Pensione

Scritto da , il 2019-12-03, genere incesti

La cerimonia del saluto è il momento più penoso del pensionamento: la consegna della medaglia (o dell’orologio o di qualunque altra testimonianza) accompagnata dalle frasi di circostanza e dalla professioni di amicizia e di stima dei colleghi (alcune anche molto sincere e sentite, in verità) sono un apparato scenico per una realtà ineluttabile, la fine di una fase importante della vita di una persona; si pensa che il pensionamento sia l’anticipo della morte per molti, che non reggono a lungo senza il supporto delle abitudini quotidiane che il lavoro impone; e si ritiene anche che per le donne sia più agevole inventarsi una nuova dimensione in cui collocarsi per non sentirsi completamente inutili ed emarginati.
Io so che la cerimonia di commiato dalla scuola mi pesa, molto più di quanto gli altri possano capire; ma non è per il distacco dai colleghi o per la proclamata solidarietà della direzione, che mi prende il magone; piuttosto per quella sparuta pattuglia di studenti, specialmente quelli più grandi, che aspettano davanti all’ingresso per testimoniare il loro dispiacere perché perdono una guida ed una compagna di viaggio: per quelli, piuttosto, il rammarico è forte; ma appartengono anche loro ad una realtà da cui mi devo staccare per muovermi in una nuova dimensione; gli abbracci, i baci, le lacrime, sono sinceri: domani mattina, con chi mi sostituirà, saranno presto solidali e concordi come lo sono stati con me; è solo legge di vita.
Alquanto diversa è l’atmosfera familiare, dove si intrecciano opinioni e prospettive varie e non ben definite, vista anche l’ampiezza del “clan” che la mia frenesia di vita ha generato: due figli ormai più che adulti, sposati ed ognuno con due figli più che maggiorenni costituiscono, con me ed Oreste, mio marito, un gruppo di dieci persone che riempie un bel tavolo, alla gelateria dove andiamo per festeggiare la fine di un capitolo di vita o, si spera, l’inizio di un altro non meno importante, visto che ora “la nonna” potrà forse essere più a disposizione della famiglia: quindi l’atmosfera è allegra, quasi di festa, ricca di effusioni, carezze e belle frasi.
L’unico immusonito è mio marito; ma al suo umore impossibile io sono avvezza da anni, i miei figli lo hanno accettato e lo sopportano; i ragazzi non ci fanno caso; quando Nicoletta, mia figlia, mi chiede con sguardi e gesti che succede a suo padre, le dico apertamente (sono famosa per la mia brutalità nel dire le verità) che lo spaventa l’idea di avermi tutti i giorni per casa e di non avere più lo spazio di movimento che prima si inventava; Franco, suo marito, chiede a cosa mi riferisco e, prima che possa rispondere, entrano nella gelateria due ragazzi, miei ex studenti, che conosco benissimo; Marco mi apostrofa con l’affetto di sempre.
“Ciao, profia; allora ci lascia per sempre?”
“Visto che vi siete diplomati, mi avreste lasciato comunque. Marco, questa è tutta la mia famiglia: non te li presento uno a uno ma capirai. Ragazzi, questo è Marco, uno degli studenti del mio ultimo anno; non fate caso alle borse sotto i suoi bellissimi occhi: sicuramente di una buona fetta sono colpa i miei attributi che Marco sogna anche quando mi sta davanti e che gli stimolano lunghe sedute di autoerotismo: adesso ce lo possiamo dire, vero Marco?”
“Non ho mai nascosto che sono innamoratissimo della mia profia e credo che il novanta per cento di quelli che l’hanno avuta come insegnante hanno fatto pensieri perversi su di lei.
“Lo so, anche se non capisco come si faccia a desiderare una vecchia cadente, con le ragazze che vi saltano addosso.”
A sorpresa, interviene Guido, il mio nipote più grande, figlio di Nicoletta.
“Senti, nonna; se mi ponessero davanti alla scelta tra te, una, diciamo, come mamma e una, diciamo, come mia cugina, stai certa che sceglierei sempre te, in ogni senso.”
“Davvero?! E perché mai? Questa risposta richiede motivazione, se è sensata ed intelligente.”
E’ Marco a intervenire.
“Con una ventenne, basta un gelato, qualche disco e un po’ di sesso; con una milf basta solo tanto sesso; con una donna meravigliosa bisogna prevedere almeno una cena con tanta letteratura, tanta politica, tanta filosofia; poi se, alla fine, viene anche il sesso, la mia profia non è seconda a nessuna bella ragazza; e la sua esperienza mi garantisce il paradiso delle uri di Allah.”
Concordano i miei nipoti e perfino mio genero; inevitabilmente sorge la domanda cosa ne pensi il nonno.
“Lui ha un interesse diverso, verso le più giovani, come Marika per esempio. Bella la tua borsa: è il suo ultimo regalo?”
Marika ha un sobbalzo; gli altri mi guardano quasi spaventati; Nicoletta balbetta qualcosa.
“Che vi state a meravigliare? Sono anni che il nonno corre dietro alle minigonne e spende un patrimonio in regali; io sono convinto che Marika e le altre solo per questo lo frequentano e gli danno l’illusione di essere giovane, per i regali che elargisce generosamente. O credevi che non sapessi niente? Ti ho voluto bene e ti voglio bene al di là di queste piccole bassezze: sei in gamba e saprai farti valere, appena rinsavirai; e lui continuerà a rincorrere ragazzine; Oreste, non ti preoccupare per la mia presenza in casa, resterai libero di fare quel che hai sempre fatto.”
C’è stupore e disagio in tutta la famiglia; Marco invece è quasi incavolato.
“Profia, visto che come al solito non le mandi a dire, mi spieghi perché con questa situazione in tanti anni di carriera non hai mai ceduto a nessuno spasimante e intendo in termine letterale, giovani che hanno spasimato e spasimano per te?”
“Se mi fossi illusa di poter ringiovanire frequentandoti fuori della scuola, stai certo che non avrei chiesto nessun permesso: ma la tua passione, come quella di tanti prima di te, non corrispondeva ad una mia pari esigenza; preferisco le buone letture.”
“Nonna, ma tu non hai mai piantato un cornetto al nonno? Almeno sareste un po’ più equilibrati e non la santa e la bestia!”
“Quaranta volte, caro Guido. Per quarant’anni ho vissuto 364 giorni all’anno in attesa di quello in cui avrei tradito, in piena coscienza, mio marito in una notte d’amore lontano da qui, alla fine degli esami di Stato, con un collega che mi intrigasse o con qualcuno conosciuto nella città sede degli esami.”
Nicoletta pare molto incuriosita.
“Mamma, cos’è questa storia del calcolo da salumiere: un giorno su 365?”
“Mi offendi, col calcolo da salumiere; pensa invece alla giornata della libertà, alla giornata della donna, alla notte dell’autocoscienza sessuale: ti sembra ridicolo?”
“No, mi risulta solo contorto.”
“Mi costringi a farti la storia della mia vita e delle mie emozioni. Se proprio lo vuoi, a casa ti racconto. Adesso andiamo:”
Salutiamo i ragazzi, usciamo e ci dirigiamo a casa, dove pranziamo in grande tavolata; poi ci sediamo in salotto e mi chiedono di narrare.
Invito mia figlia a riflettere che tra me e suo fratello corrono solo venti anni di differenza, dal che si deduce che avevo vent’anni quando è nato; ma la mia precocità era cominciata prima, quando la mia famiglia mi aveva “condannato” ad essere la migliore, la più decisa, la più brava: la conseguenza era stata che tra la primina (che mi mandava a scuola con un anno di anticipo) il salto di una classe (al tempo era possibile, in presenza di particolari doti) e uno studio “matto e disperatissimo” (per dirla con Leopardi) mi trovai con la maturità classica a diciassette anni; scelsi la facoltà di Lettere, al tempo, la più leggera e veloce, e mi laureai a meno di ventidue anni; la laurea venne in un momento particolarmente felice, nel pieno di una riforma della scuola che immetteva nei ruoli rapidissimamente: a ventitré anni cominciai ad insegnare e, nei primi licei dove ebbi la cattedra, alcuni alunni dell’ultimo anno erano di poco più giovani di me
Purtroppo, prima ancora di essermi laureata, mi ero dovuta sposare perché il mio grande amore, poi mio marito, non accettava di usare né cautele né protezioni, nei rapporti; era andato alla cieca e mi ero trovata incinta di mio figlio: Oreste aveva al tempo una piccola impresa che avrebbe fatto diventare un impero; non era ben visto dai miei che avevano sperato in un marito più colto, più “borghese”, un direttore di banca per lo meno, se non un giornalista o un professore; ma, al tempo, il nostro era un amore veramente grande, che non ammetteva ostacoli o giudizi: era fatto solo di sesso e di vita in due; infatti, subito dopo venne Nicoletta, ma già le cose non andavano più tanto lisce, tra noi; Oreste si era allontanato, si era distratto e mi lasciava totalmente insoddisfatta sessualmente, dopo avermi per alcuni anni abituata ad un amore indefesso.
Non c’erano possibilità di evasione: i colleghi o le colleghe, che avevano avuto storie con altri colleghi o, peggio ancora, con studenti o studentesse, erano all’indice della città; una qualsiasi relazione extraconiugale in un ambiente così piccolo (materialmente) e piccino (culturalmente) era improponibile; altre vie non esistevano: a venticinque anni, l’anno della rivolta, ero costretta a sacrificare la mia esuberanza in “una botta e via” del sabato sera, senza che Oreste si preoccupasse del mio orgasmo sicché dovevo rifugiarmi nella masturbazione in bagno perché il mio “uomo” aveva altri sbocchi; a costo di diventare volgare, mi tocca ricordarle che negli anni successivi ci avevano spiati tante volte, lei e suo fratello, che non potevano avere ignorato queste cose, quando avevano cominciato a fare sesso; i nipoti sorridono, all’idea della nonna che si masturbava; i miei figli si guardano negli occhi, complici, e annuiscono a conferma di quel che dicevo: d’altronde, fanno notare ai figli che sbeffeggiano, anche loro sono stati spiati largamente nella loro intimità.
In quel mio venticinquesimo anno, feci la guerra per andare commissaria negli esami di Stato a Ravenna, lasciando a casa i figli di cinque e tre anni, tra le proteste e le minacce di Oreste che non intendeva passare un mese a fare la balia ai figli piccoli; me ne fregai ed andai, quasi solo per il gusto tutto intellettuale di visitare una città che per me aveva un fascino eccezionale, tra la tomba di Dante, il mausoleo di Teodorico, Galla Placidia, San Vitale, Classe e tutto l’enorme patrimonio culturale di questa grande capitale dell’Italia bizantina, cose che Oreste ignorava allegramente: la speranza di trovare, tra una prova e l’altra di esame, il tempo per fare del buon turismo culturale era l’unica molla che mi muoveva e che negli anni successivi mi mosse a partecipare agli esami di Stato in quasi tutte le maggiori città d’Italia.
Invece incontrai anche l’occasione per un autentico scossone alla mia vita che provocò un professorino di filosofia, a sua volta arrivato dal profondo sud, Napoli, con un carico per me assolutamente imprevedibile di calore, di simpatia, di entusiasmo: ci incontrammo in albergo dove lui, da una mia domanda alla reception, dove si trovasse il Liceo a cui ero diretta, intuì che ero lì per la sua stessa ragione, gli esami, e su questa base fraternizzò in un attimo: cenammo insieme e ci perdemmo in una lunga disquisizione condita con qualche bicchiere di Sangiovese (io, non abituata al vino, ne bevvi due); al momento di andare a letto, eravamo a un passo dal finire l’uno nelle braccia dell’altro, quando un rigurgito di coscienza (tutti e due sposati con figli, nonostante la giovane età) fermò sia me che lui e ci fece fare un passo indietro, ma non ci impedì di amoreggiare per tutta la durata degli esami, caricandoci di una voglia smodata di fare l’amore almeno una volta.
Ci furono momenti di autentica follia, quando ci si incrociava in un corridoio e le mani correvano istintivamente a toccarci, quando passeggiavamo per la città da turisti curiosi e le mani si stringevano come ai ragazzini alle prime armi: la voglia di palparsi, di prendersi, di scatenarsi nel sesso era enorme, quasi irrefrenabile; ma frenavamo ogni volta, con la voce della coscienza che ce lo imponeva: tutto fino all’ultima sera, la vigilia della partenza in direzione opposta, io al nord, lui al sud; la certezza che non c’era più tempo mi rese febbrile: passai il pomeriggio a preparare la valigia e a torcermi le mani dal desiderio; non avevo neppure voglia di infilarmele fra le cosce e masturbarmi, volevo sentirmi possedere da quel cazzo che avevo intuito una sola volta, quando eravamo andati a ballare ed avevamo alquanto pomiciato, sotto gli occhi severi della commissione, manifestando chiara tutta la nostra voglia d’amore e di sesso.
Andai a bussare alla porta della sua camera e, prima che potesse parlare, lo avevo già investito col bacio più bello che avessi mai dato; non si sorprese, chiuse la porta alle mie spalle e corrispose con la stessa irruenza; non avevo molta esperienza di sesso e mio marito non era mai andato al di là di canoniche iniziative; sapevo a malapena fare una sega, avevo fatto qualche pompino ma sostanzialmente sapevo solo starmene stesa e arrendevole a prendermi il cazzo in figa obbligatoriamente alla missionaria: non sapevo come trarre gioia e piacere dal sesso; quando mi aprì la camicetta e prese a leccarmi le tette, scoprii il piacere di sentirmi assaporata, mangiata, leccata, succhiata, gustata da un maschio e già sulla sua manipolazione del seno credo che sborrai un paio di volte: dopo quarantacinque anni, non è facile ricordare molto, se non le cose che più si sono impresse nella memoria; ma è certo che scoprii tutto il mondo di seduzione della bocca e della lingua, perché subito dopo mi leccò e mi succhiò anche la figa: non so dire la vergogna per quel tipo di approccio per me antigienico, non essendo neanche certa di essermi lavata di recente; ma mi stordì il piacere che mi scatenò quella lingua che lambiva, leccava, succhiava, andava a cercare il clitoride che mi faceva quasi scoprire di nuovo e mi entrava fino alla vagina scatenandomi brividi, scosse, un raptus di sessualità e un lungo orgasmo.
Non riuscivo nemmeno a muovermi, tanto stordente era l’entusiasmo che quel modo di vivere il sesso mi procurava; lui dovette capire che ero praticamente una vergine, da quel punto di vista, e fu delicatissimo: mi prese e fece sesso con una delicatezza da grande amore; mi scopò a lungo, di brutto e con un cazzo che era più grosso di quello di Oreste; ma lo fece con tanta partecipazione entusiastica che sentii solo l’amore che davo a lui e l’amore che ricevevo da lui nel ventre, nella testa, nel cuore; quella notte fui innamorata di Gennaro come non ero stata innamorata mai e come non sarei stata mai più: da quella esperienza conobbi moltissime cose, come per esempio vivere il sesso con la bocca, sia in funzione passiva che attiva perché dopo essere stata leccata e succhiata fin nel buco del culo, feci il mio primo grande pompino puro e quello con il cazzo fra le tette e la cappella in bocca che mi fece impazzire per il piacere; accennò a violarmi il culo e dovetti fermarlo perché temevo per le conseguenze; insomma fu la più bella esperienza di sesso che mi sia mai capitata; tornai a casa con mille tormentosi interrogativi; poi decisi che mi ero presa una vacanza e che dovevo solo nascondere il ricordo e non farlo emergere.
Ma l’anno seguente, al momento di presentare le domande per la nomina a commissario, l’esperienza di Ravenna fu il faro guida delle scelte; e per più di quarant’anni ogni volta, a marzo, sognavo quella notte di liberazione, sperando di incontrare la persona giusta per riviverla: molte volte fu all’interno della stessa commissione che si crearono le condizioni per vivere la mia “notte brava” prima della partenza, sempre con molto entusiasmo, ogni volta con maggiore esperienza, qualche volta con un sentimento vago di amore che mi portava al magone per almeno un mese, dopo che tornavo a casa; molto spesso la composizione della commissione mi costringeva a cercare rapporti con altri professori in altre commissioni; in qualche caso, legai anche con gente del posto per una sola notte d’amore: insomma, istituzionalizzai la mia personale notte di sesso libero e quella doveva poi bastarmi per tutto l’anno; ebbi anche qualche brutta sorpresa quando mi trovai ad avere a che fare con soggetti troppo rapidi nell’eiaculazione: addirittura, in un caso, fui costretta a cacciarlo dalla camera e a rimediare, visto il livello raggiunta dalla lussuria, con un cameriere, che si dimostrò un’autentica rivelazione.
In sintesi, questa è la mia vicenda amorosa; e so bene, senza i loro commenti, che sono ben tristi due solitudini diverse accomunate solo dalla rabbia e dal dolore; alla mia veneranda età, posso solo consolarmi con la bella famiglia che due imbecilli non comunicanti hanno potuto realizzare, quasi inconsciamente, lasciando, per buona sorte, ai figli la libertà di scegliersi la loro vita e forse, ma non so, anche i loro errori; mentre finivo il racconto, Guido scatta via in direzione del bagno tenendosi il basso ventre; Nicoletta sorride sorniona e commenta al marito.
“Tuo figlio, alla sua età, va a spararsi un’immancabile sega.”
“Ci credo; quel giovanotto che dichiara alla sua nonna di amarla e di volerla scopare: in sintesi è questo che ha detto quel tuo alunno; la nonna che gli racconta le sue scopate bellissime, davvero molto belle: io stesso adesso andrei a farmi una sega, oppure ti scoperei all’istante o salterei addosso a mia suocera e la violenterei.”
“Per favore, non dire eresie! Posso capire che un ragazzo si ecciti e si debba masturbare; ma che poni un’alternativa tra scopare tua moglie o fare incesto con tua suocera, mi pare davvero il colmo. Vado a fare il caffè.”
Mentre brigo alla macchinetta, mia figlia mi viene dietro e mi abbraccia; suo marito si mette al mio fianco e mi accarezza un seno; lo guardo brutto; Nicoletta mi prende una mano e la guida sul cazzo del marito: la guardo inorridita.
“Mamma, noi viviamo una vita sessuale molto diversa; non esitiamo a fare l’amore in tre, in quattro, comunque e dovunque; Franco non scherza, quando dice che ti scoperebbe; io che lo conosco sarei felice che ti potesse rallegrare la vita almeno il tempo di una scopata. Non ti scandalizzare: mi piacerebbe vederti fare l’amore con lui.”
“Senti, ragazza, anche se ormai non sei più tanto ragazza: non sono così all’oscuro che devi venire adesso a confessarmi le vostre perversioni; so quello che basta; se me le confidavi molti anni fa, era assai meglio. Io non sono ancora approdata a questi lidi e mi muovo lungo altre direttrici; Franco mi piace e scopare con lui non mi darebbe problemi, … se provassi amore per lui, non solo affetto. Io amo te, da sempre; ti assicuro che il mio amore è già dilagato nel sesso: io potrei visitare il paradiso di Allah, di cui parlava Marco, se facessi l’amore con te, non con tuo marito; se c’è anche lui, faccia tutto quello che gli piace, lo ricambierò con molto affetto; ma solo se l’amore lo faccio a te e tu lo fai a me, a lungo, in tutti i modi che conosci. Vi è chiaro? Per tua informazione e per non scandalizzare gli altri, il maschietto che quando ho voglia mi scopa e che talvolta mi provoca per qualche avventura al limite, ce l’ho da molti anni, ma nessuno se ne è mai accorto perché siamo molto cauti. Se volete fare l’amore a tre o, se in prospettiva si profilasse di farlo, a quattro, io sono perfettamente d’accordo; ma voglio te, ti amo e voglio possederti anche fisicamente.”
Nicoletta mi abbraccia e non sono le mani di mia figlia quelle che mi stringono le natiche, mi palpano i seni e si infilano fra le cosce, sopra i vestiti: sono quelle di un’amante che adesso non ha più tempo da perdere ed ha invece voglia di sentirmi viva sulla sua pelle; il caffè esce sbuffando, mi aiutano a versarlo nelle tazze e a portarlo nel salone; vedo Guido che è uscito dal bagno più rilassato; me lo stringo tra le braccia, gli affondo il viso nel mio seno e sento che mi punta un cazzo giovane tra le cosce; sua madre ci guarda con amore, poi mi avverte.
“Guido ha bisogno dell’amore di sua nonna; ma di tanto, tanto amore; non mi meraviglierebbe se ci provasse ... “
Lui risponde con una boccaccia e mi bacia con la lingua.
Vanno via tutti, nel pomeriggio; rimasta sola, vado in camera, mi spoglio, indosso una vestaglia larga e consunta che uso in casa e mi stendo sul letto, presa un po’ dai ricordi che mi hanno suscitato; avverto dei rumori in corridoio e un poco mi agito, quando mi appare, nel riquadro della porta, mio nipote Guido con un’aria da impunito e un sorriso sornione.
“Finalmente siamo soli: sono andati via tutti?”
“Che diavolo ci fai tu qui? Non sei andato via coi tuoi?”
“Lasciarti sola?!?!?! Non me lo sarei perdonato mai. E poi … sai, è la prima volta che ti vedo così libera, discinta, disinvolta … ti amo ancora di più, così familiare, intima, ancora più desiderabile!”
Si sta spogliando ed io mi limito a guardarlo impietrita, ma anche un tantino eccitata, per quanto può farlo una donna di quasi settant’anni, di fronte al suo corpo giovane, modellato dallo sport, abbastanza arrogante per la coscienza di essere piacente e amabile, soprattutto di fronte al cazzo che si distingue perfettamente sotto il boxer che lo lascia libero di espandersi nella sua notevole dimensione.
“Cosa credi di fare, ragazzino?”
“Voglio fare l’amore con te, nonnina; voglio farti tanto amore da cancellare anche i ricordi più belli. Ormai ho quasi venticinque anni e ti assicuro che non mi mancano le donne e le occasioni per scopare; ma da quasi dieci anni il mio sogno sessuale è solo uno, tu; finora sono stato zitto, in disparte, a spararmi seghe sognando di fare l’amore con te: non puoi immaginare quanta sborra ho versato sul mio sogno d’amore. Non ho paura dell’incesto: mamma mi ha già fatto superare questa fobia, ed anche zia; lo sai già che sono coppie aperte, che hanno fatto di tutto e che tua figlia e tua nuora sono state perfette navi scuola per noi ragazzi. Ma io continuo a sognare te in tutte le condizioni. Ora io vengo a letto con te, non farò niente che tu non voglia o che non accetti; ma spero proprio, e ne sono convinto, che non ti tirerai indietro quando cercherò di amarti come nipote ma anche e principalmente come uomo.”
Si viene a distendere al mio fianco e mi abbraccia di lato facendomi sentire sulla coscia la sua erezione, la sua voglia di me: mi sento sconvolta e cerco gli appigli più vari per farlo desistere.
“Ma ti rendi conto che ho quasi mezzo secolo più di te? Non capisci che sono tua nonna e che non è umanamente accettabile quello che tu proponi? E poi da un momento all’altro potrebbe arrivare tuo nonno: come gli spiegheresti che sei qui, seminudo, e mi tenti con la tua voglia di sesso?”
“Io mi rendo conto che sei ancora meravigliosamente appetitosa, che sei assai meglio di tante ragazzine e di tante milf che mi implorano di scoparle e non capiscono che io cerco amore, non sesso, cerco quell’amore che tu, con un solo gesto, quando mi hai stretto la testa fra i tuoi seni, mi hai pienamente comunicato. Tuo marito? L’ho visto andare via in macchina con la ragazzina di stamattina: non avrà nessuna voglia di tornare a casa e non si preoccupa per niente di te, di me e di quello che adesso faremo, perché lo faremo, amore mio!”
Le mie difese diventano ancora più labili e formali; allungo una mano e gli carezzo il viso che amo, da nipote affettuoso ma forse anche, in questo momento, da uomo che mi intriga, mi affascina, mi stimola un desiderio, anche solo mentale, di riprendermelo dentro di me, come cosa mia solo temporaneamente separata: non riesco più a ragionare e non lo voglio; passo dal viso al torace; prendo fra le dita un capezzolo e la mia difesa crolla, quando quel capezzolo si eccita e mi trasmette eccitazione; mi giro su un fianco, verso di lui, e vedo con gioia la sua bocca accostarsi alla mia e baciarmi con una passione che non mi aspettavo: gli infilo la lingua in bocca e comincio a stuzzicare la sua libidine con un bacio intenso, lussurioso; la mia mano è già corsa al suo inguine ed ho scoperto la goduria di stringere in mano, ancora dentro al boxer, il suo membro vigoroso, seguendone il profilo e disegnandolo una lunghezza che va oltre la mia memoria di un cazzo ed una grossezza che mi fa temere per l’incolumità anche di una figa provata come la mia; devo avere tradito la mia sorpresa perché mi sussurra.
“Non ti farò male; col mio amore sarò delicatissimo e so che mi accoglierai con tanto amore. Anzi, sappi che il mio papà è altrettanto dotato, forse di più, visto che ho sentito che certamente farai l’amore con lui e con mamma; lei addirittura è più straordinaria di te, a letto; solo che è tanto silenziosa che a volte dà l’impressione di non provare piacere, ma non è vero.”
E’ un’informazione che mi genera qualche sospetto, quella che mia figlia viva il sesso con entusiasmo ma non lo dimostri a voce: per quello che ne so, solo un trauma antico può spiegare questo comportamento; mi riservo di parlarne con lei; ma intanto mi gusto appieno il piacere che questo ragazzo mi comincia a dare sul serio; apro la vestaglia per denudarmi almeno davanti, prendo lui per i fianchi e me lo porto addosso, gli abbasso il boxer e faccio esplodere intero il suo cazzo che stringo in mano e porto tra le mie cosce, a contatto con la figa: mi allargo con le mani le grandi labbra e sistemo il cazzo in maniera che il pube mi strusci sul monte di venere ed ecciti il clitoride, l’asta mi scivoli fra le grandi labbra eccitandole e la punta si perda all’altezza dell’ano.
Si muove con delicatezza e quasi sembra non preoccuparsi del membro che mi stimola l’apparato genitale tutto: la sua meta ora sono la mia bocca, che divora come un cannibale strappandomi tutto il piacere possibile, e, subito dopo, i capezzoli a cui si attacca, alternativamente, con la voglia di un poppante, succhiandoli come se davvero sperasse di ricavarne l’alimento che ha sostentato sua madre tantissimi anni prima; la sua manipolazione ha l’effetto di scatenarmi un terremoto nel ventre, nella pancia, nel cuore e, contrariamente alle mie capacità attuali, comincio a bagnarmi e a spruzzare umori vaginali mentre mi succhia; io mi limito a carezzare e stringere le sue natiche forti, a carezzarle dappertutto e ad insinuarmi tra le due fino a passare delicatamente un dito sull’ano grinzoso che, come prevedevo, palpita e si muove quasi ad invitarmi alla penetrazione; timidamente spingo un dito fino a farlo entrare per qualche millimetro, ma lui si protende contro la mano e quasi chiede di essere violato; sono costretta a fermarlo.
“Se pensi di penetrarmi, aspetta che prenda un lubrificante: alla mia età le pareti non sono così umide.”
“Puoi anche farne a meno perché non entro se prima non ho lubrificato tutto con la lingua; ma per precauzione prendilo pure.”
“Non provare a violarmi il culo perché ti uccido.”
“Ho sentito che hai paure stupide sul tema; non voglio forzarti, ma ti perdi molto piacere se non superi quella sciocca prevenzione.”
“Ne sei certo?”
“Sarò anche presuntuoso, ma sono convinto che, quando deciderai di farti rompere il culo, lo verrai a chiedere a me: nessuno ti potrà amare come ti amo io e sarà l’amore a guidare il nostro incontro!”
E’ decisamente supponente, come un po’ tutti in famiglia; ma è certo che sa mettere tanto amore nella copula; ed io lo sento dai primi approcci, e ne godo: quando le sue mani scivolano sulla mia pancia, io per prima ho la sensazione di godere della tensione che lo anima, che mi porta a “sentire” la lussuria del mio ventre che arriva fino al’utero e mi sollecita piacere ed umori che scivolano verso la figa; lo avverte anche lui e le sue dita scendono a cercare l’apertura della fessura, sotto il cespuglio di peli che, per un vezzo, lascio crescere quando mi depilo la figa; le dita scendono poi ad artigliare il clitoride e, quando lo sente rizzarsi come un piccolo cazzo, lo afferra e lo masturba mandandomi il cervello in tilt per il piacere; ho voglia di lingua dentro la vulva e di labbra intorno al clitoride: glielo dico, apertamente; immediatamente si abbassa tra le mie cosce, mi apre voluttuosamente, si fionda con la testa sull’inguine e comincia succhiarmi tutta, fino al’imbocco della vagina; urlo disperata di goduria e gli impongo di riempirmi immediatamente la figa col suo membro meraviglioso.
Si inginocchia fra le mie cosce, mi fa piegare le ginocchia verso l’alto, accosta la cappella alla vulva e comincia a penetrarmi con esasperante lentezza, mi impone di masturbarmi mentre entra e lo faccio scoprendo all’improvviso un piacere assolutamente inedito che mi scoppia dall’utero al cervello e mi fa vedere tutto rosso; per un attimo temo di svenire o che il cuore mi scoppi, ma non gli chiedo di fermarmi; anzi, voglio che mi possegga fino in fondo: sento l’asta che mi invade con dolore la figa e mi riempie fino all’utero, fino a che la punta colpisce con forza la cervice e mi strappa un urlo disumano che lo preoccupa.
“Vuoi che smetta?”
“Non ti azzardare! Picchia sodo, riempimi, fammi sentire quanto mi possiedi, fami godere, fammi urlare ancora, tanto, tanto, all’infinito. Che tu sia maledetto, mi fai venir voglia di farmi sventrare da te. Ti amo, godo, veeengoooooo!”
Si ferma dentro di me, mi spinge le gambe in basso, me le fa stringere e, restando fermo a riempirmi il ventre col membro durissimo, senza neppure pensare di sborrare ma solo ascoltando il piacere che dalla figa si dirama a tutto il corpo e lo contagia; viviamo così, per qualche eterno minuto, la gioia di sentirci compenetrati, mentre le mani continuano a percorrermi il corpo e ad esplorarlo scoprendo e facendomi scoprire piaceri nuovi, intensi, non abituali.
“Ragazzo, sei una tempesta; mi stai sconvolgendo tutto, corpo, anima, certezze e convinzioni; stai scavando in me tutto l’amore che posso dare; ma tu mi stai dando tutto l’amore che puoi? Perché non mi hai ancora inondato col tuo seme?”
“Non ti va di sentire se è buono? Io ho tanta voglia di sentirtelo ingoiare per farti assaporare me stesso come io assaporo te dalla tua figa meravigliosa.”
Lo sollevo per le ascelle e intuisce che ho voglia di succhiarlo fino a spomparlo; sfila il cazzo dalla figa (ed io mi sento all’improvviso vuotare), scivola col corpo su di me e si viene a sedere sul mio seno, col cazzo appoggiato al mento; sollevo il cuscino dietro la mia testa, apro la bocca e lo lascio entrare dolcemente, mentre con la lingua accarezzo la cappella che mi sembra enorme; comincio a leccare quell’organo meraviglioso, prima sulla cappella poi lungo l’asta fino ad arrivare ai coglioni; poi li prendo in bocca, uno per volta, e li succhio amorevolmente; vibra, si agita come per scosse elettriche e, ad un certo punto, mi spinge la mazza nella bocca, solo per una piccola parte, finché la lingua lo consente; appoggio meglio la testa, spalanco le mascelle, spingo in avanti premendo sulle natiche e mi faccio chiavare in bocca; intuisce che voglio essere violentata così e spinge il cazzo che attraversa tutta la cavità, supera le tonsille e mi blocca l’esofago: devo fermarlo, perché mi vien da vomitare, si ritrae e ricomincia a scopare la gola; devo fermarlo ancora per non soffocare; poi la mia gola si adatta, lo assorbe e lo spingo dalle natiche perché mi scopi definitivamente in bocca.
Pompa decisamente, incurante ora delle mie reazioni, e si muove sull’onda del suo piacere che trasmette a me dal cazzo che si gonfia; assume mille smorfie dettate dalla goduria, dai brividi e dalle scosse elettriche in tutto il corpo; inarca la schiena, il cazzo si fa più rigido e preme con più forza nella gola, poi esplode con un grugnito animalesco; io esplodo con lui, con un verso disumano che nasce dalla bocca tappata dal cazzo: il primo spruzzo quasi mi soffoca e devo fare arretrare il cazzo, per ricevere gli spruzzi successivi: ognuno mi esplode in bocca, ma più ancora in figa e nel cuore; per ogni spruzzo, un orgasmo mi scuote il corpo e mi agita il cuore; lo sento mio, completamente, e assaporo il gusto del suo sperma come qualcosa di atavicamente mio, come qualcosa che amo al di là del naturale; lentamente, sfila il cazzo dalla bocca, ma la mia lingua non lo molla e lo accarezza, lo lambisce, raccoglie anche i più piccoli residui di seme; lo trattengo a lungo fra labbra, mentre perde lentamente vigore, finché non si rilassa fino a diventare una piccola cosa tutta mia.
“Vera, non ho mai fatto l’amore con tanto ardore; non mai amato una donna come amo te; sei una forza della natura; ho paura anche solo a pensare di perderti, che questa possa essere l’unica occasione per averti così interamente, così intensamente. Ti amo da morire.”
“Guido, io ci sarò sempre per te, a qualsiasi titolo e a qualsiasi condizione. Ho sentito in me vivo e assaporo ancora il tuo amore, grande, vero, mio; forse non vivremo più un momento così, ma non mi perderai finché un poco di questo amore ci terrà insieme. Ho molto goduto a sentirmi posseduta da te e, più ancora, a sentirti totalmente mio. Adesso fammi ancora tanto amore e vattene.”
Non si decide ad andarsene, non presto naturalmente; per un paio d’ore non smette di accarezzarmi, di succhiarmi, di leccarmi, di penetrarmi, di possedermi; e contemporaneamente si lascia coccolare, accarezzare, leccare, succhiare, godere da me che mi perdo per un pomeriggio in questo amore assurdo e terribile, ma che mi fa tornare giovane, al mio primo tradimento; poi sono costretta a cacciarlo via, perché è ora di cena; e sento che si porta via molta della mia gioia di vita, quel ragazzo che ho visto nascere, crescere ed ho sentito oggi appartenermi più di quanto sia umanamente lecito.
Nicoletta viene a trovarmi qualche giorno dopo, da sola e mi trova altrettanto sola che mi trastullo con le mie letture preferite, i poeti maledetti; preparo il caffè e la faccio sedere nel salone, su una delle poltrone; quando mi siedo sull’altra, di fronte a lei, capisce che intendo avviare un discorso impegnativo e aggrotta la fronte, quasi si adombrasse.
“Devi dirmi qualcosa?”
“Forse sei tu che devi confidarmi qualcosa, e non certo da oggi. … “
Mi guarda sorpresa ed ho la sensazione che veramente non capisca dove voglio andare a parare: mi tocca chiarire.
“Ho saputo che hai problemi ad esprimere i tuoi sentimenti quando fai l’amore. E’ vero?”
“So che hai fatto l’amore con Guido. … Ha spifferato tutto? … Pensi che sia facile? … Se te la senti, ti dico tutto.”
“Intuisco che c’è molta colpa mia che emergerà da quello che stai per dirmi; ma c’è anche un’infinita sofferenza tua. Io devo prendere atto delle mie colpe e voglio condividere la tua sofferenza, per l’amore che ti porto come madre e per quello che ti ho confessato come donna.”
“Quando l’altra volta hai confessato i tuoi tradimenti, sono stata molto male, per me e per te, perché non sapevi e non potevi sapere che quelle tue evasioni d’amore mi sono costate la difficoltà che Guido ti ha rivelato.”
“E’ successo qualcosa in una di quelle mie “fughe” con la scusa degli esami di Stato?”
“Si, è successo che sono stata prima violata e poi sverginata.”
“Quando? Come? da chi?”
“E’ successo quando avevo tredici anni. Tu eri andata a Firenze per gli esami di Stato ed eravamo soli in casa, io Francesco e papà: ci riposavamo dopopranzo e Francesco si era addormentato; papà mi chiamò nella sua camera e mi fece stendere accanto a lui sul letto grande; mi strinsi a lui, perché lo amavo tanto e, poiché aveva solo i boxer, vidi il cazzo che sbucava da una coscia; sapevo che con quello qualche volta ti aveva fatto giocare e io e Francesco vi avevamo spesso spiato; glielo dissi e lui mi chiese se volevo giocare anch’io; gli dissi di si e mi chiese prima di accarezzarlo e poi di muovere la mano come facevi tu: in breve, si fece fare una sega ed io fui anche felice di vederlo sborrare. Nei giorni successivi diventò abitudine che Francesco dormiva ed io gli facevo una sega, sempre contenta di fargli piacere.”
“Che maiale! Ma tu non avevi ancora nessuna nozione di sesso?”
“Si, quel poco che puoi apprendere nei cessi della scuola dalle compagne di classe; non avevo mai toccato un cazzo, anche se molte lo avevano già fatto e non ero abituata, come le altre, ad andare all’ultimo banco con filarino per fargli una sega da dentro la tasca dei pantaloni appositamente tagliata. Insomma, ero abbastanza pura e casta da prendere per gioco la sega che feci a papà per tutto quel mese; quando stavi per tornare, mi ordinò di non parlare perché ti saresti ammalata e io tacqui.”
“Che successe poi?”
“Non successe niente perché non te ne parlai, il tempo cancellò l’episodio anche dalla mia memoria e tutto filò liscio fino all’anno seguente, quando tu partisti di nuovo per gli esami di Stato, a Roma se mi ricordo bene. Lui tornò alla carica il primo pomeriggio da soli e stavolta non si accontentò che lo masturbassi, ma mi chiese di baciargli l’uccello; io esitai un poco, mi ricordò che tu lo facevi sempre quando giocavi con lui ed io cedetti. All’inizio, mi chiese di dare piccoli baci sulla cappella, poi mi fece spostare sull’asta e mi chiese di metterci la lingua; insomma, in breve mi abituò a prenderlo in bocca e a succhiarglielo finché non sborrava: mi convinse anche ad ingoiare dicendomi che faceva bene alla salute. Per quel mese, diventai la sua pompinara privata. Ma non mi facevo nessuno scrupolo perché rimaneva tutto nell’ambito di quel gioco proibito di cui ero stata spettatrice che lui richiamava ogni volta che obiettavo qualcosa.”
“Non deve essere stato un mese di allegria. … “
“Ti sbagli. Collocato in quel senso di gioco, il pompino mi divertiva, anche perché le compagne di scuola raccontavano di averlo fatto con ragazzi più grandi e se ne vantavano; io stavo zitta; ma ero convinta che, averlo fato con il mio papà, l’uomo che, come per tutte le ragazze, era il mio unico riferimento sessuale, mi rendeva quasi eroica. Quindi, per tutto il mese, succhiai sperma a gogò con grande gioia mia e goduria di papà. Poi tornasti tu e scattò il solito impegno a stare zitti … fino all’anno successivo quando tu, puntuale come la morte, partisti per Ancona ed io mi trovai ancora di fronte alla possibilità di rallegrare il mio papà con la mia boccuccia. A scuola avevo già sentito parlare di figa, di scopata, di verginità da difendere ad ogni costo fino al matrimonio, ma restavo ancora nel vago, per quel che concretamente significasse.”
“Ma avevi quindici anni, avevi già da un anno le tue cose e non potevi ignorare certi rischi.”
“Grazie per la fiducia! In realtà ero un’imbranata che faceva i pompini, ma non sapeva che erano quelli: era come una sorta di schizofrenia tra quello di cui parlavo razionalmente e il gioco a cui papà mi faceva partecipare. Dovrei andare in analisi, forse; ma più di questo non ci ricavo: ero una ragazzina, per un verso; e mi comportavo da ignara puttanella, per altro verso, il tutto senza colpa e senza coscienza.”
“Cosa successe quell’anno?”
“Che il papà alzò ancora il tiro e mi propose di mettere il suo uccellino fra le cosce, senza entrare nella gabbietta; e cominciò a sborrarmi fra le cosce, spesso più volte al giorno. Non provavo nessun piacere, se non quello di fare contento il mio papà che ormai era quasi malato non resisteva molto senza ficcarmelo tra le cosce e pompare finché non sborrava; per me era come bere un’aranciata o sorbire un gelato. Quando stava per esaurirsi il tempo della tua assenza, forse perché quel giorno aveva bevuto un poco, nemmeno mi avvisò: sentii il cazzo entrarmi in figa e sventrarmi con un dolore lancinante e terribile; non riuscii a profferir verbo e caddi quasi svenuta; lui sborrò sulle mie cosce e scappò inseguito da chissà quali demoni. Il giorno dopo, tornasti e notasti l’aria difficile che c’era, l’attribuisti al rancore perche ci avevi lasciati e non chiedesti niente. Io non ebbi il coraggio di rivelarti che il papà mi aveva fatto sanguinare la patatina e il pancino. Stemmo tutti zitti e la cosa passò ignorata.”
“Adesso so che l’ho fatta veramente grossa!”
“Ma forse non c’è neanche da farti molte colpe: non sapevi niente dei precedenti ed io non ti ho mai parlato di miei problemi. Solo una volta mi chiedesti se avessi fatto già l’amore, perché tutte le mie amiche avevano raccontato alla mamma di non essere più vergini; ma a te bastò che ti dicessi che non avevo scopato con nessun ragazzino, per sentirti a posto con te stessa. Ero io, che mi tormentavo perché, se solo accennavano a mettermi un cazzo in mano, mi irrigidivo e non ero capace di fare niente. Sono andata avanti così per anni, fino a che ho incontrato Franco: per un fatto che ha del miracoloso, forse perché era particolarmente buono e comprensivo, forse perché quella sera ero un poco sbronza per avere bevuto ad una festa, insomma mi riuscì di confidargli il mio problema. Franco è un uomo meraviglioso: con mille delicatezze, con estrema pazienza mi condusse a pomiciare sul serio, mi fece ripercorrere la strada che dalla sega portava alla scopata e mi ricostruì una dimensione accettabile della sessualità; poi l’ha fatta esplodere fino a farmi fare, con grande amore ed estremo entusiasmo, tutte le depravazioni possibili ed immaginabili, fino all’incesto di cui già sai. L’unica cosa che non riesce a guarire è la mia tendenza a chiudere in me le espressioni del piacere, senza manifestarle in alcun modo: solo lui sa quando e quanto sto godendo e si regola di conseguenza; agli altri, appaio fredda e cinica. Fortunatamente, sono arrivata a cinquant’anni, alla menopausa o quasi, senza privarmi di niente se non del piacere di urlarlo, quando godo.”
“Puoi perdonarmi per essere stata tanto distratta?”
“Io non ti devo perdonare niente: tu non lo sai e forse non te ne accorgeresti neppure, ma io ho una voglia di sesso con te che tu sembreresti fredda anche se hai detto che mi vuoi; l’unica differenza rispetto alla tua voglia, è che io, in questo senso, devo tutto a Franco: senza di lui, non mi faccio nemmeno un ditalino; con lui, o anche solo davanti a lui, esprimo tutta la mia troiaggine. Per questo, ti ho detto che farò l’amore con te, ma solo se contemporaneamente scopi anche con lui.”
“Quindi, mi fornisci almeno altri due motivi per decidermi a fare l’amore con Franco (bada, fare l’amore, non scopare o fare sesso), uno è la sua delicatezza e capacità di amare, che è stata alla base della tua ‘liberazione’ come mi hai detto, l’altra è la riconoscenza per aver liberato mia figlia, il mio amore, da un grosso peso; se ci aggiungi che Guido me ne ha dato un terzo, la buona dotazione che possiede, c’è una sola conclusione: per quando organizzi l’incontro a tre?”
“Fosse per noi, faremmo anche per stasera; ma abbiamo i ragazzi in casa e, come spesso ci è capitato, bisogna inventarsi una soluzione che non sia una squallida stanza d’albergo. Se tuo marito si levasse dai piedi, mi piacerebbe farlo qui dove già ti sei espressa al meglio (secondo la sua versione) con Guido, che di queste cose se ne intende, e non poco.”
“Levarsi dai coglioni tuo padre è la cosa più semplice del mondo: basta favorire un suo week end da qualche parte, con la sua ragazzina e la casa resta mia per un bel po’ di tempo. Quanto all’altra sua bravata, in qualche modo gliela devo far pagare.”
“No, mamma; quella storia va dimenticata; ti prego,non rinfocolare: aiutami a dimenticare: far l’amore con te mi aiuterà; se tiri fuori il passato, puoi danneggiarmi.”
“Va bene; allora, al primo fine settimana possibile. Posso almeno darti un bacio … alla francese?”
L’occasione attesa arriva prima di quanto pensassimo. Oreste ormai tende a stare in casa quanto meno può, quasi che l’idea solo di essere in qualche modo colto in fallo gli metta addosso la smania di scappare: di qui, le frequenti corse, con le scuse più banali, nel circondario o, in qualche caso, i viaggi di alcuni giorni in località poco più distanti: dal tipo di valigia che organizza sono in grado di stabilire per quanto tempo si tratterrà fuori; posso, quindi, organizzare le mie personali evasioni che possono essere una visita ad un museo o ad un monumento d’arte, come ricevere a casa mia, nel nostro letto, il mio amante fisso, con il perverso gusto di scopare nel letto coniugale, anche rischiando un poco, per eventuali pettegolezzi che non gradirei o per possibili rientri imprevisti del mio ineffabile consorte.
Un pomeriggio, a sorpresa, mi vedo arrivare in casa Franco, il marito di Nicoletta, che mi vuole parlare da sola di qualcosa di assai delicato; incuriosita, gli preparo il caffè mentre si siede nella poltrona nel salotto; mentre aspetto che il caffè passi, mi chiedo cosa possa avere da discutere con me: non può trattarsi dell’idea balzana di anticipare e di ‘privatizzare’ il progetto di scopata che abbiamo ipotizzato, perché ho largamente chiarito che farò l’amore con Nicoletta, anche se gradisco la sua partecipazione; deve essere quindi qualcosa di imprevedibile, per me; mi chiede se può essere chiaro e diretto e lo invito, anzi, ad esserlo fino in fondo.
“Nicoletta mi ha detto del vostro proposito per un fine settimana; mi ha anche accennato al tuo desiderio di vendicare il male che Oreste le ha fatto, anzi direi che ‘ci’ ha fatto; mi ha detto che lei vuole dimenticare quell’episodio. Io no; io da venticinque anni mi arrovello a cercare di capire se devo dimenticare o se è giusto fare qualcosa. Da quando hai messo le carte in tavola, mi sono convinto che tuo marito merita una brutta lezione, possibilmente davanti a quelli a cui ha fatto male.”
“Posso essere anche d’accordo; ma, in primis, c’è la scelta di Nicoletta che va rispettata; in secundis, non vedo proprio cosa potresti fare per vendicare il male di allora.”
“Io so che devo rispettare la scelta di Nicoletta e l’ho fatto per venticinque anni; però quel bastardo non si è fermato e continua ad insidiare ragazzine. Merita una lezione e anche dura.”
“Continuo a non capire quale sarebbe la punizione a cui pensi.”
“Mi pare che in questa questione ci siano diverse responsabilità; la più grave è quella di Oreste che è degna di tribunale; ma non credere di essere così innocente, dal momento che non hai visto né capito niente ma intanto per un mese all’anno scappavi dalle responsabilità e andavi ad esercitare la tua libertà sessuale, per una notte o per un mese conta poco, lasciando due figli piccoli in balia di un criminale; allora non vedevi e cercavi di non capire; oggi ti rifugi dietro la posizione buonistica di tua figlia per nascondere che per venticinque anni non hai saputo o non hai voluto sapere e che gli unici a pagare siamo stati io e Nicoletta che da quell’episodio è diventata a letto una statua di sale mentre tu non hai abbastanza inventiva per ideare un progetto di vendetta e forse non ti curi più affatto di quello che è successo anche per colpa tua.”
“La legge del taglione, occhio per occhio? … Chi è correo si assuma la sua parte di pena? … Cosa vorrebbe dire?“
“Scusa; ho detto sciocchezze; ottimo il tuo caffè. Divertiti con Nicoletta; io faccio un passo indietro e vi lascio campo libero. Ciao.”
Esce di scatto, senza darmi tempo di replicare; chiamo Nicoletta e le chiedo cosa sia successo a suo marito per fargli fare discorsi strampalati; non sa niente e si riserva di parlare con Franco; dopo un’oretta mi richiama per avvertirmi che suo marito ha rinunciato all’incontro progettato perché non sopporta che io non mi assuma nessuna responsabilità per quello che è successo tanti anni fa; lei non ha capito molto e io non riesco a cogliere fino in fondo il significato di quel gesto; mi aggiunge che, in quelle condizioni, non se la sente di disgustare Franco incontrandomi da sola e che, quindi, sarebbe meglio non pensarci più.
L’illuminazione me la offre, involontariamente, Guido che mi viene a trovare con evidenti intenzioni che si scontrano con un mio rigido rifiuto: commentando la mia categoricità, rileva che certe mie fisime sono peggio della stupidità e che forse mi condizionano come la difesa della verginità nella vecchia società metteva a disagio le ragazze; mentre il ragazzo continua ad insistere sull’argomento, non lo ascolto più e mi salta agli occhi che, per la legge del taglione, ‘verginità per verginità’ la vendetta doveva essere far cogliere la mia presunta residua verginità sotto gli occhi di Oreste che l’aveva elemosinata per mezzo secolo e non l’aveva avuta; se a rompermi il culo fosse mio genero (o anche mio nipote) sotto gli occhi di mio marito, Nicoletta non sarebbe risarcita, ma il male sarebbe vendicato e da me che ne ero stata complice con la mia fuga alla scopata libera.
Chiamo immediatamente mia figlia e le chiedo se c’è lì suo marito; mi sembra molto perplessa e capisco che la situazione è molto intrigante: dico che voglio parlare con lui della questione che ha sottoposto; Franco mi chiede cosa avessi elaborato.
Gli chiedo se la sua proposta era di farmi inculare da lui davanti a mio marito; mi risponde che quello era stato il fondamento della sua idea ma che l’aveva cancellato immediatamente per la mia evidente reticenza, ad ammettere che devo assumermi un grosso peso, appigliandomi alla volontà di Nicoletta; anche per questo, ha deciso di rinunciare ad una delle sue più grosse utopie, fare l’amore con mamma e figlia insieme e cercare di convincere la suocera a donargli la sua ultima verginità, ad una età quasi veneranda.
“Puoi venire qui e ricominciare come non fosse successo niente?”
“Mi piacerebbe venisse anche Nicoletta; ma la mia ipotesi prevede che lei non sia informata di niente fino all’ultimo, perché sono certo che non approverebbe il mio progetto.”
“Vieni solo e valutiamo insieme; ti confesso che ho molta paura, ma credo che tu abbia un’idea molto importante e non so se seguirti e superare le mie fisime, per dare una lezione a quel porco o se dare ascolto a mia figlia e dimenticare tutto, ancora una volta, per semplice amore del quieto vivere.”
Franco torna e mi espone il suo progetto molto articolato, che impegna la presenza e il coinvolgimento di tutta la sua famiglia e, per qualche verso, anche pericoloso per possibili, imprevedibili reazioni.
In sostanza, Oreste dovrebbe essere indotto, con l’inganno, a lasciarsi condurre, bendato, nella camera da letto e legato a una sedia; qui sarebbe reso spettatore riluttante alla “cerimonia” della perdita di verginità anale di sua moglie e, alla peggio, violentato anche lui, dalla figlia con uno strap on, se Nicoletta avesse accettato; le sue minacciose reazioni potevano essere vanificate con la semplice esibizione di un dossier che Franco possedeva, da cui emergevano tutte le violenze su minori da lui praticate negli anni e che, alla polizia, sarebbero state sufficienti per mandarlo in galera.
L’idea è decisamente pazza e pericolosa, ma Franco mi appare molto deciso: probabilmente tutti, a cominciare da Nicoletta, abbiamo sottovalutato la sua rabbia, ma anche il suo rancore e il suo immenso dolore, per dovere ogni giorno, per venticinque anni, fare l’amore con una moglie adorata ma incapace di avere qualunque reazione verbale nel corso dei rapporti sessuali; l’alternativa, per come vede lui le cose, è lasciare che io e mia figlia diamo sfogo alla nostra sensualità senza di lui: tra la razionalità fredda di mio genero e la reazione emotiva di mia figlia non so a chi dare torto; di fatto, effettivamente c’è, nella scelta mia e di Nicoletta, un che di buonistico ma anche di vigliacco: chiudere gli occhi e dimenticare presto.
Non è facile scegliere una strada e non mi aiuta Nicoletta, che mi chiama poco dopo e mi chiede conto del nuovo incontro; vigliaccamente, le racconto solo che Franco vuole fare sesso con noi ma chiede che gli dia il culo mentre io non me la sento; protesta con suo marito che, capito l’andazzo, si limita a lasciarla libera di fare con me tutto quello che vuole, quando come e dove lo vogliamo, ma che interrompe il rapporto con me perché non godo più della sua stima e della sua fiducia: l’ultima affermazione mi fa male più di ogni altra considerazione; ma mi rendo conto che la disistima è conseguenza diretta della mia viltà.
Provo a far dire a Franco che sono disposta a concedergli il culo a patto che rinunci ad altre richieste; ma la sua prevedibile risposta è sferzante.
“Di’ a tua madre che, quando ne ho voglia, trovo disponibili tanti culi anche più freschi e piacevoli da violentare!”
Ormai è diventato surreale parlare per telefono, a sprazzi, di argomenti così delicati; decidono allora di venire da me ed affrontare insieme l’argomento; ma non è semplice spiegare tutta la faccenda a Nicoletta, che in pratica conosce molte bugie e qualche mezza verità; Franco è esasperato ed esordisce con la sua solita brutalità.
“Mi pare che questo vostro gioco a rimpiattino sia durato anche troppo: l’unica possibilità concreta è che Vera scopra cosa vuol dire scopare alla morte con Nicoletta e non sentire nemmeno un gemito di piacere, non avere cioè nessuna percezione di quello che ha provato. Quando questo dato sarà chiaro, forse qualcosa diventerà ancora più comprensibile. Vi prego, andate in camera e scopate fino allo sfinimento; io vi sto a guardare e marco stretto Oreste se dovesse arrivare all’improvviso.”
Nicoletta non capisce molto, Vera è incuriosita e decisamente trascina la figlia verso il letto: che tra le due ci sia un grande, profondo amore anche fisico, è evidente dalla foga con cui si abbracciano, si toccano, si perlustrano, si assaporano anche mentre percorrono il breve tragitto fino al letto; Vera si trova quasi nuda rapidissimamente, considerato che indossa solo una vestaglia sull’intimo, reggiseno e slip, mentre per Nicoletta lo striptease è alquanto più laborioso ed eccitante dovendo liberarsi del completo con cui si è vestita per uscire.
Per me spettatore è una delizia, vedere apparire di colpo tutta l’esplosività della bellezza della madre, che alla sua età vanta ancora un seno appoggiato ma non cadente, di una misura notevole; un ventre pieno e abbondante ma non grasso; un culo alto e sodo benché appesantito da inevitabile grossezza; invece il corpo di Nicoletta, progressivamente e lentamente scoperto da Vera che copre di baci e di sensuali leccate ogni brandello di carne che scopre, risulta stupendamente armonioso e desiderabile, nonostante i segni che l’età ha marcato anche su di lei: pur conoscendola in ogni piega, non mi sottraggo, ancora una volta, al fascino delle cosce scultoree che reggono un busto armonico, un culo da favola disegnato a pennello nelle curve delle natiche e nella dolcezza delle chiappe che celano l’ano grinzoso che così volentieri bacio, succhio e pratico col mio cazzo che, appunto in quel momento, è diventato un vero obelisco di carne; quando le toglie il reggiseno, emergono le sue tette favolose, sulle quali mi perdo spesso e volentieri in lunghe leccate, succhiate e morsi, con in cima due aureole imponenti, di colore intenso, sormontate da due capezzoli lunghi e grossi sui quali spesso consumo ore di suzione quasi dovessi allattarmi di nuovo per alimentarmi.
Vera appare più decisa, complice anche l’attitudine, che ben conosco, di Nicoletta a farsi dominare nell’amplesso, chiunque sia il partner del momento, maschio o femmina; Vera comincia quasi subito a gemere dolcemente e sensualmente, quando la figlia le afferra la figa, dal monte di venere fino all’ano, e insinua decisa il medio nella fessura che ancora soffre di una certa secchezza, non avendo avuto tempo e modo di inumidirsi; quando la madre le ricambia il gesto, penetrando rapidamente fino alle nocche nella figa depilata e disponibile, Nicoletta non dà, come al solito, nessun segno di piacere se non una tensione del ventre che solo chi la frequenta e la conosce può individuare come segnale di godimento; si masturbano per un po’, mentre si baciano con lascivia, perlustrandosi le bocche con le lingue che battagliano per conquistare la cavità orale e percorrerla.
E’ Nicoletta a decidere di sdraiare la madre sul letto e a gettarsi addosso a 69 per leccarle la figa e succhiarle il clitoride che Vera ha ben evidente, grosso e duro per l’eccitazione; stanno per un bel po’ a sollazzarsi con le lingue che perlustrano tutto il sesso, dal ciuffetto di peli, che ciascuna porta in cima alla figa, all’ano sempre più aperto e disponibile, anche se Vera fa dit tutto per evitare che la figlia possa esaminare il suo buco di culo troppo attentamente.
Prendo dalla borsa di mia moglie il vibratore che sempre porta con sé, lo consegno a lei che lo usa immediatamente per infilarlo nella figa della madre e azionarne il meccanismo: Vera comincia a lanciare gemiti sempre più chiari ed acuti finché esplode in un orgasmo violento; Nicoletta, a quel punto, passa lo strumento sull’ano e comincia a penetrarla; anziché ribellarsi, Vera comincia ad agitarsi vibrando in sintonia con il dildo e le sue urla diventano forti ed acute, continue e decise;quando esplode l’orgasmo anche dall’ano; Nicoletta sfila il vibratore e lo passa a sua madre che immediatamente le ricambia la cortesia infilandoglielo in figa e in culo con una straordinaria rapidità di cambio.
Riesco nettamente a leggere il viso meravigliato di mia suocera davanti all’assoluta mancanza di segnali verbali della figlia, mentre la sollazza in maniera decisamente abile e sicuramente produttiva di piacere e di orgasmi; ma non un suono emette mia moglie: io, che ne conosco bene le reazioni, registro almeno due orgasmi assai intensi, forse tre; ma Vera comincia a dare segni di essere quasi preoccupata di non riuscire a strapparle neppure un lamento, di gioia o di dolore che fosse; guarda dalla mia parte e le faccio cenno di andare avanti senza preoccuparsi; poco convinta, continua comunque a titillarla con le dita, con la bocca e col vibratore che le fa scorrere su tutto il basso ventre.
Nicoletta, che è super eccitata, mi fa segno di accostarmi e mi avvicino a baciarla, chinandomi sulla figa di Vera che sta stimolando con la lingua; allunga la mano verso di me e cerca di aprirmi il pantalone; indico la porta d’ingresso per farle capire che temo l’arrivo di suo padre e desiste; mentre mi ritiro, Vera mi afferra il cazzo, da sopra ai pantaloni, mi attira verso di sé e lo accarezza per tutta la dimensione, quasi per rendersi conto della consistenza; con lo sguardo mi lascia intendere che volentieri lo riceverebbe in figa; ma anche a lei accenno all’ingresso e mi tiro indietro, benché sia quasi mortalmente arrapato per la situazione di grande amore saffico tra madre e figlia, per lo spettacolo meraviglioso che i due corpi offrono e per la voglia che mi sta per esplodere nei pantaloni.
Dopo il quinto (o il sesto: non tenevo il conto) orgasmo, Vera denuncia una qualche stanchezza e si abbandona sul corpo di Nicoletta che capisce la difficoltà della madre, anche in forza dell’età, e le consente di staccarsi e di scivolare al suo fianco supina sul letto; ruota il corpo e si distende al fianco, si solleva su un gomito e si china a succhiarle un capezzolo: la risposta di Vera è un lungo gemito di piacere che diventa quasi un lamento lungo e insistente, a mano a mano che la figlia succhia il capezzolo; il suo lamentoso gemito riprende quando la figlia passa all’altro capezzolo; poi la madre la spinge quasi via e passa lei a succhiare la figlia; ma Nicoletta non da nessun cenno di reazione ed è difficile anche per me leggere il suo godimento dalle contrazioni del ventre e dal movimento delle cosce che sembrano stringere la figa nell’orgasmo.
Decido di porre fine al loro amplesso e faccio segno a mia moglie picchiando sull’orologio per indicare che non c’è più tempo: fa alzare sua madre in ginocchio sul letto e la bacia intensamente sulla bocca; le frena il gesto di riprendere a masturbarla mentre si baciano e si abbracciano lascivamente; alla fine, si staccano quasi soffrendo e si rivestono.
Vera quasi ci aggredisce, appena si sono ricomposte.
“Ma come cazzo fai a farla godere? … E tu, hai avuto almeno un orgasmo?”
“Uno? Dieci vorrai dire!”
E’ perplessa.
“Come ti senti; e come ti sei sentita mentre la scopavi e non sapevi se a lei piaceva o no quello che le facevi?”
“Mi sento sconvolta … dal dolore! Io non sono riuscita a rendermi conto in nessun momento di cosa provasse lei; e neppure adesso capisco se ho fatto l’amore solo io o se lei era con me e godeva con me! E’ stata una sofferenza continua, col senso di colpa di essere solo io ad approfittare di lei!”
“Adesso mi fai il favore di provare a moltiplicare questa sensazione per venticinque anni, più di novemila giorni, più di duecentomila ore, insomma la vita di Guido e anche di più: in questo tempo, io sono uscito dagli amplessi con mia moglie in questo stato d’animo e solo con molto tempo e con molta pazienza sono riuscito a cogliere da altri segnali quando raggiungeva un orgasmo, quando provava piacere e quando qualcosa non le andava. Questo è il prezzo che io ho pagato alla violenza di tuo marito e alla tua superficialità. Ci sarebbero fondati motivi per odiarvi e per non volervi neanche rispettare; ma io amo mia moglie, con le sue grandissime qualità e anche con questi dolorosi limiti. Per questo, sono felice di avere visto il vostro amore esplodere con violenza nel sesso; ma non chiedetemi di perdonare o di dimenticare. Io non ci riesco: questo vale anche per te, Nicoletta; tu puoi cancellare, dimenticare o mettere sotto il tappeto; io covo rancore, perdonami.”
“Cosa vorresti fare e cosa speri di ottenere?”
“Adesso, più niente; mi è svanita anche la rabbia che mi sostiene sempre. Io mi sento derubato di una passione che mi spettava; ma adesso mi rendo conto che il mio è un credito millantato e che non mi compete. Il problema è solo vostro e dovete risolverlo voi: io mi devo limitare a uscire dl vostro gioco. Amatevi e fate sesso ogni volta che ve ne viene voglia: a casa nostra è più sicuro, perché al massimo potete essere sorprese da Guido o Simona, i nostri figli che non si scandalizzerebbero per un amore saffico tra madre e figlia; qui è più rischioso perché a sorprendervi potrebbe essere Oreste e non credo che reagirebbe bene. Io me ne sto da parte e non voglio più saperne di voi e dei vostri problemi di sesso.”
“Franco, ma che stai dicendo? Io non ho mai fatto niente senza di te e non voglio certo cominciare adesso.”
“Intanto, non è vero perché hai appena cominciato a fare sesso senza di me, checché tu ne dica; è sbagliato che io mi ostini a voler fare le vendette di non so che cosa; continuerò a essere il marito leale, ma non aspettarti più fedeltà e dedizione, visto che mi avete lasciato il prezzo intero degli errori di tuo padre e della complicità di tua madre; non sento di provare più per voi l’entusiasmo che avevo fino a poche ore fa e non voglio condividere la vostra scelta di coprire con un velo pietoso un passato che per me è stato fonte di grande dolore: anche per questo, non me la sento assolutamente di avere rapporti più che formali con tua madre. Quindi, chiudiamo qui i discorsi e percorriamo ognuno la strada che ritiene migliore.”
“Franco, ma così distruggi tutta una vita passata insieme, cancelli esperienze meravigliose vissute, rinneghi tutto quello che abbiamo fatto … “
“Siete voi che distruggete tutto, passando il cancellino su vicende terribili, per il solo gusto del quieto vivere, preoccupate dei vostri sentimenti e assolutamente incuranti di quello che sono stato costretto a soffrire io: eppure, vi ho dato la possibilità di vederlo concretamente. Io mi auguravo di vedere ripristinata una parvenza di giustizia; ma riconosco che sono stressato da questa vicenda, tutta, dall’origine a oggi; e a questo punto accetto il vostro punto di vista e tengo per buona la vostra scelta di aver fatto pagare solo a me il prezzo del passato. Godetevi il futuro. Nel presente, mi rifiuto di continuare a fare l’assistente sociale di una moglie che non comunica le sue emozioni sessuali: sarà tua madre ad assicurarti il piacere silenzioso e ad imparare a riconoscerlo da altri segnali; io mi cercherò rapporti nei quali la gioia del sesso sia anche comunicazione, ma non disturberò le vostre iniziative, il vostro amore. L’ho detto e lo ripeto: venite anche a scopare a casa nostra; quando lo farete, io andrò altrove.”
“Non voglio, non posso e non devo accettare che una struttura realizzata con tanto impegno, con tante energie e con tante sofferenze in venticinque anni di matrimonio debba essere distrutta da un momento di rabbia.”
“Venticinque anni di pazienza per te sono solo un momento di rabbia? Non dimenticare che lo sforzo maggiore per realizzare questo equilibrio l’ho sostenuto io: tu ti sei fata coccolare e accettare per quello che sei; poi tu, autarchicamente, hai deciso di cancellare il mio desiderio di rivalsa ed io mi adeguo e ti lascio campo libero. In cambio, mi sgancio da ogni impegno e ti affido alle cure di tua madre. Non mi pare che possa opporti con qualche ragione; e comunque, non credo ti sia consentito di non cambiare niente dopo le rivelazioni di tua madre sulla sua libertà sessuale: credo che sarebbe mio diritto reclamare verginità per verginità, a certe condizioni. Visto che persiste la riserva sulla conservazione sia della verginità che dell’intangibilità di Oreste, io mi ritiro, semplicemente, e ti riaffido a loro: forse troveranno qualcos’altro da sottrarti!”
“Se il tuo problema è il mio culo intatto, se ne può senz’altro parlare.”
“Adesso mi offendete pure! Ti ho già detto che di culi, rotti o integri ma comunque disponibili, se ne trovano in giro: tuo marito ne trova ogni giorno, più o meno; io ne avrei più di uno, stanne certa. Il piacere di rendere pan per focaccia è più sottile, ma non entra nei vostri canoni e quindi diventa improponibile, visto che la vostra libertà sessuale richiede il sacrificio di qualcun altro, maschio o femmina che sia. Continuo a chiedervi, per favore, di andare ognuno per la sua strada.”
“Quindi, ad ogni costo vuoi che io riapra un’antica ferita ormai cicatrizzata.”
“No, chiedo conto della mia ferita rimasta aperta per venticinque anni e chiamo a responsabilità chi l’ha provocata, non solo chi ha rotto l’imene, ma anche chi ha contribuito a creare il trauma che ha portato alla mia sofferenza! Adesso, per favore, non fate fuoco incrociato per colpevolizzare me di danni che avete provocato nella vostra famiglia.”
“Pensi di lasciarmi?”
“Diamine, ma con voi le cose non basta dirle una volta? Non parlo forse italiano? Ho detto che farò il marito e ti garantisco la scopata canonica del sabato sera, ma senza preoccupazione per i tuoi orgasmi; ti lascio campo libero per tutte le tue iniziative compreso il sesso con la tua mamma; mi riservo di farmi qualche bella scopata altrove per recuperare il gusto del sesso comunicato. Non ti sta bene?”
“No! Io non voglio un marito che mi scopa distrattamente il sabato sera, per rispetto istituzionale. Io voglio il mio Franco che per venticinque anni mi ha fatto sentire normale aiutandomi a superare il mio handicap: lo riesci a capire?”
“Certo che lo riesco a capire: non sono né cretino né finto tonto come qualcun altro; ma riesco a capire anche meglio quello che tu dimentichi o fingi che non sia mai avvenuto, che cioè quell’uomo innamorato follemente tu lo hai espulso dalla tua vita quando hai deciso di dimenticare quello che sono stato costretto a soffrire per aiutarti a superare il tuo handicap, perdonando e cancellando le colpe di chi ha stuprato e di chi è stato complice col suo comportamento falsamente libertario e la sua capacità di ignorare il male perpetrato. Quando hai deciso unilateralmente di non tenere presente il mio dolore di tanti anni, cancellando con un colpo di spugna colpe e responsabilità, tu hai ucciso quegli sforzi e l’amore che li ha sorretti. Adesso, continua per la tua strada ma senza di me.”
“Possiamo riesaminare la questione a casa nostra, con calma?”
“Sono pronto a discutere di quello che vuoi quando e dove vuoi; solo, ti avverto che, non essendo oggi sabato e non essendo prevista scopata istituzionale, uno dei due dormirà nella camera degli ospiti.”
Volge al termine una giornata difficile, illuminata senza dubbio dall’incontro tra me e mia figlia, finalmente esplicite nella dichiarazione d’amore anche fisico; ma contrastata fortemente dall’atteggiamento di Franco, suo marito, tenace nel reclamare vendetta al suo dolore e pronto anche, per questo, a rinunciare non solo al rapporto con me che avevamo progettato, ma addirittura a mandare a monte il matrimonio, decenni di grande amore e di una perfetta sintonia con Nicoletta; di tutto, ritiene responsabile anche e soprattutto la mia reticenza ad accettare la responsabilità di antichi avvenimenti, che ne hanno condizionato la vita, e il rifiuto di favorire il suo desiderio di sfogare il rancore accumulato.
Mentre vanno via in un’atmosfera di tempesta che uccide tutti e tre, mi trovo all’improvviso a fare i conti con me stessa e con l’orgoglio che mi ha spinto ad irrigidirmi su certe posizioni; vorrei piangere, perché sono io la colpevole della fine del loro grande amore; ma mi rendo conto anche che piangere sul latte versato non servirebbe a niente e potrebbe solo acuire i sensi di colpa che, dopo tanti anni, sono emersi alla luce e mi opprimono.
Decido allora di inseguirli, letteralmente, e di entrare a piedi uniti nelle loro vite, per cercare di arginare la frana che li sta travolgendo e, se possibile, di evitare la rovina; mi vesto rapidamente e mi precipito a raggiungerli a casa loro: sin dal pianerottolo di casa, mi accorgo che Nicoletta piange a singhiozzi dolorosissimi; suono al campanello e mi apre Franco con una faccia da tempesta; mi fa entrare evitando anche di guardarmi negli occhi: il suo disprezzo mi fa più male di una coltellata; lo abbraccio e per fortuna non mi respinge, come temevo, ma addirittura mi accorgo che il mio corpo lo eccita e il suo membro si gonfia sulla mia figa; insisto a stringerlo a me e cerco di baciarlo, ma si volta dall’altra parte.
“Stronzo, baciami: ti amo; l’ho capito solo adesso; baciami e riprendiamo a parlare, non arroccarti come ho fatto io: due orgogli a confronto non producono niente, né di buono né di cattivo!”
Sembra cedere e si concede: il bacio che ci scambiamo è caldo, appassionato, d’amore vero; Nicoletta si avvicina e ci abbraccia insieme.
“Franco, perché ti ostini ad inseguire una vendetta inutile? Cosa pensi di ottenere? Vuoi soddisfare il tuo personale rancore? Credi di aiutare un mio recupero? Vuoi far male a Vera per non essere stata attenta tanti anni fa? Cosa cerchi, insomma, in questa frenesia di vendetta?”
“Insomma, per le vostre esitazioni devo incassare tutto il dolore e stare zitto?”
“Non ti basta avere il mio amore?”
“Silenzioso e da indovinare?”
“No: caldo, vero, immenso; che peso può avere se lo riesco ad esprimere a parole o lo comunico a gesti?”
“Strano che lo dica una fervente cattolica che dovrebbe sapere che una confessione, se intima e inespressa, non ha valore, mentre se espressa a voce alta dà diritto all’assoluzione dal peccato. E’ la stessa cosa: chi ti ha privato della possibilità di esprimere il tuo piacere dovrebbe pagare!”
“Poi mi ridà la facoltà perduta?”
“No, è chiaro!”
“Allora è solo il tuo ego ad avvantaggiarsene; il tuo rancore ad esserne soddisfatto. Io sto chiedendo di cancellare una brutta storia per continuare a vivere come facevamo prima che mamma raccontasse e tu ti incapricciassi per questa vendetta.”
“Quindi, la scelta è perdonare al papà stupratore e alla mamma distratta e fare finta che non abbia parlato?”
“No; io sono pronta a darti, con amore bada bene, la mia verginità residua, solo se non è per una tua vendetta personale ma per un desiderio d’amore mio che mi concedo e tuo che mi prendi al meglio della tua delicatezza. Ho cercato di dirtelo prima, quando facevamo l’amore io e Nicoletta, ma tu mi hai, anzi, ci hai respinte ed hai deciso che la tua vendetta viene prima anche del nostro amore!”
Ho colpito nel segno e si vede che la sua sicumera traballa: mi bacia sugli occhi, con la dolcezza di un innamorato; poi cerca di giustificarsi.
“Stavo controllando la porta e non potevo distrarmi.”
“Bellissimo il ditino dietro il quale ti nascondi: è quasi più bello dei timori di Nicoletta dietro ai quali mi hai accusato di nascondermi; ribadisci che era solo per prudenza e non per un rifiuto pregiudiziale. Anche cacciare dal letto, dalla vita e dall’amore la tua compagna è un gesto di prudenza?”
“Franco, mamma ha ragione: ti abbiamo offerto tutte e due di partecipare al nostro amore e ti sei tirato indietro. Ti riesce tanto difficile capire che per me riconquistare l’amore di mia madre, conquistare il suo corpo e la passione del sesso è già una grande conquista e che il tuo desiderio di vendetta sciupa tutto, anche quello?”
“Quindi, che tutto sia come è sempre stato?”
“No; ora c’è in più il mio amore esplicito con mamma: quella è già una conquista e lei imparerà a capire le mie reazioni come ci sei arrivato tu; in più, c’è questa esperienza dolorosa che sta per distruggerci e che, se superata, ci lega ancora di più. Perché non cerchi di amarmi, di farmi sentire il tuo amore e di ascoltare il mio con tutti i sensi, escludendo l’udito che non ha mai pesato sui nostri rapporti?”
“Tu conquisti punti anche nell’amore con tua madre e io continuo a pagare il conto!”
Franco vacilla ancora; poi abbraccia Nicoletta con una violenza e con una passione che quasi le provocano dolore; istintivamente, l’abbraccio da dietro per entrare in rapporto fisico coi due e infilo una mano tra i loro corpi per prendere il cazzo di mio genero; ma lui stesso mi spinge verso la figa di mia figlia e la stringo con forza, quasi con rabbia, e la carezzo sensualmente cercando il contatto col clitoride attraverso i vestiti e lo slip; si stringe a lui e sento sul dorso della mano il cazzo che preme durissimo; per stimolare la figa di Nicoletta uso il cazzo, da sotto i pantaloni e le mutande: sembra un gioco assurdo, al limite dell’impossibile; ma la prima ad eccitarsi fino a sentirmi colare sono proprio io che manovro i due sessi; poi vedo Franco sbarrare gli occhi mentre divora in bocca le labbra di sua moglie e la penetra con la lingua fino in fondo; Nicoletta si contorce sulla mia mano e sul suo cazzo come se fosse tarantolata, schiaccia con violenza le labbra di Franco; ad un tratto sembra emettere un gemito, soffocato dalla bocca di Franco, che si blocca quasi spaventato. Si stacca dal bacio e le guarda il viso languido d’amore.
Nicoletta rovescia la testa indietro, si accosta ancora alle sue labbra e, mentre lo bacia, sento che gli dice.
“Non devi lasciarmi, non puoi lasciarmi: io ti amo, ti ho sempre amato, io vivo per te; ti voglio, ti voglio dentro il mio corpo: sfondami, uccidimi, fammi male ma non azzardarti a tentare di cacciami dal tuo letto, dalla tua vita, dal tuo amore. Io non posso vivere senza di te; fammi fare l’amore, fammi sentire il tuo corpo nel mio, fammi godere; non mi lasciare.”
Franco è sbalordito, quasi non crede neanche a quel che sente.
“Non ti lascio, amore, non ti lascio; ho detto una stupidaggine; ero incazzato; non posso lasciarti: anche tu sei la vita per me; non posso vivere senza di te.”
“Portami sul letto e fammi fare l’amore; anzi, no, scopami, con tutta la violenza che vuoi, fammi sentire il cazzo fin dentro il cervello, ma non pensare mai più di far finire l’amore che ci fa vivere.”
Franco la solleva in braccio e la porta verso la camera da letto; io resto inebetita a chiedermi se è stata una sensazione causata dalla situazione o se invece è successo il miracolo e mia figlia si è liberata dalle remore che le impedivano di partecipare alla vitalità del marito; non riesco ad entrare nella loro dimensione di amore, ma mi accosto timidamente alla porta della camera: Franco, mentre sta sfilando i vestiti a Nicoletta, mi vede e mi fa segno di andare sul letto con loro; lei lo vede, mi guarda e mi chiama.
“Mamma, vieni accanto a me, fatti amare anche tu: io credo, anzi sono sicura che essermi lasciata andare con te mi ha consentito di riprendere contatto con l’amore , con mio marito, col mio uomo, col mio cazzo che adesso voglio tutto dentro di me; ma ti voglio vicino, voglio accarezzarti ancora. Franco, non ti dispiace se, mentre faccio con te l’amore con tutta me stessa, limono un poco con mamma?”
“No, anzi, ci limono volentieri anche io: lo sai che sono innamorato pazzo di lei e, soprattutto, delle sue tette e del suo culo; figurati se rinuncio ad accarezzarla mentre ti scopo alla grande, dimenticando per un momento che ti amo ricordandomi che ti voglio, ti desidero, mi piace fare sesso con te, adoro scoparti in tutti i buchi.”
“E allora che aspetti a sventrarmi col tuo mostro meraviglioso?”
Mi sdraio accanto a lei e le carezzo il viso con dolcezza, con un affetto materno, paradossale in quella situazione: ma i ruoli, in quel momento, mi si confondono: la mamma e l’amante diventavano tutt’uno e la dolcezza delle coccole affettive si incrocia col piacere lascivo del desiderio sessuale; stranamente e sorprendendo anche se stessa, nel momento in cui Franco comincia a spingere il cazzo nella figa, Nicoletta si mette a gemere con continuità e lacrimoni caldi le scivolano lungo le gote; continua a ripetere come un mantra.
“Ti amo, Franco, non mi stanco di dirtelo che ti amo, ti desidero, ti voglio; voglio sentirti nella mia figa e te lo voglio anche raccontare, momento per momento, quanto il tuo cazzo mi dà gioia; so che adesso diventa esagerato e scocciante che parli tanto mentre mi scopi, che non recupero niente del passato; ma voglio ascoltarmi mentre te lo dico; hai ragione: se voglio confessarmi, devo farlo a voce alta, sentire che sto parlando e farti sentire la confessione. Ti amo e godo molto con te, di te, di quello che il tuo corpo, ma soprattutto il tuo cazzo, portano nel mio corpo, nella mia lussuria, nella mia vita. Adesso ti sento fin nel cuore, che mi stai scopando e che il mio utero gode di te, della tua violenza, della cappella che mi pressa e mi fa dolere la cervice; ti amo con tutta me stessa e godo molto di più perché posso dirtelo mentre mi stringi i capezzoli e mi fai vibrare; sei un amante meraviglioso e non voglio perderti, per nessuna ragione!”
Mi sposto un poco con la testa e riesco a conquistare una sua tetta che accarezzo a piene mani con un ineffabile piacere sensuale; poi mi chino e prendo in bocca un capezzolo; si leva improvviso e inaspettato il suo urlo.
“Siiiiiiiiiiii, si mamma, si, succhiami fino allo svenimento, torna tu bambina e prenditi le mie tette come io ho preso le tue: fammi sborrare ancora e ancora. Franco, non sai come è meraviglioso sentirti fino in fondo nella mia figa e sentire mamma che mi strappa l’anima dal capezzolo. Vi amo … vi amooooo!!!!! Goooooooodoooooooooo!!!!!. Non uscire, resta dentro di me finché reggi, ti amo, ti voglio dentro per sempre, non uscire mai più dal mio corpo, sono tua e tu sei mio, il tuo cazzo è mio e voglio tenerlo dentro per sempre.”
Franco sembra rilassarsi, deve avere sborrato ma non ha detto niente; il suo corpo enorme, rispetto a quello di sua moglie, la copre tutta e sembra assorbirla in sé; la bacia delicatamente dove può senza muoversi da lei, sul viso, sugli occhi, nelle orecchie, solo fino al collo per tornare poi indietro, sul mento, sulla bocca, lungo il naso fino di nuovo sugli occhi: sento quasi i morsi della gelosia di fronte allo spettacolo di amore puro e infinito che i due offrono al mio sguardo; avrei voglia di buttarmi nella mischia e sentire anch’io nella mia figa il bel cazzo di mio genero titillarmi l’utero fino a farmi esplodere di piacere; ma il tempo è volato senza che ce rendessimo conto ed è ormai l’ora, per me, di rientrare a casa prima di dover rendere conto ad Oreste della mia assenza; raccolgo la borsa, vado da Nicoletta, la bacio e l’avverto che vado.
“Ci vediamo sabato prossimo?”
“Franco è ancora disposto?
“Tu sei sempre dell’idea di darmi la tua verginità anale?”
“Non ci riesci proprio a rinunciare? Potresti rimanere molto deluso.”
“Io sono disposto a correre il rischio, se tu sei pronta a fare il sacrificio.”
“Va bene: faremo come tu vuoi. Ciao.”
Me ne vado, comunque più leggera e serena di come sono arrivata; dai loro atteggiamenti mi pare di poter essere sicura che i dissapori sono stati eliminati, gli equivoci chiariti e che l’amore tra loro abbia trionfato; per una madre questo è il risultato migliore auspicabile; ed io sono soprattutto una madre, anche coi limiti e i difetti che mi hanno, in qualche modo, costretta a riconoscere.
Nei giorni successivi, la preoccupazione maggiore è quella di organizzare per benino le cose in maniera di avere per l’intero week end la casa libera e pronta per il “grande evento” di scopare a tre con mia figlia e mio genero e per il presunto sacrificio della verginità anale alla quale Franco sembra tenere molto e per la quale, invece, io mi sento molto in ansia per motivi che a lui non possono nemmeno per caso passare per la testa.
Un paio di giorni dopo, Nicoletta passa a trovarmi e mi racconta assai felice che con Franco ha ritrovato un’intesa meravigliosa che non si era mai perduta ma che in qualche modo si era un po’ appannata dopo le mie rivelazioni; per un attimo, sono tentata di rivelare a mia figlia la vera natura delle mie titubanze rispetto alla parte più delicata dell’incontro, la mia verginità anale; ma a sentire quanto sono in fibrillazione suo marito e lei per questa nuova “avventura”, mi passa la voglia di parlare e lascio stare; finisce che ci troviamo sul letto abbracciate e ancora completamente vestite e succhiarci la figa senza sfilare gli slip, solo spostandoli il necessario per aprire l’accesso alle grandi labbra, mentre ci palpiamo i seni ed io le lecco il buco del culo che trovo estremamente sensibile e cedevole; mi chiedo per un attimo se lo farà anche lei; ma,evidentemente per un rispetto alla sacralità della primizia che Franco reclama, lascia stare e si rivolge alla figa; esplodiamo, quasi in contemporanea, in un lussuoso orgasmo che ci sconvolge; subito dopo, riassettandoci semplicemente gli abiti gualciti per le recenti manovre sul letto, ci salutiamo perché è quasi ora di pranzo; Nicoletta mi sembra accesa di gioia anche perché, mi dice, racconterà a Franco della nostra sveltina e sicuramente lui la scoperà alla grande.
Il sabato mattina vengono a casa mia: hanno avvertito i figli che potrebbero restare fuori tutto il week end e si sono liberati di qualunque impegno: la loro intenzione è di dedicarsi totalmente e pienamente all’incontro con me, che vivo il momento con una certa inconfessata trepidazione; ci incontriamo comunque scambiandoci baci di passione sin da quando varcano la porta; io indosso solo la mia solita vestaglia senza intimo e sia lei che lui immediatamente infilano le mani sotto il vestito e mi palpano amorevolmente i seni: Franco mi stringe appassionatamente e prende in mano le natiche per sentirmi contro il ventre e farmi sentire la forza del suo cazzo sotto la figa; lo avverto che sarà bene mangiare qualcosa, prima di abbandonarci ai bagordi: a malincuore, si stacca e si libera di giacca e scarpe mentre Nicoletta va in bagno e torna con una mia vestaglia, che appena le copre le chiappe e il pube naturalmente privi di intimo; stavolta sono io che le afferro la figa a mano piena, infilo un dito e la masturbo delicatamente per qualche secondo: geme di piacere, con mia grande gioia, ed è poi lei a ricordarmi che è meglio rinviare l’incontro a dopopranzo.
Anche mentre mangiamo, però, cerchiamo tutte le occasioni per baciarci e toccarci, alternativamente in coppia o anche tutti e tre, ed io ho l’occasione di assaggiare direttamente la consistenza del cazzo di Franco, che trovo meraviglioso, dal momento che si è tolto pantaloni e camicia ed è rimasto in boxer; prima ancora di aver finito di mangiare, io e Nicoletta ci stiamo dirigendo alla camera da letto mentre suo marito si attarda a sorseggiare il caffè e a fumare una sigaretta; ci fiondiamo sul letto, dopo esserci liberate della vestaglia, e ci lanciamo in un vorticoso giro di baci su tutto il corpo, dal viso alla bocca, dalla gola alle tette, dall’ombelico alla figa; mia figlia denuncia orgasmi continui ed intensi, accompagnati stavolta da sani gemiti di lussuria e da urli disumani, quando le mie dita riescono a trovare il punto giusto per farla godere o la mia bocca le succhia il clitoride come gli facesse un pompino.
Franco, che è sopraggiunto, si lancia sul letto e si colloca tra di noi, baciando, leccando, succhiando, strizzando a casaccio tra tette, cosce, ventri, inguini e fighe senza molto badare a dove va; ad un certo punto lo sento entrarmi in figa con decisione e con dolcezza, una sensazione strana che mi prende e che mi fa esplodere in una sborrata colossale: quando il suo cazzo picchia con forza sulla cervice dell’utero, lancio anch’io un urlo disumano e un rumore strano e violento (ma che io conosco bene) li fa sussultare per un attimo, quasi sorpresi e meravigliati; poi Franco annuncia.
“Nessun problema; hai avuto un orgasmo anale e il suono è proprio questo.”
Riprende a limonarmi e gli chiedo di dedicarsi anche a Nicoletta; il cazzo, ancora durissimo, passa dalla mia alla figa di mia figlia; ed essendo lei sovreccitata per la precedente scopata mia, sborra con pochi colpi accompagnando l’orgasmo con un lunghissimo gemito d’amore; le monto sopra, a 69, e prendo a leccarle la figa; lei mi passa a spatola la lingua tra l’ano e la vulva: ad un certo punto mi accorgo che richiama l’attenzione del marito sul mio ano, con un’espressione di meraviglia: non ci faccio molto caso, perché sto godendo: e neppure vedo che, subito dopo, lui si è alzato ed è uscito dalla camera.
Mentre io e Nicoletta ci lanciamo in un giostra di leccate golose e furiose su tutti i genitali, Franco è andato nel salone; successivamente avrei saputo che ha preso il mio telefonino dalla borsa, ha osservato la rubrica e la lista delle chiamate, individuato il numero di Ottavio, il mio amante segreto, e lo ha attivato; l’altro, visto il nome sul display, risponde.
“Ciao Vera, ma non eri impegnata oggi?”
“Non sono Vera, sono Franco.”
“Ah, il marito di Nicoletta. Come mai?”
“Siamo qui da Vera e stiamo facendo il gioco delle verità: da quando te la scopi?”
“Saranno una decina di anni, ormai.”
“Com’è Vera a letto?”
“Calda, focosa, inarrestabile.”
“Lo fa con tutto, anche col culo?”
“Direi soprattutto col culo.”
“Altra verità da scoprire: glielo hai rotto tu?”
“No; è arrivata già con un tunnel aperto. Perché?”
“Ti ho detto: facciamo il gioco della verità: lei addirittura si spacciava per vergine.”
“Non hai verificato? Si vede chiaro che il buco è abituato al cazzo, anche al mio che, modestamente …”
“Te la passo.”
A quel punto, Franco mi stacca dalla figa di Nicoletta e mi passa senza una parola il telefono.
“Si?”
“Ciao bella; stai scopando con tua figlia e tuo genero?”
“Ottavio! Perché hai chiamato?”
“Io? No, è stato Franco che mi ha chiamato per sapere se ti scopo nel culo.”
“Ahhh; si, va bene; ci vediamo come al solito.”
Nicoletta sta piangendo silenziosamente in un angolo.
“Perché, mamma? Perché hai detto tante bugie? Quante ne hai dette ancora e quante ne dirai? Non capisci che è quasi peggio di quel maledetto giorno; tu hai tradito la lealtà, l’amicizia, la fiducia. Cosa ti costava dire che avevi il culo rotto? Perché difendere la bugia della verginità?”
“Perché non sono fatta come voi; perché ho dei tabù da rispettare e difendere anche se non ci credo e non li amo. E’ vero: vi ho ingannato; anzi, no, ho ingannato Franco, per il quale ho solo tanto affetto, te lo avevo pur detto. Io volevo fare l’amore con te; tu hai voluto che ci fosse pure lui e ti ho risposto che avrebbe fatto quello che voleva con la mia appassionata partecipazione; ma non avevo promesso né amore né verginità; ho cercato di difendere il mio tabù con la storia della paura dei danni; mi avete costretto a promettere una verginità che non c’era; ho giocato a recitare sperando che un miracolo vi impedisse di vedere che ero sfondata di culo, Adesso però mi sono rotta di inventare con tutti, da tuo padre a tutta la famiglia, oltre che con la società intera. Se proprio vi dà tanto fastidio il mio comportamento, vi prego di andarvene e di non rompermi più i coglioni; sono stata bene senza di voi; sarei stata felice di dividere con voi amore e sesso; se siete tanto puritani, mi rifugerò nel mio rapporto clandestino che la società mi impone e tanti saluti a voi, al vostro libertinaggio e alle vostre scopate multiple e libere. Ora due sono le ipotesi: mi lasciate qui a leccarmi le mie ferite; in quel caso, per favore, ricordatevi di me solo a Natale e a Pasqua, per le telefonate di auguri, possibilmente brevi; oppure tornate a letto con me, scopiamo come avevamo voglia (perché ne avevate voglia, prima di scoprire che il mio ano è nero per l’abitudine a prendere cazzi) fino a che non saremo stremati e scoperemo tanto, tantissimo, ogni volta che ne avremo voglia. E dovete subito scegliere, senza polemiche e senza trattative. Ti va di scoparti tua madre? Ti va di inculare tua suocera? Bene: io sono qui; a voi la prossima mossa.”
Franco si rivolge a sua moglie.
“Senti così intenso il desiderio di fare sesso con tua madre?”
“L’unica persona con cui mi interessa fare l’amore, - non sesso, amore - è mio marito, sei tu; gli altri non esistono. Da quel che capisco, neanche mia madre ha bisogno di me, col cazzo di cui dispone da anni. Andiamocene a casa nostra: a Natale, se ce ne ricorderemo, faremo, fra gli altri, gli auguri anche a lei. Ciao, mamma; divertiti!”
E usciamo.
La logica di Vera
Sono passati sei mesi dal mio pensionamento e la mia vita è precipitata in una sorta di ‘baratro dell’oblio’ che mi ha fatto sentire sempre più esclusa dalla vita di persone che fino a un anno fa sembravano non poter fare a meno di me; e mi accorgo solo adesso che si trattava prevalentemente di assoluti estranei, persone conosciute solo per le occasioni specifiche: alunni, genitori, colleghi, insomma tutta l’umanità che gira intorno ad una persona, in genere, e ad un’insegnante in specie, soprattutto quando si vive e si insegna in un piccolo centro; nel novero, brillano per assenza i familiari coi quali solo adesso mi accorgo di avere avuto un rapporto quanto meno distratto da altri interessi: solo di recente ho scoperto che è stato un atteggiamento colpevole e che qualche errore ha avuto conseguenze dolorose ed irrimediabili, anzi rimediate in parte da alcuni ma non sopportabili da qualcun altro.
Dopo lo scontro con mio genero, Franco, il rapporto con Nicoletta, mia figlia, si è interrotto di nuovo: ci eravamo connesse solo da poco, con le mie confessioni sul passato e le sue rivelazioni sulle vicende dell’infanzia; e adesso siamo di nuovo lontane come in due galassie e non conosco nessun percorso per arrivare a ricontattarla: decido di telefonarle accampando una qualsiasi scusa, pur di provare a riprendere il filo del dialogo.
“Ciao, Nico: sono Vera; ti disturbo? Avrei bisogno della ricetta del tiramisù. Come state ?
“Ciao, Vera: mi dispiace ma capiti in un momentaccio e non ho neanche il tempo per guardarmi allo specchio. La ricetta la trovi in internet, come ormai tutto, ed io ti devo lasciare perché devo preparare i bagagli per Guido.”
“Guido parte? E dove va di bello?”
Sento che sta cercando di trattenere le lacrime.
“Non va da qualche parte, SE NE VA in Inghilterra, dove ha trovato il lavoro e l’amore.”
“E non sei contenta che trovi una sistemazione?”
“Mamma, fammi il favore, VAFFANCULO; io sto qui a piangere da una settimana, con la prospettiva di piangere ancora per un mese; io soffro perché sto per perdere in un solo colpo i miei figli, la mia vita; e tu ti metti a fare la stronza dall’alto del tuo cinismo? O anche questo atteggiamento è una delle tante recite della tua vita? Mio figlio parte e forse lo rivedrò a spizzichi nei prossimi anni; mia figlia se ne va pure lei, col suo compagno, in Spagna; ed anche lei ha promesso che una o due volte all’anno, capisci, più o meno ogni sei mesi, troveremo il modo di abbracciarci. Io, per questa cosa, sto morendo e tu hai la faccia tosta di suggerirmi di stare contenta perché si sistemano? Io non ci riesco: sono certa che Ramon tratterà Simona come Franco ha fatto con me e che sarà ancora più felice di me; ma la preferirei morta, se servisse a tenermela qui, con me, per sempre; lo stesso vale per Guido; ma questi discorsi non valgono per te. Quindi, non rompere. Leggiti la ricetta su Internet e stammi bene.”
Riattacca ed io mi ritrovo ancora più sola, arrabbiata con mia figlia che neppure cerca di capire che usavo un luogo comune per superare il dolore; dispiaciuta un poco perché Guido se ne va, ma in fondo convinta che i giovani debbano farsi la loro vita dove meglio possono; io non avrei nessun diritto a giudicare perché non mi sono occupata affatto dei miei, ma loro ce l’hanno fatta, anche senza di me, anche se con qualche difficoltà, soprattutto Nicoletta, che poi hanno saputo superare; chi invece sta veramente male, adesso, sono io che, con la morte improvvisa di Ottavio, mi trovo da sola a dovermi gestire una vita che per la prima volta sento vuota e stupida; decido di dedicarmi al tiramisù, anche se io non mangio dolci e in casa non c’è mai nessuno, per cui finirà nella pattumiera; avevo messo da parte il numero di cellulare di Guido; lo trovo e lo digito; mi risponde subito.
“Ciao, come ti butta?”
“Non è un bel momento. Tu invece mi dicono che stai per fare il grande passo … E non pensavi neanche di passarmi a salutare un momento prima di sparire nelle nebbie londinesi?”
“Pensare, ci ho pensato molte volte; è fare che richiede tempo e determinazione e non ne ho avuto; ma, se sei libera, vengo adesso stesso a salutarti.
“Ti aspetto.”
Dopo meno di dieci minuti bussa alla mia porta e lo accolgo con molto affetto; non sembra entusiasta di quella visita.
“Mi pare che non ti faccia piacere abbracciarmi … “
“No, no, ti sbagli; piacere me ne fa tanto: e il fratellino, come senti, ha già alzato la cresta; diciamo che la passione c’è ma la fiducia è sparita e con essa l’amore. Sono stato il primo a cui hai rifilato la favola della paura che, se davi il culo, non avresti trattenuto le feci; ma intanto il tuo culo era già un tunnel ferroviario.”
“Ma che ci avete, voi, con il culo vergine? è un mito per caso?”
“No, niente mito del culo vergine; mito della lealtà; difficoltà ad accettare una troia. Ma, visto che quella sei, considerato che sei rimasta senza cazzo e che, piuttosto che scopare con tuo marito, vieni a chiederlo a me, considerato che, fino a Londra, di figa non ne avrò, una bottarella te la dò volentieri, tanto per spazzare le tue ragnatele e rinfrescare la memoria al mio cazzo. … “
“Sei impietoso! … “
“Solo un po’ di sano cinismo appreso da mia nonna. … “
“Va bene; intanto, allora, scopami come faresti con una vera troia.”
Ho appena finito di parlare che mi trovo premuta a terra, in ginocchio, e davanti a me si erge l’obelisco del suo cazzo, al massimo dell’erezione, e Guido me lo sbatte in gola con forza: è feroce, il ragazzo; ma tengo botta e prendo a succhiarlo con amore fino a che si arrende alla dolcezza del mio pompino e mi lascia fare; lo guido fino al divano, lo faccio sdraiare, mi accoccolo in ginocchio tra le sue gambe senza mollare di un millimetro la sua virilità prorompente e comincio ad adorarlo con la lingua e con le labbra: lo percorro tutto, dal basso all’alto e viceversa, e succhio la cappella come un dolce goloso; mi preme sulla testa e cerca di spingere la punta fino all’esofago, quasi volesse soffocarmi o farlo arrivare fin nello stomaco: la figa freme e fibrilla, gli orgasmi si susseguono, piccoli, dolci, rapidi, fino a che arriva quello conclusivo che mi esplode in testa, prima che nella figa, e si manifesta con un urlo bestiale; trattiene il cazzo fermo nella bocca assorbendo l’urlo che si scioglie in un sibilo ai lati dell’asta.
“Grande sborrata. Adesso ti rompo il culo!”
Sembra quasi che Guido sia più furbo e concreto del padre: se ne fotte delle promesse di verginità, vera o presunta, e bada al sodo, a mettere dentro il cazzo e godere, … ‘esattamente come fece il padre con Nicoletta, quando la sverginò impietosamente, complice la mia assenza’: per la prima volta sento il senso di colpa aggredirmi e la rabbia di Franco mi risulta giusta, sacrosanta; e, per converso, appare ancora più evidente il mio cinismo disumano espresso in tante dichiarazioni: l’unica motivazione che riesco a fornirmi è il desiderio di sopravvivenza che mi spinge sempre più in basso.
Guido si è spogliato nudo e mi ha spogliato: mentre ancora non mi sazio di guardare il suo corpo muscoloso e rassicurante e il cazzo ritto come un obelisco, un po’ meno rassicurante, lui mi obbliga a sdraiarmi bocconi sul letto e mi accarezza le natiche e i lombi amorevolmente: sembra quasi un massaggio terapeutico, ma è una lussuriosa carezza su tutto il fondoschiena che prelude all’inculata vera e propria e me la fa desiderare come la soluzione più dolce alla lussuria che il ragazzo ha scatenato in me.
“Perbacco, mi ecciti da morire con questo tuo meraviglioso cazzo: dovrei gustarne più spesso e più numerosi.”
“Hai mai frequentato un club privè? … Io ne ho sentito parlare dai miei e so che è un posto affascinante. … Dovresti chiedere a Franco e Nicoletta di farti fare l’esperienza; mio padre è una mezza autorità in alcuni e se glielo chiedi col giusto garbo, può farti passare una serata da sogno, o da incubo, a seconda dei punti di vista.”
Mentre parla, Guido mi è montato addosso e si strofina con tutto il corpo sulla mia schiena: la bocca scivola a baciarmi e mordermi con forza il collo nella parte posteriore sotto la nuca, strappandomi brividi di piacere inusitato; sotto, invece, il cazzo si è appoggiato nel solco tra le natiche e vi si struscia come i ragazzini fanno fra le cosce delle femminucce, prima di sverginarle; anche questa fase a Nicoletta è stata negata, perché non era già più vergine quando si è concessa a Franco, mi trovo a meditare; ma mi consolo con la convinzione che lui è stato poi un grande amante, anche per una con le sue difficoltà: peccato che non ne possiamo tenere conto, nella logica del lasciar vivere!
Il gioco preliminare dura poco; subito dopo, mi fa sollevare in ginocchio, poi mi mette carponi, e mi lecca accuratamente e amorosamente il buchino, penetrando con le dita progressivamente aumentate da una a tre; poi sento il fresco del lubrificante scorrermi dal coccige fino all’ano e lì infilarsi nel canale intestinale con l’aiuto del suo dito che lo distribuisce abbondantemente su tutte le pareti e poi anche sull’asta prima di accostare la cappella al buco: sento il cazzo scivolare dentro senza nessun fastidio per i miei tessuti; anzi, la progressiva penetrazione genera solo intenso piacere che esprimo con gemiti dolci e continui.
“Sfondami, amore … cosìììììì … chiavami adesso, fammelo sentire fin nello stomaco. … Che cazzo che hai!!!!!! Sei un grande amante. Peccato perderti: un cazzo così bello che emigra … lasciamene un grande ricordo, inculami con tutta la violenza di cui sei capace!”
Non si fa pregare e sbatte con tutte le sue forse contro il culo, contro la schiena, contro la figa, indirettamente; e mi fa sborrare come una vecchia fontana, a spruzzi, a fiotti, a cascata: di momento in momento il suo ritmo cambia e gli orgasmi si susseguono; sono al settimo cielo: era troppo tempo che non scopavo così con gioia; chissà se Franco scopa con altrettanta gioia e sapienza … chissà se avrà ancora voglia di scoparmi, ora … devo parlarne con Nicoletta … devono capire che io sono fatta così e che devono avere tanta pazienza … tanto amore quanto io non ne so avere; devo parlare …. A tutti e due.
Guido ha intanto perso il senso del limite e mi sbatte come un vecchio tappeto: i suoi colpi sconvolgono me, il letto, la stanza; è una furia scatenata quella che fa uscire il cazzo fino alla punta e poi lo spinge dentro con un vigore da prima penetrazione: non c’è amore nel nostro ‘scontro’ sessuale, ma solo passione, libidine, lussuria, voglia di possesso: stringo tutti i muscoli del retto e il cazzo rimane imprigionato nel mio ventre; benché faccia enormi sforzi, non riesce a tirarlo via ed è costretto a chiavarmi come voglio io, fino alla morte, fino ad una sborrata che è un’alluvione per il mio povero culo slabbrato; alla fine, lo lascio sfilare via e stringo l’ano al massimo, sperando di non far colare niente, mentre mi tampono con un fazzolettino e mi precipito sul water a scaricare sborra, umori e dio sa cosa.
Quando rientro in camera, Guido se ne sta sdraiato supino, col cazzo avvolto in fazzolettini che ha usato per pulirsi, con lo sguardo beato ed ebete di chi ha goduto intensamente ed è profondamente soddisfatto.
“Se avessi fatto capire che era così strafigo scoparti nel culo, anziché fare la verginella spaventata, sai che inculate ci saremmo fatti, o anzi ti saresti fatta tu e non solo con me, con questo tuo straordinario culo. Adesso però temo che dovrò lasciarti, perché i preparativi di viaggio mi prendono molto e sono in grave ritardo.”
Va in bagno a lavarsi e, al ritorno, si riveste, prende le sue cose ed accenna ad andare via; lo fermo e lo costringo ad un abbraccio da addio tra due innamorati.
“Mi penserai qualche volta? … Ti farai sentire? … Riusciremo a vederci, prima o poi? … Avrò un posticino nel tuo cuore?”
“Come nonna, forse riuscirò qualche volta a pensarti, persino a parlarti per telefono o per skipe; come amante, non nego che il tuo culo occupa spazio nella mia memoria. Ma so che è l’ultima volta che ci vediamo; e non credo che ci rivedremo più. Ciao, amore mio!”
La sua uscita mi lascia un senso di vuoto dentro che mi spinge quasi a lacrimare; ma mi faccio forza, perché la vita continua e cerco di recuperare le energie per affrontare gli impegni successivi, primo fra tutti il rapporto con Nicoletta che è la mia priorità assoluta.
La logica di Nicoletta
Altro che l’annus horribilis della regina! Il mio è stato orribile, terribile, angoscioso, spaventoso e chi ne ha più ne metta: è cominciato col pensionamento di mamma che ha dato la stura, chissà perché, ad una ‘seduta di autocoscienza’, come un tempo si chiamavano certe pubbliche confessioni, dalla quale è emerso in buona sostanza che la parvenza di santa donna vittima di un marito maiale era più apparente che reale, perché sotto gli abiti monacali si nascondeva una troia non da poco che aveva stabilito una giornata per il sesso libero rispettato puntualmente per quarant’anni; aveva coltivato un amore clandestino e parallelo per dieci anni; ne aveva fatte di tutti i colori in tutti i buchi ma spacciava ancora per vergine il culo giocando anche a prometterlo e a ritrattarlo; non posso negare che, in compenso, fare l’amore con lei mi ha indotta, non so perché, a sciogliere tute le riserve accumulate contro l’espressione chiara e verbale del piacere sessuale (godevo solo in silenzio totale) e, in qualche modo, mi sono liberata dall’oppressione della memoria di mio padre che mi violentò da ragazzina; ho deciso quindi di cancellare il passato e di godermi il presente a cominciare dall’amore anche fisico di mia madre che mi dà piacere, serenità e sicurezza
Non è d’accordo mio marito, Franco, che a questo punto sente completamente vano e stupido il sacrificio compiuto per venticinque e più anni, ad accettarmi con la mia difficoltà ad esprimere il piacere: per tutto questo tempo, ha dovuto studiare le mi reazioni corporee per arrivare ad intendere un linguaggio non verbale per ‘ascoltare’ le mie reazioni non solo quando facevamo l’amore ma anche quando facevamo sesso sfrenato dopo che, avendo scoperto il piacere della trasgressione, l’avevo convinto a fare l’amore in tutti i modi, rimanendo io e lui i punti centrali di riferimento e facendo ruotare intorno a noi un mondo di sesso che godevamo intensamente, io sempre silenziosamente.
Franco si è violentemente adirato quando ha scoperto che la colpa di mia madre era ben più grave di quanto avessimo pensato, perché la sua assenza non era solo un dovere professionale ma una scelta tesa anche alla soddisfazione sessuale dei suoi conflitti col marito che avevano poi travolto me e la mia ingenuità; ancora di più, si è adirato quando ha scoperto che io volevo dimenticare e lei, accampando il rispetto della mia volontà, voleva continuare a tacere su tutto, avallando l’operato del marito; non lo ha detto, ma lo deve avere turbato che, dopo che per anni aveva provato a farmi uscire dal silenzio, io ho cominciato a parlare del mio godimento subito dopo avere scopato con mia madre: so che si è sentito umiliato, ma non posso farci niente; mamma però ha colmato ogni misura quando gli ha fatto scoprire che non solo aveva un amante fisso da dieci anni ma addirittura il suo culo era stato attraversato da cazzi da almeno un ventennio, mentre lei lo proponeva come vergine per cementare un rapporto a tre che lui aveva sempre sognato, io, lui e lei.
Il punto morto a cui si è arrivato è angosciante: da un lato, c’è Vera, che si atteggia a troia cinica e superiore a tutto e tutti; in pratica, si comporta peggio di Oreste, mio padre, che cerco di ignorare ma che comunque è presente, soprattutto con le ragazzine di cui va a caccia; intanto, continua a tentarmi e ad affascinarmi con le sue profferte di amore saffico che mi ha ‘liberato’ e che mi attira molto ma che, praticato senza la presenza di Franco che era imprescindibile fino a ieri, si configura automaticamente come slealtà, tradimento e comporta perdita di fiducia e fine dell’amore; dall’altra parte, Franco che è diventato improvvisamente categorico: ha sofferto e soffre, ha pagato e sta pagando, rivendica un risarcimento che io e mamma, con il nostro buonismo, neghiamo; poiché non può decidere né prevaricarci, sta male, si è allontanato e minaccia la fine del nostro amore.
Dulcis in fundo, sia Guido che Simona, i nostri figli, hanno deciso di trasferirsi all’estero, lui in Inghilterra lei in Spagna, per la certezza del lavoro e per seguire il loro amore: Franco è straziato, anche se non lo dimostra in nessun modo; io sto morendo dentro, perché sono crollati tutti i pilastri che mi sostenevano: se ci aggiungo che non ho mai lavorato e che, in caso di divorzio, dovrei chiedere l’ospitalità del mio carnefice, mio padre, perché altri riferimenti non esistono, vedo la mia vita sull’orlo di un brutto precipizio; mia madre, per non confessare la sua solitudine, mi ha telefonato per chiedere la ricetta del tiramisu, lei che non mangia dolci e non può mangiarne e che vive in una casa vuota 24 ore al giorno: l’ipocrisia che Franco odia e che Vera adotta come metodo di vita.
La logica di Franco
Nei miei cinquant’anni di vita e nei miei trenta di professione di avvocato, ne ho conosciute di troie; ma, per trovarne una come mia suocera, credo che dovrei girare il mondo, frequentarne qualche milione e trovarmi poi a tornare al punto di partenza per dichiarare che non esiste al mondo una che le stia alla pari,
Cominciò con l’ingenuità fanciullesca di farsi mettere incinta a meno di 20 anni: ma già su questo, a mente fredda, ho qualche dubbio, perché, di fronte ai genitori che suggerivano un qualche ragazzo di buona cultura ed educazione, preferì un rozzo muratore che scopava senza precauzioni, forse per testarda ribellione alla logica altrui, come avrebbe fatto per tutta una vita; poi passò al tradimento sistematico, programmato anno per anno, con la scusa degli esami di Stato: intanto, la bestia che aveva sposato, durante una sua assenza, violentava la figlia procurandole un trauma che le inibiva la capacità di comunicare il piacere sessuale, risultando gelida e asessuata a chi non la conoscesse, ma anche grande dolore a chi ci viveva insieme.
Per reagire con la tigna al marito puttaniere si fece un amante clandestino e se l’è gestito per decine di anni, scopando in tutti i buchi, ma ostentando un inventato timore per l’inculata con la favola metropolitana delle feci non trattenute; e con quell’aura ha continuato a crogiolarsi per anni, fino a rendere la presunta verginità anale oggetto di una sorta di riffa o di un ricatto biologico; poi, si è ripresa la figlia scopandosela e ridandole, per miracolo forse, la facoltà di esprimersi. Da un lato, ha scatenato il mio odio personale e il mio rifiuto ad accettarla; dall’altro, Nicoletta, mia moglie, è stata invece affascinata dal rapporto saffico; lo scontro è arrivato alla punta più alta: per soprannumero, i nostri figli hanno deciso di emigrare ed io non posso impedirglielo, anche se si portano via gran parte della mia vita.
La resa dei conti
Vera non è donna da arrendersi alle prime difficoltà: da quando si è incontrata con Guido, sta cercando ogni spiraglio per entrare in rapporto con Nicoletta: rompere il muro dell’ostilità di Franco è quasi impossibile, per lei; Nicoletta invece può aggirarlo e indurre il marito a darsi da fare per aiutare la suocera ad entrare nel circuito dei privè dove dovrebbe essere facile trovare cazzi freschi per sollazzarsi; il difficile è smuovere Nicoletta in una fase in cui le sue energie sono tutte tese ai figli che partono; per questo, aspetta che la partenza dei due sia un dato di fatto per tornare all’attacco, stavolta bussando direttamente alla porta di Nicoletta quando sa che è in casa mentre il marito è in studio: con determinazione, ma anche con una certa sfacciata improntitudine, si presenta con la faccia contrita a parlare della scelta dei nipoti.
“Ciao, Nico, come va?”
“Come vuoi che vada? Sono giù, sono distrutta; mi sento vuota, mi sento inutile; mi crolla tutto addosso, mio marito, i miei figli, tutto.”
“Non fare così; qui c’è ancora la tua mamma che ti ama e ti aiuterà a superare anche questo momento.”
Con molto garbo e con molto tatto, Vera riesce a fare breccia nelle ansie di sua figlia e la convince che sdraiarsi con lei sul letto le farà solo bene; una volta distese, si ricorda perfettamente del piacere che Nicoletta provava a sentirsi succhiare i capezzoli e attacca direttamente il seno, difeso peraltro solo da una vestaglia e da un reggiseno che immediatamente cedono all’attacco; dopo circa una mezz’ora di leccate, di succhiate, di morsi e di carezze libidinose sul seno, Vera passa a carezzare l’inguine e si impossessa del clitoride che succhia con accanimento; ricordandosi del dildo, apre un cassetto della testiera e lo trova immediatamente; in un attimo, Nicoletta si sente penetrata in figa e in culo, alternativamente, mentre con la bocca sua madre la manda ai matti facendola sborrare in continuazione: il dato significativo è che ogni emozione è sottolineata da Nicoletta con gemiti ed urli che confermano il superamento del suo trauma; di due cose si preoccupa principalmente Vera: una è evitare il 69 per non riproporre a Nicoletta lo spettacolo del suo ano maltrattato che aveva determinato il rifiuto l’ultima volta: in alternativa, suggerisce ed accetta di farsi masturbare senza sfilare lo slip ma solo spostando la striscia sulla figa; l’altra, è tenere buon conto delle abitudini familiari e non farsi sorprendere dal ritorno del marito che non avrebbe visto di buon occhio la ripresa di contatti; sicché, ancora prima di mezzogiorno, si è già rivestita e torna a casa lasciando Nicoletta languida e soddisfatta per la breve ma intensa seduta di sesso.
Ma i rapporti tra i due richiedono ancora che Nicoletta dica tutto a Franco e lei tiene fede al costume; lui borbotta qualcosa per protestare ma alla fine non discute; invece, Vera nel pomeriggio telefona ancora a sua figlia ed accenna ai rapporti extraconiugali che ha avuto in passato e ai locali che ha frequentato in quella logica; Nicoletta ci tiene a precisare che ha sempre fatto le cose solo in compagnia, con la complicità e con l’assistenza di suo marito ‘cosa che a te risulta estranea’ aggiunge senza esitazione; accenna a rapporti vari, dallo scambio alla doppia coppia, dalla gangbang alle orge agli episodi di glory hole e a tutte le altre pratiche possibili in ambienti come i club privati; insiste comunque a ribadire che ha fatto sempre e solo tutto al braccio di Franco, stretta a lui e con la sua complicità totale: Vera, naturalmente, obietta che, una volta avviata, una donna deve anche essere in grado di autogestirsi; la figlia tronca qui il discorso; ma, prima di salutarla, la madre le chiede se se la sente, eventualmente, di convincere Franco a portarle tutte e due in un club privè, per una serata senza pensieri; Nicoletta osserva che, con il risentimento di Franco nei suoi confronti, la vede difficile; ma promette che ci proverà.
Franco non è solo restio: si oppone con tutto se stesso anche all’idea che madre e figlia lo coinvolgano in qualcosa che abbia a che fare col sesso, dopo quello che gli hanno combinato fino al culo sfondato; ma Vera è tenace ed insiste più volte con Nicoletta, sempre più evidentemente succuba della madre e quindi pronta ad insistere a sua volta con Franco che rischia di perdere la pazienza; finché anche lui sembra cedere e promette di aggregare Vera alla prima occasione di visita ad un privé; poi pone un quesito strano.
“Nel caso che nel privé le strade si dividessero, tu a chi ti accompagneresti, a me o a tua madre?”
“Che domande fai? Perché le strade dovrebbero dividersi? Se andiamo insieme, si sta insieme.”
“Senti, anima candida, tu parli di tua madre con tanta fiducia: io parlo di una troia che conosco; come ti ha detto? ‘una volta avviata, una donna deve anche essere in grado di autogestirsi’: cosa credi che significhi? Per me significa: portatemi al privè e lasciatemi fare da me. Vuoi fartelo confermare?”
Telefona per chiedere conferma e vera, naturalmente, dice che per lei è così: massima libertà.
“Allora, Nicoletta, ti ripeto la domanda: massima libertà come lei, con lei oppure massima solidarietà, complicità con me?”
“Tu non puoi impegnarti a starle a fianco?”
“Se lei stesse a fianco a noi, non ci sarebbero problemi; visto che lei si allontanerà, mi chiedi forse di schiavizzarci a lei? Ti rendi conto di quanti pericoli incontrerà tua madre da sola? Non credi che sia proprio questo che cerca, i pericolo, la sfida? Tu forse non sai che è morto Ottavio, che si sente sola e che sfida anche il diavolo. Vuoi ancora che la portiamo al privè? E tu con chi starai?”
“Lascia che ci pensi un poco.”
“Pensaci; io intanto penso se devo ancora dare corda per impiccarsi, a lei ma anche a te, che ancora una volta stai lì a tentennare e alla fine non so se sceglierai il peggio, come sempre.”
“Non riesci proprio a darmi fiducia?”
“Cara amica, io ti do fiducia portandoti al privè; se poi vuoi andartene, non è più semplice fiducia, è incoscienza perché qualcuno al pronto soccorso ce l’abbiamo portato, se ricordi.”
Non servono più chiacchiere; Franco decide di giocare l’ultima carta e se, come teme, andrà male, è già deciso a cancellare tutto il passato e a ricominciare con un’altra donna, che non sia dominata dalla famiglia nel bene e nel male.
Arriva il sabato e vanno, Franco, Nicoletta, Vera ed una coppia di amici, Nicola e Susanna, con i quali hanno già condiviso esperienze di quel genere; all’ingresso, non fanno nessuna difficoltà a Franco, che è azionista e amico dei proprietari e ben noto al personale di servizio che anzi lo colma di attenzioni; entrano nella sala da ballo e Vera trascina Nicoletta sulla pista, dove si muovono sensualmente; due giovani molto aitanti e ben messi immediatamente le accalappiano e si mettono a pomiciare con la scusa del lento; Franco capisce che sta scattando il primo errore e si avvicina; rivolto ai giovani, chiede.
“Quanto?”
“Cento una botta cinquecento la notte.”
Le due guardano stupite; chiedo al ragazzo di spiegare.
“Noi lavoriamo qui e scopiamo a pagamento.”
Vera e Nicoletta si ritraggono quasi spaventate: erano convinte di aver fatto la grande conquista al primo colpo e si trovano ad avere a che fare con dei puttani a pagamento.
Quando tornano al divanetto, Nicola si sta scompisciando dalle risa e prende in giro Nicoletta.
“Con tante esperienze, ancora non sai che ci sono i bull a pagamento? Perché non ti affidi a Franco, come hai fatto sempre?”
“Perché viene un momento che il marito si deve fare da parte e lasciare la moglie libera anche di sbagliare, se necessario.”
E’ stata Vera a rispondere; con lo sguardo Franco chiede a Nicoletta se è d’accordo; Susanna glielo chiede apertamente e lei accenna ad un muto si; lui allora le dice che ha fatto la scelta richiesta; quindi, vada con la madre; lui si ritira dalla vicenda.
“Io vado a casa; voi prendete un taxi e, forse, è meglio che vi fate portare da tua madre; a casa, non ti voglio più.”
“No aspetta; scusa, non volevo dire si, non l’ho detto. Sono venuta con te, sto con te, sono tua, non voglio perderti, non puoi abbandonarmi. Riflettici, per favore: Simona in Spagna, Guido in Inghilterra, se mi lasci, non mi resta che tornare a casa di mio padre. Non mi costringere a questo!”
“Nico, io non ho mai smesso di amarti; non ho mai smesso di pensare che l’influsso dei tuoi su di te è quello che ti ha distrutto parte della vita; ti avevo avvertito che questa scelta sarebbe stata necessaria e ti avevo invitato a non sbagliare: se il giusto è dalla parte di tua madre, vai con lei e affronta l’ignoto; io e Nicola abbiamo accompagnato qualcuna al Pronto Soccorso, vero Nicola … faremo accompagnare anche voi che siete le candidate perfette, per ignoranza, inesperienza e debolezza. Oppure, vieni con noi come abbiamo fatto tante volte e lascia che tua madre sperimenti il privè in solitaria, a suo rischio e pericolo.”
“Ma sei proprio sicuro che è a rischio?”
“Io non ho le certezze di tua madre; so che ci sono molti pericoli, li abbiamo visti, ci siamo caduti, li abbiamo evitati. Lei è superwomen, onnipotente e onnisciente; per conto mio, vada a farsi fottere: e mai espressione fu più felice!”
Rivolgendosi poi a Vera con un fare ancora più sprezzante.
“Senti, gran donna che sa tutto, qui c’è la zona ristorante e quella della discoteca: qui ci sono solo escort, maschi e femmine, ed è tutto a pagamento; se cerchi sesso gratis, devi spostarti al privè vero e proprio, che comincia in quel corridoio.”
E le indica l’ingresso del percorso che porta alle sale interne; rivolto alla coppia di amici, li invita a muoversi autonomamente, perché certamente Nicoletta non vorrà muoversi dalle costole della madre e impedirà a loro due di vivere la serata che avevano pensato; Nicoletta che ha udito conferma e chiede scusa, perché non se la sente di abbandonare del tutto sua madre. I due, a malincuore, si avviano al percorso privè e subito dopo incontrano una coppia conosciuta con la quale si appartano.
Vera intanto si è avviata al percorso e Nicoletta le sta dietro, trascinando anche Franco; lui cerca di farle capire che lo sta obbligando a fare qualcosa che non è nella sua natura, accodarsi ad una persona che non stima e che forse non ragiona; ma lei fa un milione di promesse di dedizione assoluta che si impegna ad assumere se lui le permette di essere vicina a sua madre che secondo lei è un po’ agitata ma non folle; la vedono che entra in una sala con al centro un letto e intorno sedie per ora vuote; Franco scuote la testa perché sa che cosa significa e Nicoletta cerca di richiamare sua madre che non la cura; una decina di maschi sbuca dal nulla ed occupa le sedie; Vera si stende sul letto ed in un attimo si trova tre uomini addosso; dopo cinque minuti ne ha già scopati la metà e si trova in croce a prenderne cinque, in culo, in figa, in bocca e per ciascuna mano; Nicoletta ha gli occhi sbarrati, è spaventata a morte e non urla perché il terrore l’ha bloccata.
“Franco, cerca di fare qualcosa; per favore, liberala da quella situazione. Non puoi proprio fare niente?”
“Nico, dovrei avere almeno un coltello o una pistola da spianare contro dieci selvaggi scatenati perché vedono una figa, neanche tanto fresca: significa che ucciderebbero per scopare; se vuoi, posso fare ancora una sola previsione, poi mi sono rotto e vado via. Se entriamo e cerchiamo di portarla via, tua madre si ribella a noi: scommetti?”
“Proviamoci, per pietà!”
Entriamo nella sala e devo allontanare con la forza e le minacce chi cerca di buttarsi addosso a mia moglie; quando raggiungiamo Vera e la invitiamo a venir via, ci scaccia rabbiosa.
“Che cazzo volete? Mi sto spassando alla grande! Andate a fare in culo, se vi fa piacere; io lo faccio qui. Non sai che ti perdi, figlia mia!”
Nicoletta singhiozza mentre cerco di sottrarla all’assalto dei maschi che la vorrebbero aggredire; mi rivolgo ad uno della sorveglianza e l’avverto che la signora, sola, è in balia di scalmanati; preme il pulsante rosso e intervengono dei buttafuori per alleggerire il peso su Vera che continua a gridare stupidamente e gioiosamente; ad un tratto vedo Oreste nel gruppo che fa ressa all’ingresso.
“Adesso se la scopa anche tuo padre, finalmente!”
Nicoletta dapprima non capisce, poi individua l’uomo e si porta le mani alla fronte.
“Mio Dio, adesso l’ammazza, se la vede. Dobbiamo fare qualcosa!”
“Cosa suggerisci? Vai là e gli proponi ‘papà, scopami ancora’? o prendi la pistola e lo costringi ad uscire dal locale? L’unica cosa che non dovevamo fare l’abbiamo fatta, portare una ninfomane al privè.”
“Mamma non è un ninfomane?”
“Quando vedremo i filmini mi dirai se è una persona normale o un ninfomane.”
“Che filmini?”
“Quelli che la proprietà realizza per gli utenti o per le questioni legali.”
“E adesso che possiamo fare?”
“Nico, mi hai rotto i coglioni; ero uscito per una serata di divertimento; sono due ore che mi chiedi cosa possiamo fare: per chi? Perché? Che c’entriamo noi con la figa sbiellata, il culo spanato, la bocca straziata, le tette umiliate di quella stronza di tua madre che, per affermare la sua libertà, da cinquant’anni fa la puttana: ricordi che andava a fare gli esami di stato per esercitare il suo diritto alla libertà di sesso? Ecco, è ancora la stessa stronza e, se ci fosse una vergine in attesa, farebbe la stessa fine tua.”
“E’ vero; ma è ancora mia madre: se vuoi rifiutarmi per mia madre, fai pure; io anche davanti a quella pattumiera ricoperta di sborra ti dico che è mia madre e che devo prendermi cura di lei soprattutto quando è così fragile ed esposta. Ho sbagliato ad accettare di portarla e sono stata una stronza perché ti ho convinto a farlo. Adesso, o sopporti o mi lasci e te ne vai. Io resto.”
“Limpido, chiaro, lucido. Con la stessa lucidità ti avverto che è l’ultima che mi hai fatto; Per ora, sto qui e ti sono vicino; alla prossima, divorzio per direttissima.”
La situazione è leggermente migliorata e l’intervento della sicurezza ha liberato Vera dall’aggressione; ma è conciata male, sanguina dalla figa e dal culo; si lamenta del dolore e ride dalla gioia; portano una barella e la caricano sull’ambulanza che è stata chiamata; in un silenzio tombale, Franco si avvia con Nicoletta alla macchina; avvertono in reception che chiamino, quando sarà necessario, un taxi per la coppia che era con loro e che addebitino il costo a lui; montano in macchina e si accodano all’ambulanza.
Dopo un’oretta, Vera viene dimessa perché le ferite non sono gravi; con aria snob entra in macchina; Franco guida in silenzio fino alla casa di Vera; qui giunti, le donne scendono; quando lo sportello è chiuso, Nicoletta avverte che si ferma dalla madre per curarla.
“Questa è la tua firma sulla domanda di divorzio. Ci vedremo in tribunale.”
Mentre torna a casa, Franco telefona ad Elvira che da anni aspetta che lui si decida a divorziare per entrare a pieno diritto nella sua vita.

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