi supplicò di godere. Diceva che se lo era meritato.
Guardai l’orologio, erano le 6:56.
Spensi la sigaretta, puntai il cazzo nel suo culo e lo spinsi dentro on tutta la forza che avevo richiamato, con una mano mi puntai al letto, l’altra la strinsi sul suo collo.
Sentivo il suo respiro sotto le mie dita, pompavo più forte che potevo, sentivo sempre più netto il battito del suo cuore e il suo respiro farsi sempre più corto. GLi occhi chiedevano pietà, le mani cercavano di avvicinarsi ma erano legate. Sentivo l’orgasmo arrivare, strinsi l’ultima volta e vedi nel suo volto la paura, la fame di aria e poi in un’attimo l’ossigeno e l’orgasmo di entrambi in un susseguirsi di spasmi, urla, grida e due corpi che si contorcevano dal piacere.
Suonò la sveglia, erano le 7.
“Scusa se parlo, ma devo ringraziarti. Non posso descrivere quello che ho provato, ma se ne sarò degna, stasera alle 19 saprai come trovarmi. Ora padrone mi laverò, mi vestirò e uscirò. Buona giornata.”
So che era uno sbaglio, ma “Ci vediamo stasera Lola. Alle 19 qui. Buona giornata”

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