Scarpe

Scritto da , il 2019-11-08, genere saffico

La commessa dai capelli rosso-scuro arriva con una pila di scatole di scarpe in mano e io mi distraggo un attimo a pensare che è davvero brava, a me sarebbe crollato tutto dopo il primo passo. Poi però la mia attenzione ritorna su Serena che, scalza e seduta sopra uno sgabelletto imbottito, è letteralmente piegata in due dalle risate. E’ quel tipo di risata che dopo un po’ ti fa anche preoccupare. Silenziosa, quasi isterica. Di chi si stringe la pancia con le braccia e forse vorrebbe anche smettere di ridere ma non ci riesce.



In realtà, più che preoccupata sono un po’ impermalosita. Anzi, molto più di un po’. Non pensavo proprio che avrebbe reagito in questo modo. Io e la commessa ci guardiamo a lungo. Lei se ne sta lì in piedi con la sua pila di scatole in mano e dopo un po’ appare anche un po’ seccata. “No, mi dispiace, non lo so come si spegne”, provo a sdrammatizzare senza grande successo. Qualche secondo ancora e Serena, per fortuna, dà segnali di ripresa: “Scusa-scusa-scusa-scusa”, rivolto sia a me che alla ragazza. La commessa la guarda con disappunto, è chiaro che pensa che siamo due rompicoglioni che forse nemmeno compreranno nulla. Io invece riservo alla mia amica uno sguardo un po’ dietro la linea di confine dell’incazzatura, ma neanche tanto.



Dice che il bel tempo tornerà presto, ma intanto oggi l’estate si è rotta definitivamente. Piove a dirotto e fa anche un po’ freddo. Era pure ora, visto che siamo quasi ad ottobre. Serena mi aveva telefonato disperata: “Sono senza scarpe! Non mi ricordavo di avere buttato gli stivaletti!”. E gli anfibi? Ok, pure gli anfibi. Erano rotti anche quelli. Che cazzo gli fai alle scarpe? Ma questo sarebbe nulla, così come sarebbe nulla l’averla aspettata mezz’ora, e mezza fradicia, fuori dall’entrata del grande magazzino. Quando a Roma piove e una si affida ai mezzi pubblici non può sapere con certezza quale sarà il suo destino.



– Come cazzo ti sei vestita? – mi ha chiesto dopo i due bacetti d’ordinanza sulle guance e uno, molto più furtivo, a sfiorare le labbra.



– Ti piace?



– Uhm… un po’ androgino, come look.



Ok, ma è voluto. E’ il bottino di guerra di un giro in centro con mamma, non vedevo l’ora che il caldo allentasse la morsa per mettermelo. Giacca e pantaloni neri a vita alta, con bretelle perfettamente inutili dal punto di vista funzionale ma che fanno la loro porca figura su una camicia bianca dal colletto quasi da uomo. Gli unici vezzi femminili erano i capelli raccolti a coda e un colore davvero rosso-fuoco sulle labbra. Persino lo zainetto viola avrebbe potuto essere quello di un ragazzo.



Ci siamo fatte un giro nel reparto Luxury, al pian terreno, giusto per commentare con delusione il cambio del designer di un noto marchio di borse. Non che nessuna delle due si possa sognare una borsa da duemila euro, ma così, giusto per parlare male di qualcuno. E’ stato a quel punto che Serena mi ha chiesto come era finita l’altra sera con Giancarlo. Le ho risposto che non era finita in nessun modo, o meglio, che era finita come sempre, cioè in un nulla. Non è che mi andasse particolarmente di parlarne, ma forse il mio subconscio ha deciso per me e le ho invece spifferato come erano andate le cose la mattina seguente. Del tipo incontrato al parco dopo avere fatto jogging, della scopata a casa sua, sotto la doccia, di come gli abbia chiesto di incularmi. Ho visto la sorpresa sul suo volto: “Lo sai che non ho mai avuto il coraggio di chiederlo?”. “Pensa invece che tutte le volte che lo hanno chiesto a me non ho mai avuto il coraggio di accettare…”. “Vuoi dire che…?”, “Esatto, voglio dire che quelle poche volte sono sempre stata, tra virgolette, vittima. Stavolta invece no”. “E ti è piaciuto?”, “No, non in quel senso”. “Però con quello di Londra ti è piaciuto”. “Un caso, non so proprio come fai tu, invece...”.



Alla sua faccia ancora sorpresa ho spiegato che la consideravo una specie di punizione autoinflitta. Non che sia masochista, eh? Cerchiamo di capirci. Ma in quel momento era come se sentissi la necessità di punirmi. Una cosa del genere mi era già capitata una volta, in un contesto tutto diverso. Ma a parte il fatto che era con Tommy, una persona per me speciale, l’ultima volta che ci siamo visti, non mi era mai passato per la capoccia di farlo così, per procura. Forse una scopata sì, forse qualche volta ho scopato con uno pensando che fosse un altro a farlo, adesso non mi ricordo bene. Ma essere sodomizzata da un perfetto sconosciuto per regolare un conto con Giancarlo, beh, era una cosa che non avrei mai immaginato possibile. Una domanda, “ti va di incularmi?”, per punirmi del fatto di non essere riuscita mai, dico mai, a farmi prendere in considerazione da Giancarlo, a farmi portare a casa sua e... beh, avete capito.



Le ho raccontato questo a bassa voce, bisbigliando in mezzo alla folla. Confidenze inascoltabili da altri. Non sono scesa nei particolari, che lei del resto conosce e apprezza molto più di me. Mi fermo un attimo prima di rivelarle che, a parte il piacere del senso di punizione, che poi vero piacere non è stato, l’unico momento in cui ho goduto davvero è stato sentirlo cambiare il suo modo di chiamarmi. Gli avevo dovuto giusto dare una spintarella: “Dimmi che cosa sono, ti prego”. Poi, dopo che gli ho ripreso il cazzo in bocca, il resto era venuto da sé. Da “ragazzì” a “troia”. Mi era sembrato più eccitante in quel momento, e in fondo anche più giusto. Ce l’ho ancora nelle orecchie: “Ti fa male, troia?”, mi aveva chiesto cercando di sovrastare i miei strilli. Gli avevo pianto dietro “inculami porco, fammi male”. Mi ero persino aperta le chiappe per rendergli più facile il massacro. La follia.



Tutto questo a Serena non gliel’ho detto, ma non perché me ne vergognassi particolarmente, figuriamoci. Le ho invece raccontato cosa era successo dopo. E di quello sì che mi vergogno, tanto da non averlo detto nemmeno a Stefania e a Trilli, che pure conosco da molto più tempo e alle quali non ho mai nascosto nulla. Anzi, a volte sono state pure testimoni delle mie prodezze. Si vede che essersi leccate la fica a vicenda ti porta a maggiori livelli di confidenza, che cazzo vi devo dire.



Proprio mentre ci sedevamo sugli sgabelletti del reparto calzature le ho raccontato che io e il tipo eravamo stati beccati nel salotto, completamente nudi, dalla moglie rientrata inopinatamente a casa. Le ho raccontato di quel “che cazzo fai?” urlato alle mie spalle, disumano, che mi aveva fatto gelare il sangue.



– Non vi eravate accorti che era tornata?



– No. Ma a parte il fatto che gli stavo facendo un pompino, pensi che avremmo avuto il tempo di rivestirci se pure ce ne fossimo accorti?



– Pure un pompino gli stavi facendo? Non ti era bastato?



– Mah… aveva fatto il suo, in fondo… era un modo per ringraziarlo… ma comunque, che cazzo c’entra?



– Lasciamo perdere… e a quel punto?



– A quel punto immaginati questa che strilla come una matta “che cazzo fai? che cazzo fai? a loop, lui che come un cretino le fa “ma a negozio chi c’è rimasto?” che, capisco lo shock, ma ti sembra una cosa da chiedere in quel momento? Io che non sapevo letteralmente dove cazzo sprofondare… avrei voluto vaporizzarmi.



Siamo state interrotte, proprio in quel momento, dalla commessa che era venuta a domandare se volevamo vedere qualche cosa. Che come domanda retorica, ho pensato, faceva assolutamente il paio con quella della tipa che strillava “che cazzo fai?” al marito. Sì, lo so che le due cose non stanno sullo stesso piano, ma mi è venuta così. Non è che ci siamo messe a sedere in questo reparto per vedere la gente che si prova le scarpe. Serena si è alzata per mostrarle tre o quattro modelli da provare e, quando la ragazza si è allontanata, è tornata da me curiosa come una scimmia.



– E quindi?



– E quindi a un certo punto mi sono rialzata, credo che fossi viola in viso, e le ho detto pure io la mia bella cazzata…



– Che le hai detto?



– Le ho detto solo “io non…”. Io non cosa? Non sto scopando tuo marito? Ah, comunque in realtà non è che sono proprio sposati…



– Cambia tutto, allora…



– No, in effetti non cambia un cazzo… Comunque è stato come se si fosse accorta di me solo allora, ha cominciato a strillare “chi è questa mignottaaaaa?” e, ti giuro, mi ha dato uno sganassone che sono cascata per terra… ho pure sbattuto la testa contro una gamba del tavolo, una botta… ho ancora il bernoccolo.



Le ho preso la mano e me la sono portata delicatamente sui capelli, per farglielo sentire. E’ stato lì che Serena ha cominciato a sorridere, senza che io capissi bene il motivo.



– Fammi capire una cosa – mi ha chiesto dopo un po’ che mi guardava sorridendo.



– Cosa?



– Prima il marito ti ha rotto il culo e poi la moglie a momenti ti sfascia la testa? Bella famiglia!



Se era una battuta, e lo era, non mi è piaciuta. Lei invece è partita a sghignazzare fino a piegarsi in due. Ed è andata avanti così, a dispetto della mia crescente incazzatura, finché non è tornata la commessa con la sua bella pila di scatole di scarpe nelle mani.



E qui arriviamo al punto in cui ho iniziato a raccontarvi la storia.



Serena se ne prova quattro paia, con relative passeggiatine incluse. Non pensavo che fosse così lunga a scegliere. Alla fine mi domanda perplessa come le stanno, le rispondo che a me gli stivaletti tipo Chelsea non piacciono. Che è la verità, ma se prima non mi avesse fatta incazzare probabilmente non gliel’avrei detto.



– Che hai contro le Doctor Martens? – le chiedo.



– Mi hanno rotto. E poi sono troppo dure.



– Ma non è vero – replico mostrandole il mio modello basso, nuovo nuovo – basta portarle un po’ e sono perfette.



– Mah… – dice squadrandomi.



C’è un filo di tensione mentre ci allontaniamo dalla cassa. A me non piace, ma allo stesso tempo voglio mantenere il punto. Lei anche, però, visto che mi chiede ancora una volta se davvero non mi piacciono gli scarponcini nuovi che si è tenuta ai piedi. Al mio reiterato “no”, cambia solo apparentemente discorso.



– Era carina quella ragazza, vero?



– La commessa? Mah… – rispondo.



– Molto carina – insiste – e mi piaceva anche come era vestita.



– Con la divisa? – le domando quasi incredula.



– I pantaloni le facevano un culo perfetto.



Ok, colpo basso. Lo sa benissimo che non tollero paragoni, nemmeno indiretti con il mio. Poiché però a furia di punzecchiarci rischiamo di degenerare, decido di prendere la questione di petto.



– Senti, Sere, devo dirti una cosa. Mi aspettavo un po’ più di comprensione da parte tua, non che ti mettessi a sghignazzare in quel modo.



– Scherzi o parli sul serio? – mi domanda con gli occhi sgranati.



– Parlo sul serio.



– Ma io scherzavo! – protesta.



– Non era tanto il caso di scherzare… l’ho detto solo a te. E anzi tu non lo dire a nessuno. Non mi sono mai sentita così umiliata…



– Addirittura?



– Vorrei vedere te! Trovarmi nuda davanti a quella, essere presa a sganassoni… e detto tra noi c’aveva pure ragione. Essere buttata fuori praticamente a calci sul pianerottolo, nuda… cazzo, meno male che non passava nessuno e che ho fatto in tempo a prendere le mie cose… anzi, per la verità una scarpa me l’ha tirata dietro.



– E ti ha presa? – mi chiede ancora una volta sul punto di ridere.



– Non ridere!



– Ok, ok! Scusa-scusa-scusa – si affretta a dire.



Poi fa una cosa che in quel momento non mi aspetto e che fa svanire d’un colpo tutta l’incazzatura. Anzi mi fa sciogliere. Non è una cosa chissaché, ma è quello di cui ho bisogno. Fa un passo verso di me e mi abbraccia, teneramente. Mi sussurra ancora una volta “scusa” all’orecchio. Poi mi stringe forte. Mi abbandono su di lei. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno cosa mi era successo, per aprire la valvola e far sfogare tutta la mia rabbia, la mia umiliazione.



E ho bisogno di questo, tra noi due, adesso. Ma poiché lei pensa che stiamo diventando troppo zuccherose, quello che immediatamente dopo mi sussurra ridendo è: “Comunque la ragazza era davvero carina, io me la sarei fatta, tu?”. Mi riprendo un po’ e le rispondo un affettuoso “stronza”. Ma lei insiste, senza astio ma insiste: “Non te la faresti anche tu?”. La stringo e mi sento le sue tette addosso. Lo so che mi sta prendendo in giro. E che forse vuole sentirsi dire qualcosa. “Non mi piaceva, e non mi piacciono le ragazze… mi piaci tu, ma è diverso”. Se non fossimo in pubblico, mi dice, e se il nostro non sembrasse a tutti gli effetti un momento di tenerezza tra amiche, mi bacerebbe come non mi ha mai baciata: “Anche a me piaci tu, tantissimo, ti voglio”.



– Shhhh… parla piano… mi sa che la voglia te la tieni. Io non ho casa libera, e nemmeno tu.



– Che palle… – fa lei delusa appoggiando la testa sulla mia spalla – non potremmo organizzare qualcosa?



– Tipo?



– Non so – mi fa con un sorriso dispettoso – potremmo tornare dalla commessa di prima e chiederle se stasera fa qualcosa…



La guardo con una finta aria di disapprovazione e di rimprovero. Lei si avvicina senza smobilitare quella sua espressione di malizioso dispetto e mi porta una mano dentro il soprabito impermeabile, mi sfiora il sedere. “Scherzo, il tuo culo è molto più bello… rotto e bello”, dice ridacchiando. Le ripeto “stronza”, ridacchiando anche io, “pensa al tuo”.



Ormai siamo davvero a rischio. Le nostre sono quasi effusioni, stiamo quasi per dare spettacolo in pubblico. Ci fermiamo giusto in tempo prima di incolonnarci nella fiumana di gente che si appresta a montare sulla scala mobile. Cediamo il passo a una coppia un po’ attempata che ci sorride per ringraziarci.



– Davvero, ho voglia di te… – mi ripete appena iniziamo a scendere.



Le faccio ancora una volta cenno di abbassare la voce, ma la mano si poggia ancora una volta sul sedere, più che sfiorarlo stavolta lo stringe proprio. E con un vigore inusuale.



– La pianti di palparmi il culo? – bisbiglio.



– Ma io non ho fatto nulla! – replica sorpresa.



Le rivolgo uno sguardo perplesso, non le credo. Non ci posso credere, dapprima. E infine sì, le credo. Tutto nel giro di un secondo, un secondo e mezzo. Ho come una scossa lungo la schiena. Mi volto furibonda e mentre mi volto penso che devi essere proprio un bel coglione se pensi di fare una cosa del genere su una scala mobile. Alzo lo sguardo e sto tipo mi sovrasta. Non me ne frega niente se è bello o brutto, se è grosso come sembra o se è il dislivello a farmelo sembrare così. Non mi interessa nemmeno capire che età abbia. L’unica cosa che riesco a vedere bene è la sua faccia da cazzo con stampato sopra un sorriso arrogante. E’ uno di quei tipi sicuri e pieni di sé, convinti di essere irresistibili. Ma è tutto dentro la tua testa, bello, fuori sei solo un pidocchio.



Sono sopraffatta dall’ira. E’ per questo che non riesco a mandarlo affanculo subito. E così facendo gli do modo di prevenirmi.



– Voi lesbiche siete malate – dice senza nemmeno curarsi di abbassare la voce – andate curate, venite che ce pensamo noi, c’ho ‘na medicina de venti centimetri…



Mi gelo, ma è un attimo. L’attimo dopo mi rendo conto che non vedo nessun “noi”, ma che deve esserci qualcuno dietro di lui. L’attimo dopo ancora scorgo altri due tizi che se la ridono. Sento Serena irrigidirsi accanto a me. Mi chiedo chi pensino mai di rimorchiare facendo così, ma subito dopo capisco che non vogliono rimorchiare nessuno, mi ricordo che esiste una cosa che si chiama omofobia e che questi vogliono solamente offenderci, gettarci addosso il loro disprezzo. Menarci no, almeno spero, c’è troppa gente. Però chi lo sa, se ne leggono tante di cose così. Afferro la mano di Serena e la stringo. Lei mi strattona perché siamo arrivate alla fine della scala mobile. Un po’ inciampo lo stesso, ma riesco a non cadere.



Torno a guardare questo testa di cazzo che ha mantenuto sul volto il suo sorriso sprezzante. Non è tanto grosso come sembrava, ma non posso certo mettergli le mani in faccia. Senza contare i suoi due compari che, letteralmente, lo spalleggiano. E’ la prima volta nella vita che mi danno della lesbica. Razionalmente, non me ne fregherebbe un cazzo, anche se devo frenare l’impulso di rispondergli “lesbica lo dici a tua sorella”. Perché non è questo il punto. Il problema non è se io e Serena siamo o non siamo lesbiche. Il problema è che tu sei uno stronzo, questo è il problema.



Come spesso mi capita in situazioni di tensione, mi cala addosso una specie di calma zen del tutto irresponsabile.



– Ma tu lo conosci sto deficiente? – domando a Serena.



Lei mi rivolge uno sguardo spaurito, le stringo ancora di più la mano per darle il coraggio di reggermi almeno un po’ il gioco. Con una smorfia della bocca mi fa segno di no, ma con gli occhi mi implora di scappare.



– A chi l’hai detto deficiente? – mi fa lui avvicinandosi minaccioso.



– Cazzo, sai pure fare le domande? – gli domando con un sorriso di scherno – t’hanno proprio ammaestrato bene!



Detto questo, giro i tacchi e trascino via Serena tra la folla. Ma dura poco, perché pochi secondi dopo mi sento tirare per la coda dei capelli con una violenza che mi fa inarcare. Subito dopo mi arriva uno schiaffo in pieno viso. Ma Cristo, che sta diventando sta città? Non faccio altro che beccarmi sganassoni, da un po’ di tempo a questa parte.



Per un attimo nei miei occhi ci sono solamente le stelline. Quando li riapro, con la visione periferica vedo il signore e la signora che erano davanti a noi sulla scala mobile che parlano con un addetto alla sicurezza del grande magazzino e ci indicano. Dico “addetto alla sicurezza” ma farei meglio a scrivere “armadio a tre ante di origine africana calvo e dotato di auricolare”. E dico anche: Dio benedica quelli che non si fanno i cazzi loro. Non sempre, magari, ma una volta tanto sì.



Ok, lo ammetto. Se non ci fosse lui non lo farei, sono una vigliacca. Ma poiché lui c’è, lo faccio. Quando l’idiota mi molla i capelli mi volto senza nemmeno dirgli nulla. Sono solo piena di rabbia. E mi dispiace per te, caro il mio pezzo di merda, ma non c’è solo rabbia per la tua omofobia molesta e manesca, anche se già quella basterebbe. C’è una rabbia che covo da giorni per Giancarlo, per lo sganassone che mi ha mollato quella tipa, per il bernoccolo, per essere stata scaraventata nuda su un pianerottolo, per le risate che si è fatta Serena quando gliel’ho raccontato, anche se mi ha chiesto scusa. E rabbia pure perché sì, in effetti, quella commessa dai capelli rossi era davvero carina e mi è presa una sbroccata di gelosia.



E sarà la rabbia, sarà perché a furia di fare jogging e palestra un po’ di muscoli alle gambe mi sono venuti, ma mi parte un calcio così forte che quando la punta della scarpa ferma la sua corsa contro la tibia del coglione si sente, distintamente, il “thud” del colpo. E subito dopo lo strillo del tipo che crolla a terra. Lo guardo, poi guardo i suoi amici esterrefatti. E’ vero, ha ragione Serena, queste scarpe sono belle dure, soprattutto in punta. Ho una botta di sudore freddo a vedere questa merda umana che si contorce sul pavimento reggendosi la gamba e strillandomi “mignotta”.



Ma non succede nulla, non c’è nemmeno il tempo che si formi il solito capannello di curiosi, perché l’armadio a tre ante arriva come un turbo e si frappone tra me e Serena da una parte e gli amici del coglione a terra dall’altra. Li sento vociare. Probabilmente protestano, insultano, minacciano. Ma non è che li capisca molto bene, mi sento come se avessi la testa in una nuvola.



Capisco bene, invece, l’addetto alla sicurezza che si volta verso di noi e ci sibila “filate!”. Io e Serena ce la diamo praticamente a gambe, usciamo sul Tritone e corriamo sotto un vero e proprio nubifragio verso la fermata dove un autobus qualsiasi sta per chiudere le porte. Saliamo appena in tempo prima che riparta.



Ci guardiamo e scoppiamo in una risata che ha poco di divertito e molto di isterico.



– Dio che male ai piedi – riesce solo a dire lei ancora sbuffando per la corsa.



– Anche io, scarpe nuove, sono le scarpe nuove – ansimo – però, Sere, adesso me lo puoi dire… Che hai contro le Doctor Martens? Sono troppo dure?


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