Messalina 2020 - Cap. II

Scritto da , il 2020-01-12, genere dominazione

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Mama Flores era preoccupata per Ellen e non ne sapeva il motivo.
Quindi era incazzata nera e le fumava il cervello sotto i capelli corvini, lunghi ed irrequieti.
In trent'anni aveva imparato che doveva preoccuparsi solo delle rogne che non sapeva da dove arrivavano. Erano quelle che odiava più di tutte, perché le mettevano ansia e la riempivano di dubbi sul da farsi. Lei era una che attaccava, non stava ad aspettare: immediatamente, senza perdere un secondo, affrontava di petto qualsiasi problema o stronzo che si presentava e non si contavano quelli che s'erano spaccati i denti contro il suo giunonico petto.
A confermarle che niente stava andando per il verso giusto, quella mattina Ellen era scesa a prendere il sole nel cortile dietro l'albergo e s'era stesa in un angolo, lontana dalle altre ragazze che sedevano sul bordo della piscina. Mama spense la fiamma, spostò la padella e le andò incontro con un canovaccio in mano.
“...”
“Ciao, Mama... è bello qui.”
“Devi dirmi cosa succede, figlia mia.”
“... ho bisogno del tuo aiuto.” Spostò di lato le gambe e Mama Flores si sedette ai suoi piedi, di punta sul lettino.
La sera prima, nonostante il gran movimento, la direttrice (come amava essere chiamata) notò due cose che non le piacquero per nulla. Prima cosa: un tizio che aveva chiesto Ellen. Okay, capitava, non era uno della base, Mama aveva anche clienti della città, ma era convinta di averlo già visto da qualche parte, non nel suo locale. Questo però lo realizzò solo quando, all'ora di chiusura, lo vide rientrare con un europeo e sedersi al tavolino di fronte alla vetrina di Ellen. La fortuna volle che la ragazza era già in camera a farsi scopare dal suo innamorato nero. Fortuna? Non sapeva nemmeno lei perché s'era sentita fortunata. C'erano guai in arrivo, li sentiva. La chiamò in camera: mamma santissima!, quella nemmeno si preoccupò! Volle solo sapere com'era l'europeo e dopo due secondi di riflessione disse calmissima: “Devo lavorare... domani ti dico, grazie Mama.” E riattaccò. Mama Flores passò la notte agitata, sperando ardentemente che il cazzone nero spaccasse una volta per tutte il culo a quella puttana.
Ellen l'aveva messo in conto. In un certo senso s'era preparata. Sapeva calcolare le variabili - lo faceva di lavoro – ed aveva valutato al 18% il rischio d'essere scoperta, nonostante le mille precauzioni poteva prendere.
Il suo imperativo era il basso profilo: doveva vivere invisibile. Evitava qualsiasi ruolo mondano ed all'interno del gruppo di papà figurava come una semplice funzionaria, anche se c'era lei dietro qualsiasi affare, fusione, capitalizzazione... Anche nei rapporti coi clienti manteneva un ruolo defilato: mandava avanti altri e nelle riunioni si limitava ad ascoltare, per poi decidere.
Viveva sola, senza personale domestico, in un bell'appartamento nel porto di Nyhavn ed andava al lavoro nella sua Porsche nera: doveva sembrare solo una ricca e bella ragazza come ce ne sono tante a Kopenhagen.
Dopo la chiamata di Mama si chiuse in bagno e dedicò tre minuti a valutare la situazione. L'errore era stato l'aereo noleggiato a Miami: un rischio inutile per evitarsi un viaggio lungo e noioso. Poteva essere la rovina completa, ma non appena Mama le descrisse l'europeo, capì che non tutto era perduto: era venuto di persona! Era solo lui, non c'erano altri coinvolti, a parte il colombiano, sicuramente un investigatore privato o magari un giornalista locale. Se lo ricordava bene: era stato il suo unico cliente sopra i trent'anni. Quello che per tutto il tempo l'aveva chiamata troia, succhiacazzi, cagna, ficarotta, pigliacazzi ecc... ma a tanti piace così. Questo pirla non doveva essere un grosso problema.
Il problema era Christian: le sarebbe costato moltissimo.
Tornò da Martin, nudo sul letto. Ne vedeva solo i riflessi della sua pelle lucida. Il marine le aveva appena detto che avrebbe voluto essere ricco per poterla comprare come schiava. “Qualcosa non va?”, le chiese titubante. “No, solo una noia... quando ti finisce la licenza?”, volle sapere. “Mi spettano ventun giorni, me ne restano dodici.” “E non sei tornato a casa?” “No, a Chicago non ho nessuno e qui la vita costa meno.” Ellen salì sul materasso, in piedi per farsi ammirare, e si sedette sulle ginocchia, vicino a lui; gli carezzò i capelli a spazzola. “Quanti anni hai?” “Ventitré, tu?” “... sei di più.” Intrecciò le dita con le sue: “Sei mai stato in missione?” “Iraq e Thaiti”, rispose soltanto, non ne voleva parlare. Ellen lo carezzò dove voleva: “Ho bisogno d'un favore. Domani mattina.”
Gli si distese sulle gambe, protendendosi verso il comodino, Martin si raddrizzò seduto: “Sono le chiavi del mio appartamento. Devi prendermi tablet e cellulare... io non ci posso andare, c'è uno che mi segue... no, no, sta' tranquillo, ti racconto domani, è tutto a posto, tu devi farmi solo questo piacere.” Gli spiegò bene tutto.
“Sai che stavo pensando? Che se non tu non sei abbastanza ricco per comprarmi, potrei assumere io te come bodyguard? Ti piacerebbe?” Lo baciò. “Sarebbe fantastico!” Rise. “Costerei molto meno di te!, io m'accontenterei d'un pezzo di pane pur di starti vicino.”
“Io m'accontenterei d'un cazzo... Okay, intanto prendimi il tablet, ora dobbiamo...” Glielo prese in mano e rise: “... mi sa che stasera Mama non t'ha regalato la pasticca azzurra!” “Quella strega non sgancia un peso!... ma tranquilla, non serve.” “... però te lo fa scoppiare!” Si chinò ancora verso il comodino, questa volta Martin le spinse due dita in figa. “Guarda cos'ho qui!” Gli fece vedere una pastiglia, se la portò subito in bocca e chiuse le labbra in un bacetto. Martin la baciò eccitato, con le mani le cercava i seni e con la lingua la pastiglia che gli sfuggiva sempre: Ellen gliela spinse in bocca. L'inghiottì senza staccarsi dalle sue labbra: lei gli si contorse contro, stringendolo in vita con le gambe allacciate. Era incollata a lui, le sentiva fremere il ventre infilzato dal suo palo. Ora gli sarebbe rimasto duro per ore e la pressione gli avrebbe annebbiato il cervello. Limonarono a lungo, finché lei non si scollò e lo fissò con gli occhi stravolti. Tremava sudata: “Fammi male, ti prego, devi farmi male.”

Mama le sfiorò il segno sulle caviglie: “... non aveva pagato per legarti.”
“Gli ho fatto un regalo.”
“Tu sei liberissima di rovinarti, ma io non mando tutto a puttane!”
“Ma m'hai sempre detto d'essere gentile coi clienti.”
“Non fare la stronza con me! Quel negro, per me, non t'avrà mai pestata abbastanza! Sai di che parlo! Dimmi chi sono.”
“Uno, credo, un investigatore privato o un...”
“Lo conosco! Ecco dove l'ho visto!!! È un miserabile che ha rovinato una mia cara amica che stava divorziando. Ha testimoniato che lei aveva una relazione con uno... beh, in effetti, lei aveva un amico... ma è un bastardo, non si fanno certe cose.”
“L'altro è uno che mi può rovinare. Si chiama Christian.” Attese qualche secondo e raccontò tutto a Mama Flores. Ellen aveva pensato a lungo a questo momento, sicura che prima o poi sarebbe arrivato. Si fidava di quella donna, perché ne conosceva profondamente l'etica (odiava spie e ricattatori) ed il desiderio di tranquillità (Mama aveva paura della vecchiaia). Quindi le disse: “So che l'albergo, come lo chiami tu, non è tuo. È di una società, la *** di Panama City. Lo so perché è mia... oggi Martin mi porta il tablet e ti faccio vedere tutto. Devi credermi, non ho motivo di prenderti in giro...”
Mama s'alzò di scatto e cacciò a male parole le ragazze sedute in piscina. “Vieni, non possono aver sentito. Queste cose si discutono in ufficio.”
Il problema per Mama non era tanto digerire che una bella ragazza di buona famiglia volesse farsi ingroppare in un bordello dall'intera base di Tolemaida, quanto credere che Ellen fosse davvero ricca. “Lo sono.” Le ribadì. “A me a questo punto non importa nulla se questo albergo chiude... non ti sto minacciando: capiterà questo se non m'aiuti.”
La donna rifletté a lungo, dimenticandosi di quella troia seduta di fronte a lei: quella puttana l'avrebbe rovinata, l'aveva sempre saputo, anche se le piaceva... A questo punto Ellen parlò: “Qui t'ho concesso il settantacinque, okay, ti cedo il settantacinque anche dell'albergo... diventerebbe praticamente tuo.”
“A quanto?”
“Il tuo silenzio ed il tuo aiuto, più... facciamo dieci dollari statunitensi.”
Mama Flores le tese la mano con il biglietto.
“... però, se le cose si sistemano, posso tornarci quando voglio.”
Mama sorrise: “Certo potrai venire a farti sbattere quanto vorrai, ma mi lasci sempre il settantacinque.”

Martin le trovò che pranzavano insieme. “Qua fuori c'è uno che spia. È seduto in una Subaru bianca.”
Non l'ascoltarono nemmeno; Ellen accese il tablet e mostrò alla sua nuova socia tutto quello che doveva vedere. Le girò immediatamente il settantacinque per cento di quello che era depositato sul conto della società panamense, calcolato alla virgola; il restante se lo prelevò lei. “In settimana t'arriverà un plico da firmare, per subentrare come socia... poi ovviamente dovremo rimetterci dentro qualche soldo.”
Con Martin, che non capiva un cazzo di quello che stava succedendo, fu più sbrigativa. Gli fece un bonifico per seguirla una settimana in Europa: “È la paga per una settimana. Vedrai coi tuoi occhi: se decidi di rimanere, ti assumo.”
“Ma è pazzesco!”
“Non vuoi venire?”
“Vengo, ma non si può, ho firmato nell'esercito... e per cosa m'assumeresti?”
Ellen inspirò profondamente: “Ho un grosso problema. Avrò bisogno d'un uomo vicino... ti racconterò tutto domani, in aereo; ma se vuoi chiamo già adesso mio padre: lui gioca a golf con un sacco di generali. Sentirai da lui che il congedo immediato non sarà un problema, se decidessi di restare da me. Ti aspetto domani mattina alle dieci, in aeroporto... oggi non puoi rimanere qui.”
Martin non ci credeva. Mama Flores, ch'era rimasta in disparte, l'aggredì: “Vedi una buona volta di ragionare col cervello e non con le palle! Amico, se perdi quest'occasione sei il più minchione ch'è mai entrato nel mio locale.” Poi, una volta sbattuto fuori, sogghignò verso Ellen: “Quello ragiona con i coglioni, ma tu con le ovaie.” e le strizzò l'occhio.
Ellen non aveva voglia di ridere. E nemmeno di pensare. La lasciò con un bacio insipido e si ritirò in camera. Non aveva ancora cambiato le lenzuola e c'era un forte odore di sesso. Ripulì e riordinò dapprima meccanicamente e poi, via via, in modo sempre più maniacale; in bagno lucidò a specchio ogni superficie, con le gocce di sudore che grondavano sul pavimento. Si fece la doccia e le toccò ripulire a terra, senza spazzolone, sfregando inginocchiata con lo straccio in mano. Ritirò la roba stesa, ma rilavò top e slip che puzzavano ancora. Il lavandino faceva di nuovo schifo. Ricominciò, sperando di cancellare tutto.
Appena si fermava sentiva i lamenti del suo corpo. Con Martin s'era presa uno strappo alla coscia, le dolevano collo e spalle e le bruciava la spelatura sulla caviglia: era colpa sua, aveva cercato di liberarsi mentre la scopava in gola e la sbranava in figa. Si lisciò tutto il corpo con creme e s'inflisse una ceretta inguinale, che non serviva, ma che finse di farle un male cane. Si sarebbe rapata a zero. Si buttò sul letto pulito. Voleva scomparire e s'addormentò.
La risvegliarono i movimenti in corridoio. Non ci pensò due volte: si truccò ed indossò dei calzoncini bianchi, aderentissimi, di una taglia più stretti, e un top sollevato sui seni. Chiamò Mama: “Io scendo lo stesso.”
Era strana e triste, ma i giovani soldati non se n'accorsero: per loro era una magnifica puttana innamorata del proprio mestiere che s'inginocchiava davanti ai loro cazzi; una cagna riconoscente che per pochi dollari succhiava da far male e li stringeva con le gambe implorandoli con le lacrime agli occhi di sbatterla più forte. Era la fantastica figa uscita dai loro sogni erotici da tener bloccata per i capelli, da baciare inchiodata al materasso, da mordere ai seni, da far volare in aria a colpi nel culo, da far godere e lasciar tramortita sul letto... ch'era quello che per cui era nata. Quello che sapeva di meritare.
Ad uno, un bellissimo stallone con i muscoli di Martin, glielo succhiò come una forsennata fino a farlo sborrare in bocca. Lo tranquillizzò subito: era incazzato, voleva scopare. Lo coccolò premurosa e dopo pochi minuti era di nuovo carico: la sbatté ed inculò come in percorso di guerra, colandole addosso litri di sudore.
In una pausa Ellen chiamò Martin: “Sì, ciao, volevo sentirti per domani, okay okay, grazie... no, qui va bene, ma volevo sapere se eri contento... se ti piaccio davvero così...” Martin le allargò il cuore: “Ahahah, davvero ti diventa duro appena senti la mia voce?... ma guarda che non posso essere solo tua.” Lo ascoltò a lungo, rispondendo a monosillabi e stringendo fra le dita il lenzuolo. “... non potevo incontrare uno migliore di te. Tu mi capisci... ciao, ora devo scendere in cabina.”

Mama Flores li vide entrare dopo cena e li affrontò immediatamente. Assalì subito il colombiano: “Qui non possono entrare gli spioni! Non mi piacciono quelli che annusano le lenzuola. Quello che c'è stato fra la mia ragazza e questo signore non sono affari tuoi. Sparisci!” Lo disse perché il maiale si convincesse ch'era una semplice storia di coppia e non sospettasse nulla di più di un fidanzato che scopre che la sua amata fa la puttana. Raul, comparso dal nulla, lo prese per la collottola e lo buttò fuori, convincendolo a suon di ceffoni a non farsi più rivedere.
“Io posso rimanere?” Chiese ironicamente l'altro. Aveva un accento sgradevole.
“Sei il benvenuto se paghi,” Mama Flores si sedette al suo tavolo e l'osservò ancor più attentamente della sera prima: era un tipo di 40-45 anni, molto curato, alto e ben messo, ricco e sicuro di sé. Uno che emanava il calore di un ramarro: un serpente molto furbo e pericoloso. L'esperienza professionale le disse anche che non era messo male lì. “... Ma non mi puoi chiedere Ellen: lei non vuole incontrarti qui. M'ha detto di riferirti che ci sarà alla riunione del 19.”
“... Bene, ma può essere così gentile di dirle che la riunione è spostata? Si terra a casa mia... Mama Flores, vero?”
“Chiamami solo Mama. Okay, questo è tutto. Se vuoi un'altra ragazza ce ne sono di belle quasi quanto Ellen.”
“... in effetti, m'è venuta voglia... ma mi piacerebbe qualcosina di davvero piccante, sai?, una bella e docile schiavetta, con i giochini e tutto il resto... ma una puttanella resistente come Ellen.”
“Non puoi, non lo permetto agli sconosciuti.”
“Peccato, eppure Ellen t'avrà raccontato...” Fece il sornione. Allungò una mazzetta di cento dollari e l'aprì a ventaglio, perché Mama potessi contarli con un'occhiata. “Ieri mi sono perso lo spettacolino di Ellen in vetrina; mi piacerebbe vederla in azione. Se me ne organizzi un altro sono tuoi... Mi pare una soluzione soddisfacente per tutti, no? Io guardo soltanto.”
Mama Flores capì cosa sarebbe toccato ad Ellen una volta a casa. La chiamò: “... Figlia mia, quello è un bastardo figlio di puttana.” “Lo so, ma al momento non posso farci nulla e devo concedergli subito qualcosa per tenerlo calmo, poi me la vedrò io... Non temere: me la caverò.” Non era spaventata; era eccitata da questa sfida.
Al quarto Mama vide l'europeo alzarsi, dare un ultimo sorso al mohito ed andarsene, lasciando due monete sul tavolino. Non avvisò Ellen. Il tizio aveva pagato per dieci ganzi e la sua socia aveva bisogno di non pensare.

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