Fidanzate - Tradimenti

Scritto da , il 2019-12-04, genere etero

Una cosa mi dispiacerebbe. E cioè che si pensasse in giro che Davide è un coglione. Non lo è, ma manco per niente. Tanto per cominciare, oltre a essere carino, è anche un ragazzo molto intelligente, simpatico. Sarà forse un po’ timido, ma poi nemmeno tanto, e in ogni caso, appena quel piccolo diaframma di insicurezza si infrange, è proprio uno diretto, alla mano, sempre disposto a farsi una risata e a non appesantire le situazioni. In quei due giorni e mezzo che abbiamo passato insieme in maremma mi sono proprio divertita, sono stata bene.

Mi piace anche fisicamente. Voglio dire, oltre al bel faccino e ai riccetti, ha anche un bel corpo. Quella notte, la notte di capodanno, non ci avevo fatto molto caso, eravamo troppo coperti. Sì, ok, avvertivo una certa, come vogliamo chiamarla, tonicità generale, ma non mi sembrava nulla di che. Invece è un atleta, gioca a calcio. Quando me l’ha detto mi sono immediatamente ricordata di Linton, il calciatorino che ho conosciuto l’estate scorsa a Londra. E anche se non ha bicipiti e pettorali ipertrofici ha un bel corpo, ha gambe e natiche che sembrano d’acciaio. E’ un piacere sentirsi stretta, o stringerle. E per esempio, anche se siamo imbacuccati per il gelo, è un piacere anche passeggiare stretta stretta a lui, non mano nella mano. Cioè, è lui che stringe. Mi dà un senso di calore e di protezione.

L’unica cosa su cui la sintonia non è proprio perfetta, se vogliamo cercare il pelo nell’uovo, è il sesso. Ma anche qui, non mi fraintendete. Tanto per cominciare, Davide è molto concentrato sul mio piacere, quasi fissato direi. Anche se non è bravissimo, non posso davvero rimproverarlo per l’impegno con cui mi mette la testa tra le gambe fino a farmi strillare. E poi ha un bel cazzo, e anche tanta, tanta voglia di usarlo. Vi assicuro che, sotto o sopra di lui, ho strillato parecchio pure in quei momenti. Proprio come farebbe una brava ragazza che si gode il suo bravo ragazzo.

Solo che, ecco, la cosa che mi manca è quel momento in cui… come spiegarvelo… quel momento in cui… E’ una cosa che si sente, immagino. O almeno io la sento tantissimo quando c’è, e quando non c’è ne avverto la mancanza. Quel momento in cui LUI, il maschio, prende il controllo, lo esige. In cui spadroneggia e perde la testa, non gliene frega più un cazzo di niente. Quel momento in cui magari ti può amare come la cosa più preziosa del mondo ma non gliene frega un cazzo nemmeno di quello. E tu sei solo un buco caldo e bagnato, una lagna di gemiti e strilletti, un urlo prolungato. Quel momento in cui diventa un animale, insomma, e tu sei solamente qualcosa da usare.

Per farvi capire meglio. Sopra o sotto, vi dicevo. Ma per esempio da dietro mai, ma proprio mai, chissà perché. E nemmeno su un fianco, per dire. Forse perché gli piace guardarmi in faccia mentre mi scopa, che ne so. Forse, boh, prima o poi lo farà. Ma per il momento le nostre chiavate sono queste: io sotto e lui sopra, o viceversa. E’ bello anche così, eh? Certo che è bello. Però, che ne so, non c’è mai con lui quel momento di brutalità sublime di chi ti afferra la nuca e ti mette in ginocchio e a te non resta altro da fare che aprire la bocca. Oppure di essere messa a pecora o sbattuta giù a novanta gradi da qualche parte. Quel momento che significa “adesso basta, qui comando io”. E non parlo della sensazione di soffocamento o del fatto che quando vengo infilzata da dietro lo sento di più, o dei capelli tirati, del sedere offerto alle sculacciate più severe. Tutte cose che adoro, d’accordo, ma adesso sto parlando di un’altra cosa. Sto parlando di quella piccola violenza che pretende implicitamente passività, subordinazione. Io, in quegli istanti lì, dietro a quella piccola violenza ci sbrocco, sapete? Se non c’è, se non la avverto, è come se mi mancasse qualche cosa. Ormai è così, lo so, so come sono fatta.

Però, ve lo ripeto, non pensate che con Davide non mi sia divertita anche in posizione orizzontale. Magari è questione di dettagli, oppure abbiamo immaginari erotici differenti. O forse dobbiamo solo imparare a conoscerci.

Che poi, anche il bel Davidino, non è che sia proprio il presidente dell’Associazione dei Padri Pellegrini, eh? Il suo repertorio, più o meno inconsapevole, di porcate ce l’ha pure lui. La seconda sera, per esempio, mentre tornavamo alle nostre terme da Pitigliano, accosta la macchina su una piazzola, un po’ distante dalla strada. Si ferma e mi bacia. Rispondo con un certo entusiasmo, anche se un po’ sorpresa. Voglio dire, non me l’aspettavo proprio. Ancor meno mi aspettavo che, dopo avere limonato un pochino, mi dicesse: “Lo sai cosa mi piacerebbe, ora?”. Credevo che per lui certe questioni fossero da regolare solo una volta tornati in stanza. E invece, cinque minuti più tardi, era lì che rallentava di colpo giusto un attimo prima di inondarmi la bocca. Sì ok, io anche ero stata un po’ zoccola da proporgli “ce la fai a guidare senza ammazzarci mentre…?”. E sì, magari ero stata anche bugiarda, oltre che zoccola, nel dirgli che era la prima volta che lo facevo a qualcuno che guidava. Però mica era venuta a me l’idea del pompino lì, in macchina, nel buio di quelle strade di campagna.

E magari, come vi dicevo prima, è vero che dobbiamo imparare a conoscerci, ad abbattere certe barriere. Perché lui è fatto così e io… beh io con lui non sono quella sgualdrinella di Annalisa. Non so perché, ma proprio non ci riesco. Io con lui sono Giulia, no? Me lo ripeto. Almeno una volta all’ora me lo ripeto: adesso glielo dico, faccio ancora in tempo a buttarla sullo scherzo innocente, glielo dico che non mi chiamo Giulia. E quella sera, ve lo giuro, la sera del pompino on the road, stavo quasi per dirglielo, quando lui, a tavola, ha steso il braccio per afferrarmi una mano e sussurrarmi “Giulia, posso confessarti un mio desiderio?”. Che cazzo vi devo dire? Si vede che si era fatto più audace. Non così audace come i miei auspici, ma un po’ più audace sì, dai.

In realtà, sulle prime, non avevo la minima idea di cosa intendesse per desiderio, non sapevo a cosa si riferisse. Per quanto ne sapevo io, avrebbe anche potuto chiedermi di andarcene a fare una passeggiata su una gamba sola dopo cena. “Puoi confessarmi tutto quello che vuoi”, gli ho però detto con un tono così privo di ironia o sarcasmo che ha sorpreso pure me. Cazzo, mi sembravo Cameron Diaz nel Matrimonio del mio migliore amico, la fidanzatina perfetta. Certo, sempre se nella perfezione delle fidanzatine comprendete anche la capacità di pensare ciò che ho pensato io quando mi ha detto, bisbigliando che quasi non lo sentivo, “è una cosa che vorrei fare quando saliamo in camera”. “Sesso?”. Sì”, ha risposto. Uaaaaoooo… ho pensato, mi vuoi bendare? Mi vuoi legare? Me lo vuoi mettere nel culo? Magari tutte queste cose insieme? Sì, ok, lo ammetto, lo sapete che non ci vado matta per certe cose, ma sarei stata anche pronta a… Cioè, non ci sarà mica solo un modo di essere la fidanzatina perfetta, no? Sarei stata volentieri perfetta anche in quello, lo giuro.

E invece niente. O meglio, proprio un’altra cosa. Ma che detta lì in quel momento mi è apparsa anche più sconcia di tutte le sconcezze sopra le quali mi stavo facendo un film. E se devo dirvela tutta, se a pensare di essere legata, bendata e inculata da lui iniziavo a bagnarmi, quando mi ha fatto la sua proposta sono proprio diventata un lago, tanto che ho cominciato a temere per il colore dei miei jeans tra le gambe. E’ molto difficile finire i pici al ragù con le mutandine completamente zuppe, sapete?

Zuppe non tanto per la richiesta in sé, ma perché proveniva da lui. E ok, un po’ sì, lo riconosco, anche per la richiesta in sé.

Siamo saliti su senza nemmeno aspettare che il cameriere ci venisse a chiedere se volevamo dell’altro. Mi sono tolta i pantaloni e sì, stavano già cominciando a bagnarsi. Delle mutandine nemmeno ve ne parlo. Che ci volete fare, mi capita così. Grazie a Dio. I maschi ci escono pazzi.

Mi sono tolta anche il maglione, perché cominciavo davvero a bollire. Sono rimasta con il top e ho sfilato una spallina, mi sono scoperta una tetta. In questi giorni il reggiseno non l’ho indossato mai, perché mi ha detto che gli piacciono le ragazze senza e io non è che ne abbia tutto sto bisogno. L’ho guardato ed era eccitato, ma mai quanto me. Perché stavo per fare una cosa che, boh, non so se l’ho mai fatta. Cioè sì, ora che ci penso sì. Con Tommy, in un contesto completamente diverso, dopo che avevamo scopato e non ci era bastato ancora. E poi con quel pazzo di pittore conosciuto su Tinder, anche lui a Londra, come Linton, che voleva farmi le foto per un ritratto proprio in quel momento lì, mentre mi masturbavo. Ma, tanto per cominciare, dovevo mostrargli le spalle. E comunque il sottotesto non era quello di un desiderio sessuale così esplicito come quello di Davide. Quel pittore, per quanto matto, in fondo mi voleva solo fare delle fotografie. Invece quella di Davide era stata proprio una cosa esplicita, era sesso. E poi, che me lo proponesse proprio lui, ve lo ripeto, non l’avrei mai immaginato.

Comunque, mi sono seduta sulla poltrona della stanza e ho aperto le gambe, le ho poggiate una su un bracciolo e una sull’altro. Indecente, oscena, con la mia fica già spalancata che dentro era uno stagno caldo e pulsante. Mi sono presa la tetta con una mano e ho cominciato a giocarci. L’altra mano l’ho portata più giù.

Perché sì, era questo che mi aveva chiesto. E l’aveva fatto in modo goffo, tenero, quasi di getto per superare la sua timidezza. “Vorrei vederti mentre ti masturbi davanti a me, per me”. Quando me l’ha detto, mentre eravamo ancora seduti al ristorante, ho avvertito una fitta fortissima, un senso di calore intenso, lo schiudersi del mio sesso, l’umidità pressoché istantanea. Ho miagolato un “oddio!” e gli ho stretto talmente tanto la mano che ho temuto di avergli affondato le unghie dentro. Si è quasi spaventato, mi ha fatto “non ti va?”. Ci ho messo un pochino per sorridergli ansimante e rispondergli “sì, mi va”. E ho aggiunto: “E’ una cosa così intima, sai?”. E il bello è che lo penso davvero!

Cioè, se mettiamo da parte quella volta a casa del pittore e le cose che si fanno mentre si scopa (le mani che scivolano dentro le mutandine mentre succhio cazzi nemmeno le considero), a me non è mai successo di masturbarmi davanti a qualcuno. Così, a freddo. E in modo così scomposto e spudorato, poi… Mia sorella Martina mi ha beccata una volta, io quattordici anni lei diciannove, e sono morta di vergogna, per dire. Conta poco il fatto che sapessi perfettamente che lo faceva pure lei. Anzi, non conta proprio un cazzo. E’ che in quel momento ti senti debole. No, in colpa no. Non io, almeno. Vulnerabile forse è la parola giusta.

E invece mi sono messa lì, a sgrillettarmi davanti a Davide. E mi vergognavo. Sì cazzo, mi vergognavo. Incredibile, no? E deve essere stato per la vergogna che gli ho piagnucolato a un certo punto “però spogliati pure tu”. Mica perché avessi pudore di essere nuda di fronte a lui vestito, figuriamoci. Quella è una cosa che mi eccita. Ma che ne so, probabilmente avevo voglia che fosse vulnerabile anche lui, almeno un po’.

Lo ha fatto, i miei occhi sono corsi alla sua erezione. Ho piagnucolato un’altra volta, ma se gli ho detto “prendimi!” con un tono quasi disperato non era tanto perché lo volessi dentro di me (cioè, sì, anche quello) ma perché volevo che finisse di guardarmi con quello sguardo stravolto mentre mi contorcevo. Mi ha riposto “no, ti prego, aspetta”. E’ stato zitto qualche secondo e poi ha detto “penetrati, mettiti le dita dentro Giulia”. E’ stata una scossa, mi sono pugnalata con due dita, quasi di colpo. Ho strillato. Ed è stato in quell’istante esatto che l’ho tradito.

Sempre con il pensiero, ma l’ho tradito ancora una volta.

Perché ho visto il suo cazzo duro puntato verso di me e ho pensato a Lapo. Poi ho messo da parte il pensiero di Lapo e al suo posto è arrivato Fabrizio, il mio scopa-amico che adesso è a lavorare in Arabia. E ho pure pensato “quando torni, Fabrizio… quando torni mi farò trovare così”. Poi ho scacciato anche il pensiero di Fabrizio per sostituirlo con quello di Giancarlo. L’uomo, il quarantenne che non mi ha mai scopata ma è come se lo facesse sempre, ogni volta che lo vedo. Già, da quando non lo vedo? Da quella sera che mi ha torturata con quell’ovetto che mi vibrava dentro, al ristorante. Penso a lui che finalmente, sì, finalmente cazzo, si appresta a fottermi e mi si inginocchia davanti quasi irridente dicendomi “ce l’hai fatta, eh? zoccoletta”. Lui mi chiama sempre zoccoletta. O troietta. O puttanella. Annalisa mai. Figuriamoci Giulia, lui manco lo sa chi è Giulia.

Giulia, Giulia, Giulia… Non è lui che lo dice, non è Giancarlo. E non sono nemmeno io. E’ una voce ansimante, arrapata. La voce di un ragazzo, che se lo sta menando a due passi da me.

Sento che sto arrivando a ondate. Stringo il seno, martoriandomi il capezzolo tra le dita. Altre dita mi fottono, inzaccherate, sciacquettano sempre più veloci. Mi inarco e mi contorco, so che tutto si sta per spegnere con l’ultima scossa. Prima di reprimere il mio strillo, come faccio a casa per non farmi sentire dai miei, l’unica cosa che riesco a dire, ma sarebbe meglio usare il verbo implorare, è “sborrami, schizzami addosso ti prego!”. Sento il suo rantolo e i suoi getti raggiungermi, giusto un istante prima di non capire più nulla.

Ne parlo con Serena, qualche giorno dopo. Le domando se avere pensato a Fabrizio e Giancarlo (Lapo non glielo nomino, visto che ne è innamorata) possa essere considerato un tradimento. Non sono sicura che mi ascolti, perché ho appena finito di darle una ripassata che se la ricorderà per un bel pezzo. E infatti la sua prima reazione è: “Ma scialla, ma che te frega…”, accompagnata da un abbraccio che chiede solo un bacio. E io la lingua in bocca non gliela nego.

Va bene, ok, l’ho distrutta. Con l’ovetto telecomandato da una parte e il manico della sua spazzola dall’altra. Sì, l’ovetto bluetooth è quello che Giancarlo ha usato su di me, ops, dentro di me, e con il quale poi si è divertita anche la mia amica olandese, Debbie. Si è divertita nel senso che lei, via mail, mi diceva come usarlo e io obbedivo. Cazzo, lo so bene come si deve sentire Serena, adesso. La spazzola invece è un giochino tutto suo. E’ lei che mi ha chiesto di usarla.

– Sai di ogni parte del mio corpo… – sospira quando finiamo di baciarci – nessuna esclusa.

– Che zoccola che sei… non ti è bastato? Ricomincio?

– Hihihihi nooooo… – grida ritraendosi.

Le prendo la mano e me la porto sulla fica, le spingo letteralmente le dita dentro di me, la invito a fottermi come ho fatto con me stessa davanti a Davide. Credo che abbia la forza di fare solo quello.

– E questo… – ansimo – e questo è tradimento?

Lei non risponde ma è come se ci mettesse più impegno, più cattiveria, con le ultime energie che le sono rimaste. Io invece ci metto pochissimo, sono troppo carica. Ci metto pochissimo e poi scoppio in uno strillo più acuto del solito.

Siamo nude e sudate, eccitate e sfinite, una accanto all’altra, nel suo letto. Stanche come solo noi possiamo esserlo quando decidiamo di lasciarci andare alla furia. E solo Dio sa quanto ci piace questa furia. Stiamo anche rischiando parecchio, perché uno dei suoi potrebbe tornare da un momento all’altro.

– Io vorrei sapere che cazzo te ne frega, davvero – dice quando il suo respiro torna più regolare – la cosa peggiore è che manco gli dici il tuo vero nome… Ma come cazzo ti viene in testa? Cosa ti dice il cervello?

– Non lo so – rispondo sapendo che ha perfettamente ragione – non ci riesco…

– Secondo me, sister, non te ne frega un cazzo di lui, è un film che ti stai facendo.

– Grazie – rispondo piccata.

Resta un po’ a guardare la mia incazzatura che si dirada, poi mi fa “vestiamoci, dai, apri la finestra e aiutami a mettere un po’ a posto il letto… cazzo, sembra che ci abbiamo scopato sopra… ahahahah”. La guardo a mia volta, mi tuffo verso di lei e l’abbraccio. La pressione delle sue tette sulle mie mi sembra la cosa più preziosa dell’universo, in questo momento. “Sere, Sere… sono stata così stronza con te…” piagnucolo. Cioè, più che altro piango. Improvvisamente mi sento sopraffatta dai sensi di colpa per come mi sono comportata alla festa di Capodanno. Non ne avevamo più parlato. “Non ti preoccupare, Annalì, so tutto”, dice accarezzandomi i capelli sulla nuca. “Tutto?”, le domando stupita. “Tutto”, ripete. “Ma tutto-tutto?”, faccio ancora. “Tutto-tutto, anche di Lapo… che tu abbia succhiato il cazzo anche a quell’altro, sinceramente, non me ne frega nulla, stai attenta piuttosto che non lo dica a Davide”.

– Non sei incazzata? – le domando con un misto di apprensione e stupore.

– No, non tanto.

– Non ti senti… tradita?

– No… cioè sì, un po’… maaa… boh, non so se sia giusto sentirsi tradite in questi casi…

– Se fossi in te… cioè… se io fossi te mi spaccherei la faccia… – le confesso.

– Tu non sei me. Se fossi come me non mi piaceresti così tanto.

Lo dice in tono neutro, quasi freddo. Senza nessuna sdolcinatura o affettazione. Eppure lo dice in modo così vero che quasi mi viene da piangere. No, anzi, piango proprio, mi spuntano le lacrime un’altra volta.

– Guarda che dobbiamo sbrigarci – mi sorride – qui tra un po’ torna qualcuno…

Ci vestiamo, riassettiamo, ci laviamo. Sono ancora in bagno che mi sto sciacquando la faccia che la madre di Serena rientra. Arrossisco al solo pensiero di lei che apre la porta della camera in camera mentre io torturo sua figlia con un ovetto impazzito nella fregna e un manico di spazzola piantato nel sedere… le sorrido un “buonasera signora, noi stavamo per uscire”. Un po’ perché sì, dobbiamo uscire. Un po’ per scappare via da quell’imbarazzo. Serena mi fa “senti, no, ci ho ripensato… ti accompagno ma poi torno a casa, sono stanca”. La guardo e mi crolla addosso la delusione, nello stesso tempo mi sale l’ansia. Tutte e due sappiamo perché, ma non è il caso di discuterne di fronte a sua madre. Le dico solo “ma no, allora vado da sola, non c’è bisogno che mi accompagni”. Nemmeno provo a convincerla a venire con me, lì per lì.

Invece, mentre siamo in motorino, torno all’attacco. “Ma guarda che mia sorella mica te se magna…”. Lei mi risponde di no, che è davvero stanca e, dice ridacchiando e con un tono di voce più che allusivo, “non so se ti rendi conto di quello che mi hai fatto”. Poi cambia di colpo intonazione e aggiunge: “E poi sono così scazzata…”. La stringo forte e le sussurro, per quanto si possa sussurrare in motorino in mezzo al traffico e con i caschi, “Serena mi dispiace così tanto… mi sento una merda”.

E mi ci sento davvero. Non solo perché mi sono fatta scopare da Lapo alla festa di Capodanno. Ma perché ho una storia con Davide, che non so nemmeno io se voglio avere, mentre lei vorrebbe Lapo e non lo ha. Vorrei che tutto fosse perfetto e invece non lo è. E mi sento in colpa per questo.

Poi fa una cosa che davvero non mi aspetto. Dice “sister, non ci pensare nemmeno”, accosta il motorino e scende, costringendomi a poggiare i piedi per terra per non cadere. Afferra il mio casco con entrambe le mani e mi tira a sé, mi bacia in mezzo alla strada. Non è semplice, con i caschi in testa, ma a me questo pare un bacio più intenso e appassionato di tutti quelli che ci siamo scambiate mentre scopavamo poco fa. E ve l’ho detto, è stata una cosa abbastanza furiosa. A vedere due ragazze che si baciano in quel modo in mezzo alla strada, qualche cretino pensa bene di dare un paio di strombazzate al clacson, magari qualcuno grida pure “a lesbiche!”. Ma non me ne frega un cazzo, non ce ne frega un cazzo.

Quando arriviamo, vedo la macchina di Martina dall’altra parte della strada. Le faccio un cenno e riconsegno il casco a Serena. Mi domanda allarmata “cazzo, ma l’ovetto te lo sei ripreso?”. E’ come se fosse terrorizzata all’idea che la madre possa trovarlo. “Tranquilla”, la rassicuro. Poi, ho una delle mie classiche sbroccate.

– Sai che non l’ho sciacquato? Saprà ancora di te – rido – stanotte me lo metto e ti penso.

– Ma quanto sei porca… – mi sorride anche lei dopo essere rimasta un attimo a guardarmi sbigottita.

La guardo anche io. Ci mordiamo il labbro tutte e due, in contemporanea. Ci viene da ridere forte, da sghignazzare. Si vede, siamo complici.

– Registrami il tuo vocale, quando lo fai – mi dice facendosi improvvisamente seria – e mandamelo.

– Magari ti chiederò di leccarmi dietro e infilarci il manico della spazzola, come hai fatto tu – ridacchio facendo una vocina ironica per dissimulare il crampetto che mi ha presa alla sprovvista, e anche per reprimere quella voglia di infilarle la lingua in bocca che, con Martina che ci guarda, non mi posso permettere.

– Dal vivo non ne hai il coraggio, eh? – mi prende in giro, di rimando.

– Non sono mica troia come te – le rispondo accarezzandole la spalla per salutarla.

Lei risponde al saluto imitando Lily Allen e canticchiando Fuck You mentre attraverso la strada. Sotto la mia gonna lunga di lana e i collant leggeri, sento chiaramente che mi sto bagnando un’altra volta.

Martina mi apre sorridendo la porta della sua Cinquecento. Sono due giorni che mi chiede di accompagnarla a comprare il regalo per Massimo, il suo fidanzato. Un cazzo di diffusore Bang&Olufsen che quando mi ha detto quanto costa, duemilacinquecento euro, mi è appena uscito il fiato di chiederle “cazzo Martì, ma sei scema?”. Mi ha risposto che su Amazon non l’ha trovato, ma io credo che la sua sia tutta una scusa per farsi un giro alla Rinascente dopo le nove di sera, quando non c’è quasi nessuno, a parte i turisti russi.

Parcheggia la macchina vicino l’entrata laterale e io riconosco subito il posto. E’ proprio davanti al portone della pensione dove, poco meno di un anno fa, sono salita con Davor, un ragazzo croato conosciuto sul treno mentre tornavo da Bologna, da casa di Tommy. A Tommy, nonostante ci fossimo promessi reciprocamente di dirci tutto, non l’ho mai confessato. Lui sì, lui mi aveva detto che in settimana bianca si era scopato una ragazzina svizzera, proprio piccola piccola, adesso non ricordo bene quanti anni avesse ma era piccola. Io invece non gli ho mai detto nulla di nulla. Tantomeno di Davor. Tantomeno del fatto che, dopo esserci stata una sera, ci sono tornata pure la sera dopo, con indosso solo le scarpe, le autoreggenti e il cappottone lungo fino a sotto le ginocchia. E la collanina d’oro di mia nonna. Cioè sì, quando ci siamo lasciati a Tommy gliel’ho detto, ma questa è un’altra storia. Chissà piuttosto se quello stronzo del portiere di notte lavora ancora qui, ma certo, dove cazzo vuoi che vada. Mi aveva pure presa per una mignotta.

Martina mi chiede a cosa stia pensando, le rispondo che non sto pensando a niente. Fa un sorrisino ironico, mentre io mi domando perché mai non abbia mantenuto la promessa con Tommy. Sarebbe cambiato qualcosa tra di noi? Ci saremmo odiati di più? Ci saremmo amati di più? Non lo so, cerco di allontanare il passato dalla mia testa facendo la parte della sorellina al seguito, mentre Martina si aggira nel reparto Elettronica a caccia del suo regalo. Naturalmente non lo trova. E altrettanto naturalmente mi coinvolge in un giro per i piani, escludendo rigorosamente quelli dedicati ai maschietti. Avete presente la razzia? Ecco, stasera la razzia si chiama Martina. Soprattutto in fatto di intimo. Peri, culotte, thong striminziti… se Chantelle fosse una città anziché una marca di lingerie le offrirebbero la cittadinanza onoraria. Si offre anche di regalarmi un bel po’ di cose, eh? Non è né stronza né avara, anzi. Non lo è mai stata. Io le dico di no quasi distrattamente, persa come sono a immaginarmi che splendore deve essere con quella roba addosso. Credo di avervelo detto ma ve lo ridico: a parte il difetto di essere innegabilmente e irreversibilmente mora, mia sorella è uno spet-ta-co-lo di ragazza. Non c’entra assolutamente un cazzo con la sottoscritta, tanto da farci ogni tanto venire il dubbio di essere state adottate, ma è davvero fantastica. Le dico sempre che secondo me ricorda una bellezza messicana. Lei ride ogni volta e mi chiede ma che cazzo c’entra il Messico. Non lo so, ma mi viene da dirle così.

L’unica cosa da cui non riesco a staccare gli occhi è una specie di top di seta. Di colore… boh, navy? Un colore che comunque mi fa impazzire. “Ti piace? Lo vuoi?”, chiede Martina. “Beh, cazzo, magari…”, le dico un po’ incerta. Anche perché ho visto che non costa poco. La prende come se nulla fosse e la mette insieme a un’altra decina di capi. “A proposito, ricordami che devo dirti una cosa”. “Cazzo, grazie! Beh, dimmela, no?”. “No, no, dopo”.

Il “dopo” è una bisteccheria lì vicino, dove ci sediamo nell’ora più morta, quella in cui i turisti se ne sono andati e la gente non è ancora uscita da cinema e teatri. Non avrà speso duemilacinquecento euro per Massimo (ma li spenderà, ne sono certa), in compenso la sua carta di credito si è alleggerita di poco meno di novecento euro di solo intimo, senza contare un paio di pantaloni da centodieci euro che, tutto sommato, sono costati anche poco. Sono inorridita.

– Lo sai che mi hanno proposto di entrare nello studio? – mi dice.

Cazzo, Martina ha quasi venticinque anni. Cioè, ha appena quasi venticinque anni…

– Nello studio? Ma se fino a poco tempo fa facevi le fotocopie…

– Fotocopie stocazzo, le facessero loro le fotocopie che faccio io…

– Ma non volevi fare il magistrato? – le domando.

– C’è sempre tempo, e comunque anche fare l’avvocato…

Non finisce la frase che mi squilla il telefono. Mi alzo e vado verso l’uscita perché dove siamo noi c’è poco campo. Da lontano, da dove è rimasta seduta lei, devo proprio sembrare una che fa ciu-ciu-ciù con il suo ragazzo. E in effetti per almeno un paio di minuti faccio ciu-ciu-ciù. E’ Davide.

Mi chiede se domani sera ci vediamo e io gli rispondo “naturalmente”, scoprendo in quel momento di avere un piacere e un desiderio di vederlo che fino a un attimo prima proprio non mi sentivo addosso. “Che facciamo?”, domanda. Gli dico “portami da qualche parte”. Insiste chiedendomi cosa abbia voglia di fare e io gli ripeto la stessa esortazione “portami da qualche parte”, ma con un tono ostentato da ochetta e un risolino che spero proprio non gli lascino alcun dubbio. Del resto, anche se in queste sere ci siamo visti, è da quando siamo tornati dalla maremma che non scopiamo. Cinque giorni. E a me domani sera almeno un pompino andrebbe proprio di farglielo. Glielo farei anche ora, a dire il vero. Mi saluta con il suo “buonanotte amore” e io gli faccio “buonanotte Davide”. Gliel’ho detto che, per me, è difficile chiamare “amore” qualcuno e che con il mio ragazzo precedente ci ho messo mesi prima di farlo. E quando gliel’ho detto mi sono sentita da una parte triste e dall’altra una perfetta stronza, perché non c’è mai stato nessun ragazzo precedente, a parte forse Tommy, e “amore” io non l’ho proprio mai detto a nessuno.

Torno da Martina, che ha appena finito di ringraziare la ragazza indiana che ci ha portato gli hamburger e che mentre mi siedo mi riserva uno sguardo a metà tra l’affettuoso e l’ironico. Domanda “era lui?” e di fronte alla mia espressione interrogativa aggiunge: “il ragazzo con cui sei partita la settimana scorsa?”. “Si chiama Davide”, rispondo. E poiché vuole saperne di più, le racconto l’intera storia. Cioè, l’intera storia no. Le dico che l’ho conosciuto alla festa di Capodanno. E anche che abbiamo scopato in macchina in aperta campagna, quasi all’alba, mentre tornavamo a Roma. Voglio dire, per quello che è il livello delle confidenze che ho fatto a mia sorella sull’argomento, è già troppo. Credo che la volta che mi sono spinta più in là sia stata quando le ho detto che mi piace fare i pompini. Di lei, ad esempio, io so molto di più, anche cose segrete. E in ogni caso, quello che proprio le nascondo è che, per Davide, io mi chiamo Giulia.

“A proposito, ti dovevo dire una cosa”, mi fa Martina. Non presto attenzione a quell’ “a proposito”, perché sennò forse un poco mi allarmerei. E faccio male. “Certe volte… insomma, sarebbe meglio che le tue cose le mettessi direttamente in lavatrice, anziché nel cesto della biancheria”. Dapprima non capisco, vorrei vedere voi: che cazzo c’entra, questo, ora? Poi ricollego e mi ricordo cosa stavo facendo quando Martina mi ha detto “ricordami che devo dirti una cosa”. Stavo guardando quel top color navy, non molto diverso da quello nero. Quello che indossavo quando stavo a gambe larghe su quella poltrona e Davide mi ha schizzato addosso l’intero prodotto dei suoi testicoli. La mia temperatura corporea scende, direi, a meno quindici gradi centigradi. Chiudo gli occhi e appoggio gli avambracci sul tavolo, serro i pugni: “Mamma o Isabela?”, domando. “Mamma”. Se l’avesse notato la donna che tre mattine a settimana dà una mano in casa, già mi sarei vergognata come una ladra. Ma qui siamo direttamente nel Taj Mahal della vergogna. “E te l’è venuto a dire? Perché?”. “Uh no, ero in cucina per caso”. “Ah… e cosa ha detto mamma?”. “Vabbè, ma che te frega, Annalì…”. “Ma come che me frega? Che ha detto mamma?”. “Ma non me lo ricordo… ha bofonchiato qualcosa!”. “Cosa?”. “Ma lo sai com’è mamma quando bofonchia…”. “Martì, che cazzo ha detto?”, sibilo spazientita e molto, molto sulle spine, attendendo ad occhi serrati la risposta. Cazzo, una volta davanti al plotone di esecuzione almeno ti mettevano una benda…“Vabbè.. non ti incazzare, eh? Ha detto… ha detto beh, meglio fuori che dentro, anche se prende la pillola…”. Dalle parole “meglio fuori” in poi, se non fosse mia sorella, credo che non capirei un cazzo, visto che si mette a sghignazzare coprendosi il volto con le mani.

Tunf. Dopo diciannove anni e cinque mesi di onorato servizio, la mia carriera di cucciolo di casa finisce qui, è chiaro. Lo svezzamento è completo, no? E lo so che sembra assurdo e che dovrei pensare a tutt’altro, ma nella mia mente si fissa un’immagine, una situazione, che prevale su tutte le altre, con prepotenza: niente più tazza di caffelatte, niente più tovaglietta apparecchiata sul tavolo della cucina con gli Abbracci del Mulino bianco, né il pane appena tostato con il burro e il salmone sopra e tre-gocce-tre di limone, né succo di arancia appena spremuta. E poi niente più ginocchia di papà quando sono stanca e spallata. Finito, finito tutto. D’ora in poi sarò io a dovermi preparare la colazione, come Martina. A dovermi consolare da sola. Sono diventata… come si dice in questi casi? Sono diventata donna?

Per tutta la cena, e per buona parte del nostro ritorno a casa, Martina non fa altro che cercare di convincermi che, dai, mica è un dramma, ma guarda che mamma e papà mica sono coglioni, che a lei capitò la stessa cosa quando dopo la maturità tornò dalle vacanze estive tre giorni prima di noi (“te lo ricordi Enrico?”) e mamma, una settimana dopo, le fece “certo, potevi anche lavarle le lenzuola”. Tutte cose che forse andrebbero bene se non avessi un po’ la testa nel pallone e se, soprattutto, mia sorella non sbottasse ogni tanto a ridere ripensando a nostra madre che dice “meglio fuori che dentro”. Non so cosa ci trovi tanto da ridere, per me è un commento agghiacciante, almeno in questo momento.

– Senti Marti, se hai finito di prendermi per il culo, posso chiederti una cosa? – le faccio, soprattutto per cambiare discorso.

– Ma certo – risponde cercando di calmarsi.

– Cioè… a te è mai capitato… sì, insomma… ti è mai capitato di scopare con uno e di pensare a un altro?

Martina inchioda. Non tanto per la mia domanda ma perché ha trovato un posto per la macchina neanche tanto lontano da casa. Fa qualche metro di retromarcia e ci si infila. Nemmeno spegne il motore e si volta verso di me con lo sguardo scintillante. Comincia a cantare a squarciagola. “Voglio andare ad Alghe-erooo… in compagnia di uno stranie-erooo”. Ci resto un po’ come una cogliona. Mica per altro, eh? Ma cazzo, ti ho fatto una domanda che, va bene, magari a te non te ne frega nulla, però… “Non te la ricordi?”, domanda. “No, mai sentita”. “Non è vero, papà ce l’aveva in macchina, forse eri piccola… La mamma non lo deve sapere, non lo deve sapere, non lo deve sapeeere… La mamma non lo deve sapere, non lo deve sa-pe-re-che: voglio andare ad Alghe-erooo… in compagnia di uno stranie-erooo”.

– Ahò, ma che t’è preso? – non sono nemmeno incazzata. Sono, più che altro, sconcertata.

– Ti ricordi quando a novembre sono stata a Milano per quel convegno?

– Sì, perché?

– Sai, sono arrivata… era a palazzo di giustizia, figurati, ‘na tristezza… tra quelli che mi parlavano del codice degli appalti e un paio che cercavano di rimorchiarmi… Insomma mi sono sganciata, ho rifiutato tre o quattro inviti a cena, anzi ho proprio cenato in un cazzo di bar, mi pare, poi ho fatto una cosa…

– Cioè?

– Cioè una cosa che ci sono partita da Roma per farla. Diciamo meglio: a un certo punto ero indecisa, ma poi, quando mi sono seduta sul treno mi sono detta no, cazzo, la faccio.

– Eeeee… appunto…. cioè?

– Sono andata in discoteca, un posto di cui mi avevano parlato.

– Ah, cazzo, uao… che avventura sorè… – le dico per ribaltarle addosso la presa per il culo che mi ha riservato finora. L’ho vista ballare un paio di volte. Non male, ma nulla di che. Ma soprattutto, conosco la sua idiosincrasia per le discoteche: e si fa troppo tardi, e c’è troppa gente, e la musica è troppo alta e fa schifo…

– Ma non ci sono andata per la discoteca… – dice.

– Giustamente… una in discoteca non ci va per la discoteca…

– Ti interessa? – chiede – posso anche non dirtelo…

– No, ok, continua – rispondo. Solo adesso mi viene in mente che può essere un modo per rispondere alla mia domanda.

– Mi sono messa figa, sai? Hai presente quella mini di Lagerfeld e gli stivaletti Prada? Quelli a tacco alto, con la cintina e le borchiette piccole piccole? Total black, sotto, anche le parigine nere, quelle della Falke. E l’intimo fico di Paladini, con il super push up, nero pure quello. Solo che sopra ci ho messo una camicia bianca… non ricordo se te l’ho fatta vedere… di Gucci, bianca, semitrasparente, aperta fin qua. E si vedeva benissimo il reggi. L’ho pure annodata sulla pancia…

– Ma che c’erano, le sfilate? – domando – e poi tu vestita così?

– Ahahahah… un po’ da troia, no? Vabbè, dai, non tanto.

No, ok, non tanto. Ma non mi quadra. Cioè, non è che Martina vada in giro con il burqa, tutt’altro. La mini sì, ha delle belle gambe, come le mie. Anzi, meno scrocchiazeppi delle mie. E le piace metterle in evidenza. E’ tutto l’insieme che… cioè: me la immagino avanzare sculettante. Lei è come me, sculetta con le sneakers figurati con quei tacchi. Ma, tanto per dire, quella mini è davvero tanto mini. Più adatta a me che a lei. E poi non so vedercela con quel reggiseno lussuoso in trasparenza, la pancia piatta scoperta…

– Non dico che fosse da troia – le faccio – più che altro tu, la discoteca, tu da sola in discoteca… l’outfit… che ti devo dire? E poi?

– E poi niente. Sono entrata con un gruppo di ragazzi. Mi ero anche fatta una canna con loro. Ero un po’ disperata, eh? Non ce n’era mezzo che mi piacesse… ma erano gli unici fuori, in quel momento. Comunque, ballando, mi è arrivato da dietro un ragazzo meraviglioso. Ti giuro, meraviglioso… alto, con i riccetti e gli occhi verdi…

– Anche Davide ha i riccetti! – la interrompo.

– Eh… mmm… sssì… comunque non era Davide. Era… come te lo posso descrivere… non nero, neppure mulatto, ma chiaramente con origini nere. “Quasi nero” e con gli occhi verdi, fai conto. Mi ha tenuta per i fianchi e quando mi son girata mi ha baciata, e siamo stati lì a limonare almeno cinque minuti prima di presentarci. Tra le facce sgomente di quei ragazzi che stavano con me, peraltro. Specie quello che mi aveva puntata con più insistenza. Poi ho ricominciato a ballare come se non me ne fregasse un cazzo, e lui mi ha seguita, lasciandomi fare la pazza. Quindi da dietro mi ha di nuovo abbracciata. E lì mi son strusciata scandalosamente, fino a quando le sue mani non son salite e intrufolate sotto… Quel perizoma ce l’hai presente, no? E’ un po’ ridotto… comunque l’ho lasciato fare. Davanti a tutti, per quanto fosse abbastanza buio. E ci sapeva fare… L’ho portato con me in albergo… Fantastico… Senza un pelo uno… e un gran bell’arnese, sister, un gran bell’arnese, più che notevole… Sembrava una locomotiva… All nite long, non so se hai presente… La mattina non mi ricordavo nemmeno come mi chiamavo e al convegno non capivo un cazzo… Cazzo! Annalì, chiudi quella bocca, ti casca la mandibola per terra così…

Sì, è vero, sono… sorpresa è dire poco. Sono esterrefatta. Quasi choccata dal racconto di Martina. So che non è una santa, ma quella che mi ha appena offerto è una rappresentazione di se stessa che non avrei mai potuto sospettare.

– Non… non me l’aspettavo. Cioè, non pensavo che…

– E la sera dopo avrei pure fatto il bis, sai? Solo che lui partiva. Così ho accettato l’invito a cena di uno del convegno, un avvocato di Trieste. Bel tipo… Non come quello della sera prima, eh? Però, accettabile. Sposato. Mi ha portata in un bel posticino, a Brera… ah già, tu non sei mai stata a Milano… fico. Però sono stata io ad andare in albergo da lui, quella sera.

– Ma… scusa… ma quanti anni aveva?

– Boh!? Quaranta, quarantacinque, cazzo ne so…

– Ed era sposato???

– Sì… Anzi il momento in cui mi sono divertita di più è quando ha telefonato alla moglie mentre…

– No! Stop! – la fermo.

– Che c’è, choccata?

– Beh, insomma…

– Sai che ti dico? Lo volevo fare e l’ho fatto. E lo rifarei. Anzi, lo rifarò, ne sono sicura.

Lo so che è una domanda banale, che non si dovrebbe fare. Ma non riesco a non farla.

– Ma, scusa… – le chiedo – e Massimo?

– Uh? Mica c’era Massimo.

– No, eh, appunto… dico, con Massimo come la… cioè, pensavo che lo amassi!

– Ma che cazzo c’entra? Certo che lo amo… me lo sposo pure… Che cazzo c’entra Massimo? Cioè sì, un po’ c’entra, è per questo che te l’ho raccontato: un paio di volte ho pensato a lui, mentre scopavo.

A letto, verso mezzanotte, ansimo con quell’affare che mi ronza nella fica. Sì, l’ovetto. L’avevo promesso a Serena e l’ho fatto. Ho impostato l’app su un’intensità, diciamo così, media. Per evitare di arrivare troppo presto e di urlare e farmi sentire dai miei. So che urlerei, stanotte, me lo sento. Ansimo con il telefono davanti alla bocca, per registrare il vocale che mi ha chiesto Serena. Ho gli occhi chiusi, ma davanti a me scorrono le immagini di lei con Lapo, di me che li guardo scopare, di Lapo che mi fa la festa dentro quel bagno a Capodanno. E quelle di Martina che si fa limonare e mettere le mani nelle mutandine da uno straniero sconosciuto e meraviglioso. Poi penso a lei, alla sua figura così bella e autorevole, che mostra a mamma e papà le cose che abbiamo comprato alla Rinascente, evitando accuratamente di tirare fuori il toppino che mi ha regalato, tenendolo nascosto in fondo al bustone, per evitare di mettermi in imbarazzo. Penso che la amo, la adoro. E subito dopo me la immagino nuda che si fa possedere da quello straniero, dall’arroganza e dalla decisione tipiche del predatore, e dal suo più che notevole arnese. E poi la notte dopo dall’avvocato di Trieste, che telefonata alla moglie mentre lei gli succhia il cazzo… Improvvisamente l’ovetto mi si scatena dentro e perdo ogni controllo e ogni ritegno. Ricordo ciò che ho fatto a Serena questo pomeriggio, ciò che lei mi ha implorato di farle. Mi infilo un dito nel sedere e sussurro all’iPhone “leccami, Sere, leccami il culo e poi prendi qualcosa… sfondami, fammi sentire una troia”. Devo mordermi e soffocarmi sul cuscino per non strillare.

Di Davide, in tutti questi pensieri, non c’è nemmeno la traccia.

Call it a day, per oggi basta, no? No, non basta. Anche se sono stanca e ho ancora il fiatone. C’è ancora qualcosa da fare. Per esempio alzarsi, e controllare se la camicia da notte sia bagnata solo sulla parte posteriore. E poi andare senza far rumore in camera di Martina, aprire piano la porta casomai dormisse. Col cavolo che dorme, è davanti allo specchio che si prova un reggiseno da ottantacinque euro, non proprio uno dei più cheap che ha comprato ma nemmeno tra quelli più costosi. Le dico “posso, Marti?”, risponde con un sorriso e un “ehi”.

– Grazie per prima con mamma…

Sorride ancora, neanche risponde. Lo sappiamo entrambe che non c’è bisogno di tante parole.

– Posso dirti una cosa? – mi fa interrompendo la sua svestizione.

– Certo, Marti.

– Sai il ragazzo della prima sera, quello della discoteca, no? Ho avuto anche io lo stesso, diciamo, incidente…

– Non ho capito, Marti.

– Fatti un po’ furba… Quando siamo saliti in camera, all’inizio, non abbiamo nemmeno fatto in tempo a spogliarci… Cioè, io gli ho…. Anche lui mi ha impiastricciata tutta… la camicetta di Gucci, la gonna di Lagerfeld, il bra di Paladini… persino le calze… cazzo, ero tutta imbrattata! Ma non potevo rischiare, una volta tornata a Roma dovevo andare da Massimo senza nemmeno passare da casa. Ho lavato tutto lì, in albergo, con i flaconcini del docciaschiuma… Pensaci la prossima volta, sennò mamma chi la sente? Ahahahah…

Arrossisco. Non per la confessione di Martina. Tanto, più di quello che mi ha già detto cosa volete che mi dica? No, arrossisco per la rabbia di essere stata così deficiente. Arrossisco e annuisco. E poi le dico una cosa che non riesco più a tenermi dentro, perché mi sento un po’ stronza a tenermela dentro.

– Senti, Marti, volevo dirti una cosa… cioè, è successo anche a me.

– Uh? – domanda un po’ distratta mentre si libera dal reggiseno.

– E’ successo anche a me…

– Lo so! E’ per quello che…

– No, no, non hai capito… Volevo dire… è successo anche a me, ci sono stata anche io con uno più grande, un uomo sposato…

Martina china la testa da un lato e spalanca gli occhi, le braccia le cadono lungo i fianchi. Resta con il bra che le penzola in una mano, una tetta all’aria e l’altra coperta dai suoi lunghi capelli scuri.

– Che cazzo hai fatto, tu?


(CONTINUA)





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