Leonida

Scritto da , il 2019-11-08, genere prime esperienze

Furono decisamente infuocate, le estati dei primi anni Settanta, quando un timido atteggiamento di disinvoltura (spacciata per libertà) consentiva un approccio meno ostico ai rapporti con l’altro sesso, non totalmente sessuali ma almeno conoscitivi, favoriti da giochi di spiaggia, che culminavano spesso nei falò notturni, dalle prime discoteche spesso allestite alla bell’e meglio sugli stessi ‘lidi’ dove si affittavano ombrelloni e sdraio e insomma da una nuova umanità che emergeva prepotente con le nuove generazioni. Ci furono anche gli inconvenienti; complice anche la legislazione ostile alla diffusione degli anticoncezionali ed alla difficoltà ad approvvigionarsi persino di preservativi (limitazioni di legge, divieti morali e timidezza di fronte al farmacista ecc.), qualche ingenuità giovanile provocò matrimoni forzati e ‘riparatori’ nella logica del tempo.
Incontrare Tancredi in una delle scorribande sulla spiaggia e rimanere vittima del classico ‘colpo di fulmine’ fu nell’ordine naturale delle cose; altrettanto naturalmente prendemmo a frequentarci da soli, specialmente di sera, e a passeggiare sulla battigia deserta, stritolandoci di baci appassionati all’ombra dei pattini arenati; poi vennero gli inevitabili passaggi successivi: mani che non stavano ferme e percorrevano i corpi con una voglia di gran lunga superiore al raziocinio, i sessi che si stimolavano, prima castamente da sopra ai vestiti, poi sempre più arditamente nel contatto diretto sempre più intimo, finché cedetti e mi lasciai sverginare con tutto l’amore del mondo. Per i primi tempi, ci andò anche bene e la fortuna ci sorresse; poi arrivò il momento in cui, senza protezione e senza cautela, mi trovai a far fronte al ritardo minaccioso che in breve diventò certezza.
Fu per questo che, a meno di vent’anni, dovetti fare i conti con una maternità imprevista, alla quale fece fronte con molta dignità Tancredi, che fortunatamente, di qualche anno più anziano, aveva già avviato una sua attività artigianale e fu in grado di assumersi la responsabilità di un matrimonio decisamente prematuro ma sicuramente felicissimo. Con l’entusiasmo degli anni giovani affrontammo momenti non facili per mettere su una casa, irrobustire un piccolo laboratorio e farlo diventare una piccola impresa, e, al tempo stesso, imparare ad essere una coppia moderna, con un bimbo da crescere e tante responsabilità da affrontare. Riuscimmo a risolvere tutti i problemi, compreso il completamento dei miei studi per arrivare alla laurea e, col tempo, entrare in sintonia con mio marito nella gestione della sua attività sempre meno piccola e sempre più impegnativa. Quando Leonida aveva solo dieci anni, eravamo, in qualche modo, all’apice della nostra costruzione sociale e personale.
Ma la sorte maligna ci mise lo zampino di un male terribile che, in pochi mesi, portò Tancredi alla morte e mi pose, a trenta anni, di fronte alla necessità di sostituire mio marito nella gestione della sua attività ormai lanciata e divenuta complessa, di prendermi cura di un bambino che affrontava le prime difficoltà scolastiche e di rendere conto anche ad un corpo che, da sempre bellissimo ed affinatosi con la maturità e la maternità, poneva impellentemente l’esigenza di soddisfazione di pulsioni a cui aveva sempre fatto fronte Tancredi e al quale ora le protesi surrogatorie a cui ricorrevo non potevano dare altro che un sollievo minimo e provvisorio.
Ma la delicatezza della crescita di Leonida, l’impegno massacrante che mi imponeva la gestione della casa e dell’attività produttiva, unite ad una naturale reticenza a sostituire, nel cuore e nel letto, l’uomo a cui mi ero votata con tanto entusiasmo sin da ragazzina, mi ponevano non poche difficoltà di gestione della mia sessualità. Inizialmente, sopperivo con intense masturbazioni nel corso delle quali mi era anche facile attaccarmi alla memoria (o, almeno, a quello che ne restava) degli amplessi con mio marito. Ma era evidentemente un surrogato molto male annacquato che mi dava pochi risultati, a volte solo l’immediata e temporanea soddisfazione fisica dell’orgasmo, che spariva dopo pochi momenti. Decisa a cercare una qualche soluzione, per così dire, intima e privata, approfittando anche di un viaggio di lavoro, trovai il coraggio di entrare in un sexy shop e di acquistare un dildo che per qualche settimana diede sfogo alla mia voglia di sesso, Alla fine, optai per un’agenzia di escort molto seria e qualificata; periodicamente, incontravo un bull che per lo meno mi ‘grattava il prurito’ per qualche tempo.
Una sola volta commisi la ‘follia’ di fare l’amore in maniera degna del nome. Tra le tante attività di cui mi dovevo occupare anche personalmente, c’era un cantiere edile di notevole ampiezza destinato ad opere di grande impatto. Dal momento che avevo registrato qualche problema nell’appartamento che abitavo con mio figlio (che, per due sole persone, alla fine risultava anche sovradimensionato) decisi di portare delle modifiche in alcuni punti che richiedevano il lavoro di un muratore per alcuni giorni. Su consiglio della direttrice amministrativa del cantiere, chiesi al responsabile di dirottare a casa mia un operaio che facesse quei lavori anziché operare insieme agli altri in cantiere: considerato che avrebbe lavorato ore straordinarie, lo impegnai a corrispondergli il dovuto sulla base del lavoro che avrebbe fatto. Capito il tipo e la mole di lavoro che andava fatto, mi destinò un giovane di circa venticinque anni, un bel moretto dal fisico apollineo, solido ed elegante anche nei modi. Avrei poi saputo che faceva il muratore per ripiego e che aveva lasciato a metà gli studi universitari per problemi familiari. La mattina di un lunedì, ad un’ora che per me era impossibile, bussò al campanello di casa e, sbadigliando ancora dal sonno, gli aprii e gli indicai i punti dove lavorare e le cose da fare.
Intanto, preparai il caffè e ne offrii anche a lui. Seduti al tavolo di cucina, ebbi modo di guardarlo con attenzione e non potei fare a meno di sottolineare la figura possente ed armonica che richiamava immediatamente certe sculture della classicità, con i fasci muscolari evidenti e ben disegnati, chiaramente frutto di quotidiana attività e non di esercizio in palestra; a guardare la complessione delle braccia e delle gambe, veniva spontaneo di domandarsi cosa si nascondesse dietro il pantaloncino che gli fasciava i fianchi e che non lasciava trasparire niente: da un lato, mi veniva in mente la stupida freddura che circolava nel liceo (“Tanta dinamite per poca miccia”) a cui si contrapponeva immediatamente la convinzione, forse derivata da una certa frequentazione di bull - quasi sempre ben dotati anche se non all’altezza della complessione muscolare di Luciano (così si chiamava l’operaio) -, che quel corpo così ben armonizzato comprendesse anche un sesso adeguatamente potente. Senza accorgermene, stavo sbrodolando e si avanzava un irrefrenabile bisogno di scaricare la tensione sessuale che, per la verità, era tenuta sotto controllo con l’autoerotismo forse da troppo tempo. Non avevo nessuna intenzione di innamorarmi; ma non potevo negare a me stessa che il bel maschione che sedeva al mio tavolo mi intrigava e non poco.
Chiacchierammo un poco del più e del meno e, fra le altre cose, gli chiesi quanto tempo prevedeva che sarebbero andati avanti i lavori. Mi disse che sperava in una settimana di fare tutto e ci organizzammo perché potesse accedere liberamente alle zone interessate e coordinarsi con la signora delle pulizie per entrare in casa la mattina. Con una rapida occhiata all’orologio, mi accorsi che la mia giornata doveva cominciare e lo lasciai per infilarmi sotto la doccia e prepararmi ad uscire; svegliai Leonida per accompagnarlo a scuola, gli preparai la colazione e, appena pronto, uscimmo di casa proprio mentre arrivava la signora delle pulizie che aggiornai sulla novità. Per tutta la giornata, mi tornò spesso in mente l’immagine del bel muratore che a casa stava mettendo a soqquadro le strutture per fare i lavori previsti; surrealmente, ad ora di pranzo mi chiesi come avrebbe fatto; telefonai a casa e alla donna delle pulizie che mi rispose chiesi conto di Luciano; mi disse che lavorava di buona lena, commentò con entusiasmo la bella scultura greca che le avevo lasciato da custodire (e si prese in affettuoso rimprovero) e mi disse che sembrava a disagio perché doveva cercare un posto per un panino nei dintorni; le dissi di occuparsene lei e di mettergli a disposizione quello che poteva mettere insieme dal frigo; naturalmente, ci aveva già pensato e fu felice di esserne autorizzata.
Al termine di una giornata notevolmente faticosa, in prima serata lasciai finalmente l’ufficio e mi precipitai a casa. Trovai Leonida che giocava con i mattoni accanto a Luciano e lo rimproverai; ma lui con molto garbo mi fece notare che da quando era tornato da scuola, mio figlio si era intrattenuto piacevolmente, inventandosi giochi coi materiali edilizi e che non gli aveva dato alcun fastidio; anzi, avevano fatto comunella e, giocando, aveva anche fatto i compiti diligentemente. Mi colpì la sintonia che avevano rapidamente trovato e mi accinsi a mettere in tavola per la cena. La signora aveva predisposto tutto e notai che, casualmente, c’era abbastanza per tre. Pensai che non fosse un errore casuale. Dissi a Luciano che mi pareva il caso di interrompere per oggi, visto che era già annottato; mise a posto alcune cose e si preparava ad andare. “Perché non ceni con noi e mi fai giocare ancora?” Leonida aveva parlato di getto; Luciano mi guardò imbarazzato. “Devo lavarmi, sono pieno di calce.” “Ti aspetta qualcuno?” chiesi. “No, vivo da solo.” “E allora, niente storie: fatti una doccia, cambiati e fermati a cena con noi; se non hai mezzi per tornare, ti do io uno strappo.” Non avevo idea del perché, ma il primo passo era fatto.
Cenammo insieme, poi Luciano si mise a giocare a carte con mio figlio; io misi in ordine alcune carte del giorno e preparai quelle per il successivo; poi ordinai a Leonida di andare a letto. Naturalmente, pretese che a metterlo a letto fosse Luciano. Acconsentii ma ebbi una stretta al cuore: mio figlio avvertiva la mancanza della figura paterna e la surrogava con l’unico uomo che, fino a quel momento, aveva visto trattenersi a cena con noi. Di fronte ad un gigante buono che accudiva a mio figlio con grande tenerezza, mi si sciolse qualcosa dentro e, quasi senza volerlo, mi trovai ad accarezzargli per un attimo le spalle. Fu il gesto che mi fece finire rapidamente a letto con uno sconosciuto. Avevo troppa voglia di amore, di un amore vero, gratuito per certi versi, e appena la porta della cameretta di Leonida si chiuse, mi sorpresi ad abbarbicarmi a lui come ad un pilastro di salvezza, mentre le nostre labbra si incrociavano in un lungo, lussurioso bacio. Facemmo l’amore con molta tenerezza: come avevo sperato, aveva un signor cazzo di bello spessore e di notevole lunghezza; ed io espressi tutto il mio piacere di manipolare un’asta così bella con tutto l’amore che sentivo premermi dentro.
Luciano fu di una delicatezza memorabile, attento a non turbare equilibri, a secondare tutte le mie esigenze ed anticipare, se possibile, le mie richieste. Furono ore di amore intenso, ricco, lussurioso, quasi totale, quale da più di dieci anni ormai non ricordavo di aver provato. Non potevo lasciarlo dormire con me, con mio figlio in casa; e lo accompagnai in macchina fino a casa sua, a notte fonda, indossando velocemente solo una tuta e rientrando in tutta fretta. L’indomani si presentò intorno alle otto (la signora lo aveva ben istruito) e giunse in tempo per salutare Leonida già pronto per andare a scuola; non facemmo nessuna allusione a quanto era avvenuto; solo la signora maliziosamente chiese se doveva regolarsi come ieri; le dissi di si e fummo convinti tutti e tre di come sarebbero andate le cose. Purtroppo, beccai al lavoro una di quelle giornate che non si vorrebbe mai avere e alle sette circa non ero ancora in grado di liberarmi; telefonai a casa e mi rispose Leonida; gli chiesi se c’era la signora; mi disse che lei se n’era andata ma che Luciano era ancora lì e me lo passò. Gli chiesi per favore di occuparsi di Leonida e di aspettarmi forse fino ad ora tarda. Disse semplicemente di si.
Rientrai che erano passate le dieci; lo trovai seduto al tavolo di cucina che guardava il piccolo televisore che c’era lì. Mi fece cenno di non fare rumore perché Leonida dormiva. Lo abbracciai, non so se per gratitudine o per quel pizzico d’amore che mi aveva instillato; mi stinse con forza e sentii netta la sua erezione. Sedetti con lui e cenammo rapidamente con quel che la signora aveva preparato. Poi lui accennò ad andarsene, ma lo dirottai verso la mia camera e lo spinsi sul letto: avevo ancor più voglia di fare sesso con lui, forse per quel pizzico d’amore. Dopo due ore di capriole, fui felicissima di averlo trattenuto e di avermi fatto provare tanti di quegli orgasmi da coprire un anno di bull; poco da fare: noi facevamo l’amore, non scopavamo. Mentre lo riaccompagnavo a casa, mi trovai a riflettere che mi ero messa su una china pericolosa per il mio equilibrio: alla fine dei lavori, me ne libero per sempre, ripromisi a me stessa, mentre il diavoletto in me sussurrava che sapevo bene dove cercarlo, se mi fosse tornato il prurito di lui.
Infatti, a fine settimana, i lavori erano completati. Il sabato pomeriggio ero a casa, perché tutte le attività erano sospese ed io avevo fatto in modo di non assumere impegni per la serata. Quando Luciano ebbe dato l’ultimo ritocco ai lavori che aveva perfettamente eseguito, dissi a Leonida di salutare Luciano perché da lunedì tornava al suo lavoro vero e da quel momento non lo avremmo forse più rivisto e, guardandolo negli occhi, aggiunsi. “Sarà bene anche nascondere tra i ricordi quello che è successo.” “Sapevamo che era qualcosa destinato a finire. Sono felice dell’esperienza vissuta. Se dovessi avere ancora bisogno di me, sai che ci sono e sai dove trovarmi. Io invece so perfettamente che sono stati e sarebbero solo momenti meravigliosi.” La storia si chiuse così, ma ancora per qualche tempo, quando venivo presa da nostalgia, lo cercavo, andavamo a cena fuori, ci fermavamo a fare l’amore da qualche parte e aggiungevamo ricordo a ricordi.
I mesi (e gli anni) che seguirono furono segnati da una frenesia pazzesca, determinata dalla crescita dell’attività che ormai era mia e per la quale godevo di sempre più ampio riconoscimento nell’ambiente. Questo significava anche doversi esporre pubblicamente, specialmente in quelle occasioni ufficiali in cui si richiedeva la presenza di autorità e cittadini significativi: all’inizio con molte riserve mentali, per dover lasciare a volte Leonida a casa da solo spesso anche per più giorni (in occasione di fiere e viaggi all’estero); poi via via con sempre maggiore determinazione, fino diventare protagonista della vita mondana non solo della città ma anche del territorio intero. Gli incontri con Luciano, necessariamente, si diradarono fino ad annullarsi per mia decisione unilaterale. Ci stetti male; ma non potevo fare altrimenti; ma lui non volle capire e mi lasciò a muso duro; e più ancora se ne risentì Leonida che era rimasto in amicizia e qualche volta lo interpellava per piccoli suoi problemi, caricandomi ancora di più di rimorsi per aver privato mio figlio di una figura paterna che gli necessitava. Alla fine, fu necessario che tutti si rassegnassero e la vita seguisse il suo corso. Seppi però che Luciano continuò a vedersi spesso con Leonida.
Fu in una delle cene ufficiali, presso l’ambasciata belga in Italia, che incontrai Etienne, l’addetto commerciale del suo Paese in Italia, che per tutta la serata non mi tolse gli occhi di dosso, fino a farmi quasi sentire quasi a disagio; al momento di andare via, si offrì di accompagnarmi personalmente al’albergo dove alloggiavo, licenziò il taxi che avevo chiamato e mi fece accomodare nel bar dell’ambasciata, per ‘il bicchiere della staffa’. Non mi dispiaceva Etienne, un uomo di bella corporatura, di qualche anno più vecchio di me (io ero al di là dei trentacinque, ormai; ma ne dimostravo quasi una decina di meno) e decisamente una persona di grande garbo, di raffinata eleganza e dai modi molto affascinanti. Non fu un colpo di fulmine, né come quello con Tancredi né come quello, più controllato, che avevo avuto con Luciano; ma mi piacque decisamente e, avendo capito come sarebbe finita la serata, mi abbandonai volentieri, per la seconda volta dalla morte di mio marito, e feci sì che mi guidasse nella sua camera nell’ambasciata; mi lasciai abbracciare con enfasi, baciare con intensità e spogliare delicatamente come io feci con lui.
Quasi in coerenza con tutto il suo personaggio, Etienne faceva l’amore con estrema delicatezza; ma il cazzo di notevole dimensione che tirò fuori compensava la leggerezza dei modi: lo sentii nella mano appena gli ebbi abbassato il boxer ed ebbi cominciato a tastarlo in una leggera masturbazione. Me ne accorsi con maggiore evidenza subito dopo, quando mi chinai davanti a lui e cercai di infilarmi in bocca la bestia che aveva tra le gambe: a malapena riuscivo a far entrare la cappella e a farmi pompare delicatamente per breve tratto, prima di essere colta da conati di vomito e da crisi di soffocamento. Fortunatamente, Etienne non era disposto a lasciarmi fare e, spintami supina sul letto, si inginocchiò ai miei piedi e prese a leccarmi con una maestria ed una dolcezza che mi fecero immediatamente sciogliere: la lingua che a spatola percorreva il monte di venere per lanciarsi sulle grandi labbra e spazzolarle tutte per arrivare fino all’ano mi provocò una piccola serie di orgasmi che, come al solito, mi aspettavo di sentir culminare in quello finale, enorme e incontrollabile. Ma Etienne mi fermò, mi fece girare e mi sistemò gattoni con davanti agli occhi, e alla bocca, il culo il perineo e la figa tutta fino al monte di venere.
Riprese a leccarmi con rinnovata intensità; partiva dal pube, che percorreva tutto, attraversava le grandi labbra e si soffermava a stimolare la vulva e le piccole labbra, per procedere poi verso la schiena sempre spazzando con la lingua la fessura tra le natiche e si andava a fermare sull’ano che solleticava e stimolava ad aprirsi, cosa che puntualmente avveniva appena la punta della lingua sollecitava l’anello anale e lo faceva rilassare; tornava poi indietro e ripeteva l’operazione andandosi però a fermarsi sul clitoride che stringeva tra le labbra e succhiava fino a che mi sentiva sborrare con grandi urla. Dopo tre di questi percorsi, mi sdraiò supina e riprese a percorrere con la lingua tutto il mio corpo: la meta erano le tette che raggiunse con una scia di saliva che mi attraversava il ventre; arrivato ai capezzoli, cominciò il lavoro di demolizione delle mie resistenze con leccate intense e prolungate che mi facevano tremare dai brividi di piacere, con risucchi ed aspirazioni che sembravano ingrandire le ciliegine dei miei seni e fargli occupare l’intera bocca che li stava succhiando. Non resistevo più. “Prendimi, ti voglio dentro. Adesso.” La mia era quasi un’imposizione a cui si arrese immediatamente.
Si collocò tra le mie cosce, appoggiò la cappella sulla figa e, baciandomi su tutto il viso, si distese sopra il mio corpo; cominciò a penetrare piano piano e sentii quella mazza spaventosa e meravigliosa insinuarsi lentamente nel mio corpo che l’accoglieva emettendo in continuazione liquidi umori d’orgasmo: l’emozione era tale che non avrei saputo dire quanto impiegò ad entrare tutto fino a toccarmi i recessi più intimi dell’utero; né avrei saputo valutare quanto liquido vaginale espulsi per favorire la penetrazione del cazzo nel mio ventre. Poi si fermò e lo sentivo così vivo, palpitante, quasi in attesa mentre il cuore gli pompava sangue nei corpi cavernosi del cazzo che si faceva sempre più duro, sempre più grosso, sempre più eccitante; quando prese a montarmi, mi sembrò che tutto il corpo venisse travolto e sconvolto dalla scopata; gli orgasmi mi esplodevano da tutti i punti erogeni del corpo. Esplose anche lui, forse prima che lo volesse e certamente prima che me lo aspettassi: fu una sborrata abbondante, lunga, ricca, intensa, di cui mi meravigliai; sembrava quasi che non scopasse da almeno qualche mese. Lo guardai strana. “Avevo troppa voglia di te.” Mi disse.
Ci stendemmo a riprenderci e per un poco restammo così, ad occhi aperti a guardare il soffitto, in attesa che passasse l’effetto traumatico di quel primo amplesso. Stavo quasi per muovermi decisa e rivestirmi e tornare in albergo, quando Etienne mi fermò, mi costrinse di nuovo supina e si girò sopra di me baciandomi la bocca, gli occhi, la fronte, il viso; il suo cazzo appoggiato sul mio ventre riprese vigore e in breve lo ritrovai in piena erezione sulla pancia: capii che la notte sarebbe stata lunga e ne fui felice. Scopammo ancora tre o quattro volte, quella notte; e non gli concessi il culo solo perché la dimensione del suo cazzo mi faceva temere che potesse combinare guai irreparabili al mio culetto delicato; in compenso, gli concessi di tutto, dalle scopate nelle posizioni più diverse al pompino sempre più profondo ed ardito, ad una spagnola straordinaria che accompagnai con un pompino, visto che le misure mi consentivano la doppia funzione. Non ero affatto innamorata di lui; e glielo dissi; ma gli aggiunsi anche che scopare con lui mi aveva fato star bene e che potevamo anche pensare di ripetere spesso l’esperienza: si trattava solo di organizzarsi per ovviare ai problemi della distanza.
Naturalmente, non era difficile per lui presenziare a quante più manifestazioni volesse e questo già ci consentiva incontri forse addirittura settimanali; poi mi aggiunse che voleva comunque conoscermi a casa mia, nel mio habitat, e conoscere mio figlio che non era più un bambino (andava per i sedici anni). Ci accordammo per sperimentare tutte le occasioni possibili di incontro, in tutta Italia (ed anche all’estero) e che qualche volta sarebbe venuto a casa mia e si sarebbe fermato qualche giorno. Feci quest’affermazione a cuor leggero, sull’onda dell’entusiasmo per le belle scopate; ma un attimo dopo mi ero pentita, quando mi sorpresi a chiedermi cosa avrebbe detto della cosa mio figlio. Preferii soprassedere per il momento. Poco prima dell’alba, mi feci accompagnare al mio albergo, dove avevo le mie cose. Riposai qualche ora, poi affrontai il resto dello stage al massimo della forma, anche per una sorta di rinnovato vigore che fare sesso mi procurava. La sera, quando chiudevano i lavori, Etienne veniva con me al mio albergo o mi portava nella sua camera all’ambasciata; e furono notti di fuoco.
Per qualche mese, riuscii a tenere la sfera personale, intima, lontana dalla sfera familiare, anche se mi rendevo perfettamente conto che era un errore gravissimo lasciare mio figlio fuori da quella vicenda. La cosa peggiore è che, a quel punto, fu lui a sentirsi obbligato ad affrontare l’argomento. “C’è per caso qualcosa che devi dirmi?” Balbettai qualcosa non trovando una risposta e lui reagì inaspettatamente con un’autentica scudisciata in viso. “Dove hai lasciato il pastore belga?” “Ma come parli?” “Mamma, io faccio solo quello che tu da mesi ormai non fai, dico la verità. Ti pare che io debba venire a sapere cose che appartengono alla mia vita da voci di corridoio, da pettegolezzi esterni?” “Ci sono cose di cui è difficile parlare anche con un figlio, specie se si tratta di sesso.” “Avevo solo dieci anni, ma capivo lo stesso quando ci fu qualcosa tra te e Luciano; non ti sei nascosta, non mi hai taciuto niente; il vostro amore mi è parso meraviglioso e Luciano è ancora oggi il mio migliore amico. Io, mamma, ho quasi sedici anni e da sei anni ho trovato forse un surrogato al padre che ho conosciuto per troppo poco tempo; tu lo sai e non ti nascondo niente. Perché di Etienne ha dovuto parlarmi Luciano, con tutto il garbo necessario, e non tu con la franchezza che ci dovrebbe caratterizzare?”
“Forse proprio per paura del confronto con Luciano. Ho sbagliato a non parlartene subito, ma non c’era cattiveria.” “Sei innamorata di questo signore?” “Questo signore si chiama Etienne, come già sai, e non devo per forza esserne innamorata, per frequentarlo.” “Quindi, te lo scopi, cazzo!!! Diciamo pane al pane! Tu fai quello che ti pare. Io preferisco non incontrarlo e, se dovessi trovarmelo in mutande una mattina nella nostra cucina, io me ne vado da Luciano e non torno più con te.” “Questo è un ricatto!” Scappa via sbattendo la porta. Mi rendo conto a quel punto che non so niente di mio figlio; non conosco gli amici che frequenta, i locali dove bazzica coi coetanei, le ragazze del suo giro: niente; l’unico appiglio per me è che si vede spesso con Luciano: di lui ho un numero di cellulare che mi diede quando ci incontravamo per fare l’amore. Non so se dopo cinque anni è ancora valido, ma ci provo. Mi risponde, per fortuna; riconosco immediatamente la sua voce e lui riconosce la mia; gli chiedo se ha notizie di Leonida: è con lui e stanno venendo da me per appianare l’equivoco; lo ringrazio e aspetto. Leonida ha le chiavi di casa, naturalmente; eppure, sobbalzo quando, uscendo dal bagno, me li trovo seduti in cucina; il tuffo al cuore è inevitabile quando mi trovo di fronte a Luciano che è cambiato solo in piccolissimi tratti ma è sostanzialmente lo stesso uomo che ho amato e che forse amo ancora senza volerlo ammettere.
Faccio ciao a tutti e due senza nessun accenno ad effusioni di sorta. Luciano guarda intensamente Leonida, quasi a suggerirgli di cominciare a parlare. “Mamma, mi dispiace di essere stato tanto brutale. Te l’ho detto male; te lo ripeto meglio. Tu sei libera di sceglierti gli accompagnatori che vuoi. Io non voglio avere a che fare con nessuno di loro. Se un giorno, svegliandomi, dovessi trovare in casa un uomo che ha dormito con te, io me ne andrei da Luciano e fare il finimondo per non tornare più con te.” “Quindi se io mi scelgo un compagno di vita, tu te ne vai.” “Si. Io non accetto di vivere accanto ad un estraneo, anche se fosse il tuo compagno e tu lo amassi alla follia.” Luciano interloquisce. “Attenzione, forse qui si tratta di semplice gelosia.” “Gelosia !?!?!? Che gelosia?” “Guarda che anche i testi più elementari di psicologia suggeriscono che il primo obiettivo sessuale di qualunque maschietto è sua madre, Leonida è maschio, sua madre è un obiettivo più che appetitoso, perché ti meravigli che, come tutti i ragazzi sani del mondo, sia geloso di sua madre?”
Mi sento molto stupida a non averci pensato. “E tu che ne sai dei sentimenti di mio figlio?” “Mamma, ma ancora non l’hai capito che tra me e Luciano c’è più di una semplice amicizia? Puoi soffermarti per un attimo a riflettere su due persone, (persone mamma, non animali o cose, persone!) che hanno in comune una profonda solitudine e che si trovano a condividerla per il tramite di un’altra persona di cui sono innamorati allo stesso modo, per percorsi diversi?” Mi devo sedere: la testa mi gira e non mi raccapezzo. “Stai dicendomi che sia tu che Luciano, per percorsi diversi, siete innamorati di me e quindi gelosi delle scelte che faccio?” “Si, mamma; e non è questione di scelte buone o cattive; qualunque maschio si ponga tra noi e te è un nemico: è legge di natura.” “Ancora non ho capito dove volete andare a parare. Insomma, tu vuoi che io non mi scelga un nuovo compagno?” “Io?! Ma sei matta? Tu il compagno te lo puoi scegliere quando e come vuoi. Quando tu lo sceglierai, io sceglierò di stare con Luciano. Semplice, no?” “Ma tu non puoi scegliere di vivere fuori della mia casa, almeno finché sei minorenne.” “Ma posso rendere la vita impossibile prima di tutti a te; e ti assicuro che, non avendo avuto un’educazione rigorosa, sono troppo abituato a fare a modo mio!”
“Luciano! E tu non dici niente a questo capriccioso?” “Sei tanto innamorata?” “Perché?” “Perché parli contro ogni logica, contro il buon senso, contro l’ovvietà. Lo sai che sono innamorato di te?” “Si; e questo che c’entra? Vorresti anche tu proibirmi di vedere chi voglio?” “Guarda che sei stata tu a chiamarmi per aiutarti con tuo figlio; sei stata tu a chiedermi di aiutarti, proprio ora, con tuo figlio. Per lo meno, abbassa la cresta e cerca di capire i sentimenti degli altri. Tu mi chiedi di aiutarti a metterti con un altro ed io dovrei convincere Leonida a lasciarti fare? In quale mondo succedono queste cose? Nelle ambasciate straniere o negli alberghi di lusso? Leonida, io adesso me ne vado per non arrivare a cattivi estremi con la signora. Se e quando vuoi, chiamami ed io verrò a starti vicino, in qualunque caso fosse necessario. Signora, spero di non rivederla mai più.” Luciano se ne va a testa bassa ed io ho la sensazione di aver commesso l’errore più grave della mia vita. Anche Leonida esce dalla cucina, si chiude nella sua camera e sento che chiude a chiave con più mandate. Per la prima volta in vita mia, mi sento veramente sola.
Non è necessario aprire le ostilità perché per quasi due anni riesco a gestirmi il rapporto con Etienne senza aver bisogno di portarlo a casa mia. Poiché il nostro è un rapporto puramente di lussuria, non chiede neppure di conoscere Leonida che intanto segue i suoi studi, continua a frequentare Luciano ed è l’unica cosa che fa trapelare della sua vita: per il resto, - amicizie, abitudini, frequentazioni, costumi e disagi - non conosco assolutamente niente e sono abbastanza incosciente da non preoccuparmi, anche se molte volte la signora delle pulizie, che non è cambiata negli anni, mi invita a cercare di parlare con mio figlio. Io prometto che lo farò e puntualmente me ne dimentico. Quando Etienne viene trasferito in una sede oltreoceano e mi comunica che quasi certamente la nostra storia è finita, non mi rammarico molto per la rottura; ma mi accorgo che ormai sono vicina agli “anta” e la signora delle pulizie mi fa riflettere che poi non si cambia più fino a cento, quindi quello è uno spartiacque. Per la prima volta, la paura di un futuro di lavoro intenso senza affetti e senza famiglia, mi angoscia fino a spaventarmi e prendo coscienza che ho rotto troppi legami intorno a me, compreso quello con mio figlio, ormai quasi maggiorenne.
Sul lavoro, una notizie mi colpisce ed è la crescita esponenziale di un’impresa nuova che in poco tempo si è conquistata fiducia e credibilità. Ci sarebbe in aria un’idea di fusione, ma sembra che da qualche parte vengano forti pressioni ad impedire che si realizzi. Secondo i dirigenti delle mie aziende, la mancata fusione porterebbe un danno rilevante alla nostra attività; e, d’altronde, pare che nessuno riesca a venire a capo dei motivi di ostilità della controparte. Facendo forza su tutte le amicizie che mi sono costruita, ottengo di arrivare ad un incontro con la controparte che sia definitivo e chiarificatore. Per una strana coincidenza, una sera Leonida rientra presto e me lo trovo a tavola, in cucina, a cenare con me come non avveniva ormai da mesi. Mi chiede dell’incontro di domani; quando gli domando come fa a sapere di un incontro di lavoro, glissa ed insiste a chiedermi cosa mi aspetto dall’incontro. Mi rassegno a rispondere io e dico serenamente “Un atteggiamento sereno ed una capacità di dialogo della controparte.” “Come quella che tu hai normalmente con me e con le persone che ti sono vicine?”
“Che c’entra? Lì si tratta di lavoro, sono in gioco capitali e famiglie. Qui sono affari privati che dobbiamo risolvere tra di noi.” “Cacciandoci fuori dalle nostre vite?” “Ma che discorsi fai? Io non ho cacciato via nessuno. Sono pronta a chiarire anche questo, se volete!” “Non è con me che devi chiarire! Non è me che hai cacciato!” Fa una telefonata e, dopo pochi minuti, bussano alla porta; va ad aprire, ma non rientra. Quello che entra è invece Luciano che, come sempre, mi provoca un autentico terremoto che va dal’utero al cervello, dall’ano al cuore. “Ciao.” Mi fa; mi alzo dalla sedia gli vado incontro e affogo tra le sue braccia: è sempre la stessa sensazione, quella di perdermi nel suo corpo e di diventare tutt’uno con lui. “Perdonami, Luciano, perdonami, non so cosa mi abbia preso; ho detto delle enormità, non ragionavo.” “Calmati; sono ormai passati più di due anni, son cambiate tante cose, non pensare al passato, guarda al futuro.” “Già, sono passati tanti anni, forse troppi. Come mai sei qui? Come stai? Raccontami qualcosa di te.” “Cosa ti posso raccontare? Niente; non è successo niente; sono sempre io, lo stesso che conosci, forse solo un poco più innamorato di sempre.”
“Di chi sei innamorato?” “Di te, non fare la gnorri; lo sai da sempre che non ho mai smesso di amarti, neanche nei peggiori momenti della nostra storia: Sono dannato ad amarti tutta la vita.” “Perché sei qui?” “Leonida mi ha avvertito che eri sola e che forse un po’ di compagnia ti avrebbe fatto bene.” “E’ vero; mi farebbe bene anche fare l’amore: bada, non fare sesso, fare tanto amore.” “Qualche volta abbiamo fatto sesso?” “No” “E non cominceremo stasera. Vieni?” E mi guida verso la mia camera. Solo in quel momento realizzo che Leonida è riuscito a farmi fare l’amore nel letto che fu di suo padre solo con Luciano: tutti gli altri ho dovuto incontrarli altrove. Al pensiero, mi stringo a lui con più affetto e lui mi ricambia. Fare l’amore con Luciano è una cosa stupenda: abbracciare la sua massa enorme e sentirmi fondere con lui in un solo corpo è un sensazione irripetibile, che diventa ancora più languida quando le lingue si intrecciano e ci baciamo con tutto il corpo; poi lui è tanto forte quanto gentile, tanto solido quanto delicato. Sentirmi spogliare con lievi movimenti mi da la sensazione di essere una bambola in mano una bambina che la veste e la spoglia a proprio gusto; quando la sua lingua percorre la pelle scoperta, vedo sempre nuovi mondi affacciarsi.
Ormai non posso dire di essermi risparmiata a scopare, con tutto quello che ho combinato da un certo momento in poi; eppure Luciano ha la capacità di farmi sentire ogni volta quasi vergine, quando perlustra il mio corpo con gli occhi, con le dita, con la lingua, talvolta con il cazzo, scoprendone tute le pieghe più intime. Ha un cazzo che supera largamente i venti centimetri di lunghezza ed una larghezza proporzionata: eppure quando lo fa scivolare fra le cosce fino a raggiungere con la punta la vulva che si apre a farsi penetrare, ha una dolcezza sinuosa che lo fa accogliere con amore dimenticando le pressioni spesso dolorose che esercita sulle pareti della vagina e sulla cervice dell’utero. Mi piace fare l’amore con lui e dedicarmi con passione a tutte le pratiche che ama e a quelle che piacciono a me: godo a succhiarlo a lungo, a leccarlo dalla radice alla punta, a farmelo affondare in gola fino a star male; ma mi piace anche sentirmi spennellare insieme ano e vulva, in attesa che scelga il buco da riempire, se il culo con la necessaria delicatezza o la figa con la potenza della sua asta spinta con foga.
Mi piace sborrare su di lui, dalla figa, dal culo, da tutti e due insieme; e mi piace sentire la sua sborra spruzzata contro la cervice dell’utero, nel fondo del retto, contro la gola o sulle tette. Le ore che passiamo a fare l’amore non sono né semplici né delicate, ma ci entusiasmano, quasi ci arricchiscono. Passano veloci, quando siamo a letto; e ad un certo punto sobbalzo perché ho sentito sbattere la porta d’ingresso. “Dio mio, Leonida …” Solo adesso mi ricordo di mio figlio. “Non preoccuparti, non verrà in camera.” “Lui sa che siamo qui?” “Lui ha voluto che fossimo qui. Non accetti ancora l’idea che Leonida ci vuole insieme, la coppia di genitori che sogna da bambino?” “Siete due meravigliosi imbroglioni.” “E non hai visto il grande imbroglio che ti ha preparato!” Non riesco a fargli dire altro. Arriva il giorno dell’incontro.
La sala è pronta e tutto lo staff dei miei dirigenti è schierato; si aspettano solo gli ospiti che entrano, uno per volta e, a chiudere la fila, mio figlio Leonida e Luciano; la mia segretaria mi suggerisce che Luciano era un operaio dei nostri cantieri che si è fatto strada grazie alla sua cultura, alla sua abilità e ad una serie di colpi messi a segno con grande acume; il ragazzo che lo precede (mio figlio) è il suo principale collaboratore ed è il più accanito oppositore della fusione. Prima che i lavori comincino, chiedo ed ottengo una sosta di mezzora per alcune messe a punto; nonostante i grandi mormorii di protesta, la richiesta è accolta. Mi ritiro in una sala riunioni, mi siedo su una sedia e aspetto di sapere che hanno combinato. Sento una porta che si apre alle mie spalle e non ho bisogno di girarmi per sapere che è Leonida: mi abbraccia la testa e mi appoggio al suo inguine, mentre mi accarezzava dolcemente i capelli. “Sai, credo che papà avrebbe dato la vita per vedermi in questa situazione; peccato che quel che voleva insegnarmi lui, ho dovuto apprenderlo da Luciano; e quello che invece avresti dovuto insegnarmi tu, l’ho imparato da autodidatta, a mie spese.”
“Luciano dov’è?” “E’ di là che si occupa delle belve che vogliono divorarci; ma siamo coriacei.” “Torniamo di là anche noi.” Rientrati in sala, prendiamo tutti posto; Leonida comunica che la pregiudiziale è caduta e che la fusione può diventare operativa: per la Presidenza, chiede la mia riconferma. Io lo fermo. “Comunico a tutti che mi ritiro dall’attività: da oggi mi dedico a mio figlio e al suo padre putativo, se ancora mi vuole. La Presidenza, per un principio di equità va a Luciano.” La proposta viene approvata all’unanimità e possiamo così riprenderci la nostra libertà e, finalmente, forse la nostra vita.

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