Beate Corna

Scritto da , il 2019-10-26, genere tradimenti

Il momento era particolarmente delicato, per me: da un lato, la banca che mi chiedeva di scegliere uno staff e di andare in Sudamerica ad organizzare il lavoro di espansione in diversi Paesi di quel Continente; dall’altro, i miei familiari che mi assillavano con le loro richieste per la prossima vacanza, da celebrarsi, come tutti gli anni, in un villaggio turistico in Calabria che mia moglie e i miei figli trovavano estremamente affascinante e che io trovavo addirittura penoso. Ma in casa la mia voce contava assai poco. A scombinare le carte intervenne un incidente assai casuale. Dovevo parlare con Carla, mia figlia, per raccomandarle alcune cosette sulle spese da fare; ma, appena formai il numero, mi trovai nel mezzo di una conversazione tra lei e una sua fidata amica. Per un guizzo di curiosità non solo ascoltai in silenzio ma feci scattare il pulsante di registrazione della telefonata.
“Allora, anche quest’anno, stessa spiaggia stesso mare …” “ Già … e aggiungici … stessi cazzi ….” “Perché?” “ Sono anni ormai che mamma se la fa con Roberto, uno dei gestori del villaggio turistico. Quando mio padre non c’è, lei non dorme mai nel nostro bungalow ma va sempre in quello di Roberto; quando c’è papà, sapessi che salti mortali per coprirla e farla scopare in pace!” “Cazzo, e a tuo padre neanche ci pensi?” “Se uno è cornuto, vuol dire che se l’è meritato. Lui basta che porta i soldi, delle corna chi se ne frega, anche qui mamma ha decine di occasioni per riempirlo di corna e lo sanno tutti, tranne lui, naturalmente. …” “Sei spietata. E tu?” “ Sono ancora la regina dell’ingoio, ormai inossidabile, in tutte le discoteche della Calabria e della Lombardia …” “Cazzo … e tuo fratello?” “ Sempre con quella banda di svitati, piccoli delinquenti che prima o poi in galera ci vanno …”
Ne sapevo abbastanza. La prima cosa che feci, fu trasferire tutti i miei beni in una banca svizzera, approfittando del mio ruolo di potere nella banca; provvidi poi a bloccare tutte le carte di credito intestate ai miei familiari e caricate sul mio conto; parlai con la Direzione Generale e accettai di organizzare in ventiquattro ore uno staff per il Sudamerica e di partire entro le ventiquattro ore. Furono felicissimi e mi garantirono promozione e aumento. Infine, telefonai al mio avvocato, gli ricordai che tempo prima aveva avviato una causa di separazione legale tra me e Marina, mia moglie, allora pensata per aggirare il fisco e che era stata congelata per qualche anno; mi confermò che la pratica era viva e, a lume di logica, potevo già chiedere il divorzio, visto che la separazione era stata consensuale. Gli chiesi di procedere con il divorzio e gli feci presente che non sarei stato reperibile non sapevo per quanto tempo, spedito in missione per la Banca: ci saremmo tenuti in contatto telefonico. Chiamai un giovane assistente e gli dissi di preparare il gruppo che avevamo ipotizzato per la trasferta, tutto di giovani impiegati, senza nessun anziano.
Arrivato a casa, preparai la mia valigia e la poggiai sul letto in attesa di sbrigare le ultime cose prima di partire. Mentre mi preparavo un caffè, entrò Marina con la faccia più feroce che le avessi mai visto. “Che cazzo hai combinato? Perché non accettano la mia carta di credito?” “Non so, devo verificare in Banca!” “Hai già pronta la valigia per il mare?” “No, sono in partenza per un lavoro per la banca e non so quanto può durare, forse anche mesi.” “E noi?” “Arrangiatevi: siete tutti adulti: cercate la vostra strada!” Presi la mia valigia e mi avviai alla porta; Carla cercò di fermarmi .”Aspetta, ragioniamo!” “Col cazzo in bocca o dopo che hai ingoiato?” Divenne verde, capì che qualcosa non andava e stette zitta. Squillò il telefono fisso e risposi io; era un mio collega d’ufficio che si lamentava di essere stato escluso dal progetto per il Sudamerica. “Sei uno di quelli che l’hanno fatto o semplicemente sapevi e non hai mai parlato?” Balbettò qualcosa fingendo di non capire. “Smettila, ipocrita! Ci sei stato anche tu?” “No, ti giuro, io no, ma tanti altri si.” “E tu sapevi?” “Si, come tutti.” “Bene e come tutti restate a Milano mentre io vado ad organizzare le sedi in Sudamerica. Buon lavoro e ciao.”
Marina non capiva ma trovò la forza di parlare. “Allora parti per il Sudamerica? E la nostra vacanza?” “Quest’anno non pago io né la vostra vacanza né i vostri sollazzi!” Carla ci va dura. “E chi paga?” “Scegli tra la figa di tua madre tanto disponibile, la tua bocca meravigliosa ed esperta come tu stessa dichiari, o, se preferisci, aspetta che tuo fratello organizzi una rapina e risolvete i problemi. Cari, state attenti perché le sorprese non sono finite; sentite a me, trovatevi un lavoro; il bancomat di papà chiude definitivamente. Se volete approfondire, da qualche parte c’è una chiavetta USB con la registrazione di una telefonata. Vi chiarirà tutto. By by.” Il clacson dei ragazzi mi richiamò al viaggio. Presi la valigia e uscii senza voltarmi. Mi comunicarono che avevamo circa sei ore prima del volo; mi feci accompagnare a casa di mia madre, le dissi che partivo per una lunga trasferta e che ci sarebbero stati molti e gravi cambiamenti in famiglia, di non credere a mia moglie e di tenere a bada i miei figli, serpenti pericolosi tutti e tre; le diedi le indicazioni per tenerci in contatto con skipe e le chiesi per favore di interpellarmi ogni volta che si fosse trovata di fronte a richieste o scelte particolari. Mamma era decisamente spaventata e cercai di rincuorarle dicendole che il mio matrimonio era finito; mi accorsi che sembrava sollevata: anche lei evidentemente sapeva. Riuscii a salutarla e partii.
Tre mesi a Bahia mi rigenerarono completamente e passarono in allegria nonostante le bordate che dall’Italia venivano in continuazione, tramite mia madre alla quale con la massima perfidia mia moglie aveva chiesto più volte di intercedere per lei presso di me, mentre i ragazzi fingevano il massimo amore per la nonna nella speranza di recuperare una parte del benessere di cu si erano pasciuti. Anche l’avvocato fu costretto più volte a interpellarmi per le pretese che Marina avanzava contro il divorzio: gli imposi di essere irremovibile e spietato e, nel caso si intenerisse, si ricordasse la carrettata di corna che mia moglie mi aveva caricato per anni sulla fronte. Seppi che la mia ex moglie ebbe modo di piangere più volte apertamente, soprattutto in tribunale, di fronte alle sentenze di rigetto di tutti i suoi ricorsi. Io in tre mesi ebbi almeno una decina di amanti, tutte giovanissime, nessuna dello staff venuto con me da Milano. Non volli intrecciare nessun rapporto impegnativo e mi limitai ad ammirare le bellezze intorno col massimo gusto, quasi mi liberassi all’improvviso di enormi legacci e potessi finalmente sfogare, tra le altre cose, anche la libidine per anni sacrificata nel ruolo di marito e padre affettuoso.
Un solo assillo mi tormentava: ogni volta che una ragazza tra i diciotto e i venti anni entrava nel mio letto e cominciava a farmi un pompino (tutte lo facevano, quasi per abitudine) inevitabilmente mi veniva in mente la telefonata e mi sembrava di vedere Carla, la mia bambina, che mi succhiava golosamente il cazzo e, quando mi faceva sborrare, prendeva tutto in bocca, spalancava le labbra per farmi ammirare la mia sborra nella cavità sotto la lingua e, da perfetta ‘regina dell’ingoio’ mandava tutto giù; poi spalancava la bocca e mi dimostrava che aveva bevuto tutto. La scena, che mi avrebbe dovuto infastidire, mi eccitava enormemente e non era raro il caso che, operando un preciso trasnfert, attribuissi alla ragazza di turno le fattezze di Carla. Capii anche, dall’intensità con cui si applicavano tutte a succhiare, che evidentemente c’era tra quelle giovanissime una sorta di gara a chi faceva meglio per avere diritto al titolo di ‘regina dell’ingoio’.
La tappa successiva, nel programma della banca, era Rosario, in Argentina; e sin dal trasferimento mi resi conto di essere nel cuore del bengodi, per la enorme disponibilità di denaro che avevo, rispetto all’economia locale, per l’influenza che la banca esercitava sull’economia del Paese: insomma, quel che volevo mi veniva servito prima di chiederlo. E il mio letto non fu mai freddo, scaldato ogni sera da una nuova giovinetta, più o meno a pagamento, in gara con tutte le altre ad essere la più brava di mano, di bocca, di figa o di culo. Dopo tre mesi in Argentina, si pose il dilemma tra l’italianità che induceva ad approfittare della settimana di ferie per passare il Natale con mamma e il cosmopolitismo che suggeriva di divertirsi in una Paese caldo piuttosto che affrontare la nebbia e la neve di Milano. La nostalgia ebbe il sopravvento e decisi di passare le ferie in Italia, mentre i ragazzi dello staff restavano a Rosario dove si erano ambientati benissimo. In pochissimo tempo, la segretaria mi organizzò il viaggio nei particolari, dal volo ai pernottamenti fino alla macchina a noleggio in Italia. A me non restò che preparare una valigia piuttosto previdente (passavo dall’estate piena all’inverno rigido) e partire per andare a trovare mia madre.
A Linate trovai l’auto noleggiata da Rosario e andai difilato a casa di mia madre. Mi accolse con l’enorme affetto che ci aveva sempre legato e mi fece un‘infinità di domande su me, sul mio lavoro, sulla mia vita. Io le chiesi se aveva avuto problemi a fare le cose che le avevo chiesto; mi rispose che tutto era filato liscio come l’olio e che forse qualche buona sorpresa l’avrei trovata, se ero disposto a pazientare un poco e a fidarmi di lei. Le assicurai che mi fidavo e lei fece una telefonata; dopo dieci minuti, bussarono, lei aprì e mi trovai faccia a faccia con Carla; mi gettò le braccia al collo e l’abbracciai, profondamente felice di rivederla. “Ciao, come va?” “Va male, lo sai anche tu.” “Perché?” “Mamma è ormai fuori con la testa, non sa a che santo votarsi, non è capace di adeguarsi alla realtà e rischia anche di perdere il lavoro, tanto è distratta.” “La battuta è fin troppo facile. Forse non prende abbastanza cazzo!” “Dai, non fare lo stronzo. E’ senz’altro una troia, forse è una ninfomane senza rendersene conto; ma è anche una poveretta che ha perso in un colpo tutte le certezze che aveva, a cominciare da quelle economiche.” “Vuoi propormi di garantirle il benessere?” “No, voglio chiederti di parlarle, di farle scaricare un peso terribile dalla coscienza; poi spero che lei possa ricominciare su altre basi.”
“Tu hai ricominciato?” “Io so di avere cambiato registro; non mi interessa se non mi credi; so che mi sono resa conto delle stronzate fatte e che sto cercando di uscire dal tunnel.” “Questo lo so. Così come so che stai impegnandoti davvero nello studio ed anche nel lavoro. Miracolo! Mia figlia Carla ha imparato il piacere di guadagnarsi la paghetta e di spenderla oculatamente: con tutto il cuore, da uno che lavora da anni con giovani bravi volenterosi come quelli del mio staff attuale: se riesci a reggere questo ritmo sono cero che ce la farai e andrai lontano.” “Perché non sei rimasto qui a dirmele, queste cose?“ “Perché se fossi rimasto qui a riempirti la mangiatoia bassa, ti saresti limitata ad abbassare la testa e mangiare fino a gonfiarti. Ti stai impegnando perché la mia scomparsa ti ha obbligato a prenderti cura di te.” “Ma per fortuna c’è la nonna … “ “Ah, già, con la sua pensione miracolosa che si moltiplica per garantire lo stipendio ai nipoti … “ “Sono soldi tuoi?” “Ma va’ …. “ “Allora non ci hai abbandonati?” “L’unica persona che deve rispondere delle corna che mi ha fatto senza ragione è tua madre. Io non abbandono nessuno, se ha veramente bisogno di me e me lo dice apertamente. Finché lei dichiara di non aver bisogno di me, io ho il dovere di farmi gli affari miei.”
“Lei ha bisogno di te, ma non lo vuole ammettere.” “Peggio per lei. Vuoi che parliamo di noi o devo troncare un dialogo pesante e inutile?” “Tu parli di una EX moglie; io parlo di MIA madre. Tu hai il dovere di dimenticare e il diritto di ignorare; io ho il dovere di amare e il diritto di difendere.” “E se ti trovi di fronte a un scelta?” “Lei è mia madre; io sono una donna e sono sua figlia.” “Carla, fermiamoci qui se non vogliamo arrivare a cancellarci l’uno dalla vita dell’altro; ti prego, non mi chiedere di fare alcunché per la donna che ha mi ha massacrato!” “La donna che ti ha massacrato è anche quella che mi ha generato!” “Dal momento che è stata chiaramente infedele, quali dati hai per dimostrare che sei mia figlia anche biologicamente?” Carla chiese alla nonna di usare skipe e chiamò sua madre. In sei mesi era molto cambiata: più magra, più vissuta, meno brillante sembrava appannata rispetto a quel che ricordavo. “Mamma, sono con papà e lui mi ha chiesto un test del DNA per accertare la sua paternità. Devo affrontarlo o ci possono essere problemi imprevisti?” “Ma che vuole questo rompicoglione? Adesso mette anche in dubbio che i figli sono suoi?” Intervenni incazzato. “Anche la figa credevo fosse solo mia ed era patrimonio collettivo!”
“Hai avuto quello che meritavi; cornuto sin dall’altare, sin dalla prima notte di nozze: stronzo tu, che non te ne sei mai accorto!” “Mamma, ma quindi non è certo che sia mio padre?” “E’ certo che non lo è né per te né per tuo fratello, è un povero cornuto che mi ha pagato la vita comoda finché una stronzetta non ha fatto una telefonata del cazzo!!!!” Carla crolla sulla sedia senza forze. “Dio mio … dio mio …. Che sta succedendo? Ero venuta ad aspettarti, quando la nonna mi ha avvisato, con tutto l’amore del mondo!!!!! E invece …” Mia madre cercava di consolarla, la prese tra le braccia e la cullava come una bambina. “Piccola mia, stai calma, ti passerà, vedrai. Hai ancora una vita davanti, cerca di superare questo scoglio, ce la puoi fare!” “Ma adesso che so che non sei mio padre, dopo che ti ho bistrattato e considerato un povero imbecille, come devo comportarmi con te?” “Io continuerò a chiamarti Carla e ti guarderò sempre come mia figlia non come una delle tante ragazze che a Rosario passano per il mio letto.” Mia madre era scandalizzata, ma anche Carla era sorpresa. “Vuoi dire che dormi con ragazzine di venti anni?” “Anche diciotto; e ti dirò: da loro ho capito il titolo che avevi qualche mese fa; ognuna cerca di superare le altre nel fare certi servizietti. E’ evidente che la globalizzazione in questo senso è arrivata!”
“Quindi potresti perdermi come figlia e acquistarmi come amante!” “Non dire stronzate. Tutta la migliore letteratura afferma che padre non è chi ti iscrive all’anagrafe ma chi ti alleva; io sono tuo padre perché ti ho seguito per tutto il tuo sviluppo … Forse non tutto, perché non conoscevo la pompinara che sei diventata. Comunque, a parte che per vent’anni sei stata mia figlia; a parte che non me la sento di pensarti a letto come amante; a parte tutto, non voglio neanche credere che Marina ti abbia concepita con un altro mentre era tanto innamorata di me. Potrebbe anche essere vero ma non ci crederei comunque. Ti confesso che qualche volta, quando una ragazzina mi faceva quel lavoretto in cui, nella famigerata telefonata, ti sei proclamata specialista, beh non ti nego che qualche volta ho operato un transfert e pensato a mia figlia che lo faceva a me. Perversioni da vecchio!” “Ma se non sono più tua figlia, io posso anche desiderare, come sempre ho fatto, come tutte le bambine fanno, di fare l’amore col mio papà!” “Calmati e non bestemmiare: una cosa è confessare pensieri incestuosi come abbiamo fatto io te, tutta un’altra sarebbe arrivare al concreto!”
“Dove passi il Natale?” “Qui, da mia madre.” “Mi permetti di passarlo con te anche se non sono tua figlia?” “Tu sei mia figlia, checché dica la figa di tua madre. Forse lei è stata puttana dal primo giorno; ma io da quello stesso giorno sono stato leale e adesso non tradisco la mia lealtà soprattutto nei tuoi confronti.” Chiamò sua madre “Senti troia, io non torno a casa né stasera né fino a Capodanno. Sto col cornuto che hai massacrato e che io sento di amare profondamente, come femmina, che sento di amare come e quanto avresti dovuto tu, lurida bagascia.” E attaccò. Il telefono squillò e dal microfono scattò la voce stravolta di Marina. “Carla, non farlo. Ho mentito, ho detto bugie. Non è vero che non sei sua figlia. Avevo solo lui nel cuore e nel letto; lui mi ha messa incinta tutte e due le volte. Ho cominciato a perdere il senso delle cose solo dopo, quando sono arrivati i soldi. Devo parlarti; per favore, devo parlare anche con tuo padre. Gli devo dire quanto e come l’ho amato, ed anche quanto e come poi l’ho odiato. Gli devo spiegare che ho sbagliato una volta per arroganza e che da allora non sono più stata capace di fermarmi. Non fare l’amore con tuo padre, ti prego. Ne morirei.” Presi io l’apparecchio. “Finalmente, Marina! Finalmente uno sprazzo di verità. Vediamoci, parliamo, liberiamoci dei pesi. Non credo che potrò più stare con te, ma non me la sento di continuare ad odiarti senza un perché. Vediamoci e parliamone.”
“Siete da tua madre? Possiamo venire anche io e Luigi?” “Sicuro!!!! Una bella rimpatriata familiare per un emigrato è sempre l’ideale massimo!” “E tu saresti l’emigrato? Con la valigia di cartone o con il fagottino nella busta di plastica? In limousine o in Mercedes? Valla a raccontare agli indios!” “E’ possibile che per voi esista solo una verità, la vostra? Guardati almeno in un vocabolario il significato esatto del termine: si è emigrati anche quando si hanno migliaia di euro di stipendio e un potere enorme sugli altri, se però ti mancano la lingua, le persone, gli affetti. Se avessi avuto qui una Carla, un Luigi, una Marina che mi avessero scaldato il cuore anziché gelarmi il cervello, non sarei partito e non avrei solo pochi giorni per respirare la nebbia che fa parte della mia natura. Sei emigrato soprattutto quando lo sei col cuore. Ma per voi conta la destra, perché il cuore è a sinistra; a destra c’è invece il portafogli! Io me ne sbatto dei soldi. Preferisco elemosinare l’abbraccio di mia madre!” “Scusami, papà, ho creduto di fare una battuta ed ho detto una stronzata.” “Lascia stare, può capitare di confondere ricchezza e felicità, benessere e gioia di vita. Ho una certa ricchezza economica e tanta povertà di affetti; ma per tutti il conto in banca viene prima. Guarda tua madre.”
Bussarono alla porta; erano Marina e Luigi; Carla abbracciò sua madre e la spinse verso di me; istintivamente, le aprii le braccia, si precipitò nel mio abbraccio e pianse a singhiozzi forti sulla mia spalla; le accarezzai i capelli come facevo un tempo e, d’un tratto, mi ripiombò addosso un mondo passato, nascosto sotto un tappeto e che adesso riesplodeva in testa. Dall’altra parte, mi abbracciò mio figlio e mi sussurrò. “Perdonami, papà!” Gli accarezzai la testa. Carla si era rifugiata in braccio a nonna; sentii che le sussurrava. “Nonna, è possibile tornare indietro?” “Bambina mia, tutto è possibile. Ma, tua mamma, riuscirà a farsi voler bene come le abbiamo voluto tutti per tanti anni?” “Io voglio che ce la faccia; io voglio aiutarla a farcela!” “Senti: l’unico aiuto che posso darvi è farvi venire tutti al cenone qui da me; stare insieme forse può aiutare a capirsi.” “Sai, la mamma da quando papà se n’è andato ed ha ascoltato la telefonata che ha causato tutto, beh da quella volta è stata esemplare; direi quasi che per sei mesi ha cercato di purificarsi. Forse ce la fa a tornare se non pulita almeno accettabile. Io e Luigi eravamo altrettanto sporchi e credo che siamo riusciti a correggere il tiro. Lei ce la può fare, specialmente se papà l’aiuta” “Speriamo! Posso darti un consiglio? Cerca di indurli a fare l’amore. Un tempo, anni fa, a letto risolvevano problemi anche grossi. Chissa!?!?!” “Grazie, nonna!”
Stavo guardando con affetto Luigi e avrei voluto chiedergli tante cose. Mi prevenne. “Papà, non stai sprecando i tuoi soldi. Lo so che lo stipendio di nonna viene da te; so che sei informato su quello che faccio: nonna è più loquace di quel che pensi. Grazie per la fiducia.” “Ci sono molti ragazzi che lavorano con me: anche quelli, cara Carla, sono emigrati; di lusso, ma emigrati! Beh, quei ragazzi hanno poco più della vostra età. Quando li vedo darsi da fare per la loro carriera, scannarsi per far funzionare un progetto, li guardo e mi trovo a pensare: speriamo che i miei figli siano così, almeno nell’impegno. Se lavorano, hanno le qualità per farsi valere. Ecco: io so che hai le qualità per farti valere e sarò felice quando vedrò i miei sogni approdare in porto e non naufragare, come è successo per alcuni.” “Senti, vecchio bacucco, nessuno dei tuoi sogni è naufragato. Ora monto io in cattedra: c’è differenza tra arenarsi e naufragare. Quante volte ti sei arenato? E quante hai ripreso a navigare? Mamma è arenata, tu sei arenato, noi siamo arenati e, se non mettiamo insieme le energie, la barca non riprende la navigazione. Ora tu e lei vi chiarite, vi picchiate, vi scopate fino a morire, ma rimettete in linea questa barca e ci fate navigare.”
“Carla, tu devi essere folle; eppure non mi ricordo che da piccola hai battuto la testa. Il mio avvocato mi massacra se faccio l’amore con Marina: mando all’aria anni di lavoro e sentenze giudiziarie!” “Senti, bello, tu adesso vai di là sul lettone di nonna e ti metti a parlare con tua moglie, vi raccontate tutto, da quando vi siete conosciuti fino all’ultimo alito di odio che vi siete scambiati. E non uscite da quella camera finché non vi siete letti nella coscienza fino all’ultima parola, finché non avrete messo sul letto l’anima; poi decidete che fare. Papà, io come tutte le ragazze ho sempre sognato di fare l’amore con te; se ti metti a scopare con mamma, mi lasci guardare almeno un poco?” L’accolse un coro di proteste da tutti. “Stupidi, ma se è da anni che li spiamo e conosciamo tutto della loro sessualità!” Rivelò e scoppiò a ridere. “Marina, ma tu hai sentito tua figlia che dice? Ci spiava quando facevamo sesso!” “Embè? Io l’ho fatto alla sua stessa età, l’ho vista quando ci spiava e, ti confesso, qualche volta mi sono esibita perché imparasse.” “Per la miseria … Andiamo a parlare di là, come suggerisce Carla?” “Sono venuta per questo; e spero che tutto venga fuori con chiarezza ed onestà anche se ti farà molto male e ne farà altrettanto a me.”
Ci sedemmo sul letto di mamma e mi venne naturale prenderle le mani. Marina appoggiò la testa sulla mia spalla. “Fammi stare così; se non ti guardo diretto negli occhi, forse mi è più facile.” Cominciò veramente dal principio il suo racconto, proprio come aveva consigliato Carla, e ricordò con intenso affetto i nostri primi incontri, il primo indimenticabile bacio, le prime toccatine timide e poi l’escalation progressiva dell’intimità fino alla deflorazione. Inevitabilmente, eravamo emozionati e, senza volerlo, le mani mi scivolavano sul suo copro che riscoprivo all’improvviso con la fora emotiva con cui lo scoprivo da ragazzo. Quando mi ricordò la sera sul lungomare in cui, complice la chitarra che Aldo suonava (malissimo; ma chi se ne fregava!), lo sciabordio delle onde, il luccichio delle stelle, abbassai le sue mutandine e, con mille tremori, la penetrai per la prima volta, inesorabilmente la mia testa si poggiò sui suoi capelli e la porta scricchiolò. Mi precipitai a spalancarla e sorpresi ad origliare l’ineffabile Carla. “Ho capito, entra e ascolta; ma guai a te se interrompi o commenti.” Fece sulle labbra il segno di croce a significare che non avrebbe detto una parola; ma trovò il tempo di sussurrarmi prima. “La baci adesso o più tardi?”
Le tirai una finta sberla; Marina la strinse a se. “Non so a te come è stato …” “Aho, calma, la mia fighetta è ancora vergine, a vent’anni suonati. Io quella la darei solo al mio papà o a uno che ne avesse le enormi qualità!” La guardai spazientito e capì che doveva zittire. “Meglio ancora; quando l’ho fatto io è stato il paradiso: ero tra le braccia del ragazzo che amavo alla follia, era la sera più bella dell’estate, erano mesi che ci si stropicciava e si cercavano impossibili vette di piacere e finalmente quel ‘coso’ temuto e desiderato, amato e vituperato, quel coso maledetto mi stava entrando nel corpo. Non era un semplice fare l’amore. Era dare tutto e pretendere tutto: io ti do la cosa più preziosa per me, la mia verginità e voglio da te l’unica cosa che può farmi felice: la certezza che questo amore sarà solo mio.” A quel punto si dovette interrompere per ricordare che io l’impegno l’avevo sempre mantenuto, in povertà ed in ricchezza, come recita la formula matrimoniale; lei invece si era trovata ad un certo punto a cambiare atteggiamento. L’occasione io neppure la ricordavo ed era stata quella di un concorso di bellezza organizzato al villaggio turistico dove eravamo andati a villeggiare.
Naturalmente, Carla a quel punto interloquì. “E’ lo stesso dove andavamo poi? Noi c’eravamo già?” Si, era lo stesso e loro erano già belli grandi. Per questo avevo cercato di dissuaderla dal cimentarsi in una gara di bellezza marina che non aveva nessun senso se non soddisfare un pizzico d’amor proprio. Marina confessò che il mio atteggiamento la indispettì molto, perché attribuiva le mie riserve a una disistima della sua bellezza, al dubbio che non potesse essere all’altezza delle altre e cominciò così a covare un sordo rancore nei miei confronti perché, a suo avviso, non la trovavo abbastanza bella per competere con altre bagnanti. Istintivamente, spostai la sua testa e la guardai diretta negli occhi. Non riuscivo a credere che una donna della sua intelligenza avesse preso una cantonata del genere. Glielo dissi; e Carla non poté che confermare la mia opinione. “Cazzo, mamma, ne abbiamo visto di quegli spettacoli da baraccone; e tu per una considerazione così logica e chiara hai perso la fiducia nell’uomo che dicevi di porre al di sopra di tutto? Cazzo, è da criminali. Bastava una semplice, aperta litigata e non sarebbe successa una tragedia che hai trascinato per anni, per la miseria!”
“Ho premesso che raccontare avrebbe fatto male a me, a te e a voi tutti; adesso, per favore, non montate in cattedra per condannare la stupidità di una ragazza ancora ingenua, con poca autostima, che si ritiene rifiutata o non accettata dal suo uomo. Non appena un tale, piacente, apprezzato, ricercato, comincia a farla sentire bella come il sole, desiderabile al di sopra di tutto, ci cade e ci resta. Da lì a concedersi a chiunque dimostrasse un minimo di apprezzamento, il passo è breve.” “Quando ti sei resa conto dell’enormità di quello che avevi fato per tanti anni?” “Il danno non l’ho ancora valutato e non so se sono in grado di farlo. Sono qui per chiedere aiuto a capire cosa mi è successo e cosa posso fare ancora per salvare almeno me stessa o, se è possibile, la famiglia.” “Papà, aspetta che ti dica una cosa. Io so che cosa si prova a non sentirsi apprezzata. Non si gareggia per il titolo di regina per il gusto personale, ma perché ci si sente inferiori in un gruppo e si fanno anche le peggiori cose per affermarsi, Riesci a capirmi?” “Si; non ti condivido, ma posso capire che sbandi; ma poi ti stai riprendendo.” “Qui hai avuto ragione: perché mio padre se n’è andato e mi ha obbligato a capire quali fossero le cose che valevano, compreso il lavoro e la correttezza di comportamento. Lei ha avuto la sfortuna di incontrare le persone peggiori nel momento peggiore.”
“Analisi giusta: forse c’è anche una mia piccola involontaria colpa nel suo primo errore. Ma mi sai dire, Marina, quando, come e dove comincia il tuo percorso di ravvedimento?” “Forse è cominciato quando sei andato via; anzi, no, quando ho avuto la notifica del divorzio. Mi avevate fatto credere che anche la separazione fosse solo un gioco. Non avevo idea che fosse anche una frode del fisco, di cui mi rendevo complice. Col divorzio ho capito che il mondo di plastica che, con la tua acquisita ricchezza, mi ero costruita intorno era fasullo e poteva crollare in ogni momento. Di lì a capire che tutto quello che avevo avuto e di cui mi ero beata era fasullo, il passo è stato breve; come procedere, questo non lo so. Per un attimo ho visto solo nel suicidio la soluzione definitiva.” “Non credo che esasperare fino a questo punto sia un modo corretto di porsi i problemi.” “Ma tu prova a vederti ad un tratto una povera cretina che chiunque si può sbattere solo dicendole che le sta bene una gonna; prova ad immaginarti di elemosinare uno sguardo di interesse ignorando quante persone ti amano sul serio; prova a trovarti ad uscire da un incontro sessuale con la perfetta coscienza di esserti fatta umiliare e calpestare; prova a sentirti disprezzata, ignorata, dimenticata e rifiutata da chi amavi alla follia e, fino a pochi mesi fa, stravedeva per te. Cosa mi resta da aspettarmi? Qualche cazzo che mi sfonda perché il poveraccio non ha niente di meno peggio per infilarci la mazza? Qualche pietistica carezza consolatoria di chi ti vede disfatta, dopo averti ammirata nel pieno della tua bellezza?”
“Senti, Carla, questo lo chiedo a te, perché Marina non mi pare in condizioni di spirito per affrontare il tema. E’ così determinante per una donna essere accettate sessualmente? Riuscite mai ad apprezzare un complimento alle qualità intellettuali, morali, sociali? Per una donna esiste solo il cazzo, come metro di valutazione?” “Si, papà; è sbagliato, ma è così. Tu oggi mi hai fatto felice con i giudizi che hai espresso; ma se mi offri il cazzo da masturbare mi dai la sensazione di onnipotenza che posso avere solo quando ti vedo strabuzzare gli occhi perché stai sborrando; e tu, maschio, non puoi valutare il peso che ha il momento in cui faccio spruzzare la tua sborra e la vedo inondarmi il corpo. E questo vale per tutto il sesso, in generale. Se tu a mamma dimostri che è una persona superiore che non deve niente a nessuno, la fai contenta; se te la scopi la mandi in paradiso. In questo momento lei non vuole il tuo perdono o la tua ammirazione: lei vuole il tuo cazzo, vuole essere posseduta, sbattuta, ridotta a femmina. Solo così può sentirsi amata, accettata, apprezzata Ti riesce così ostico il concetto?” “No, mi risulta disgustoso perché è il sentimento che anima le ragazzine che riempiono il mio letto anche a decine, se lo voglio.”
“Adesso esageri: chi sei? Rocco Siffredi?” “Adesso voi due venite con me e toccate con mano!” Le trascinai quasi fuori le misi in macchina e mi diressi al locale che avevo fatto segnare nell’agenda. Al buttafuori di guardia comunicai la parola d’ordine ed entrammo. Le feci sedere presso la parete di una sala bianca con solo un grande letto al centro; poi entrarono le ragazze: dieci, tutte brasiliane, tutte bellissime. Carla e Marina erano inebetite. Le ragazze mi circondarono e cominciarono a baciarmi, a leccarmi, a succhiarmi mentre mi spogliavano. Quando fui nudo, si affaccendarono sul mio cazzo gareggiando a chi sapeva fare meglio un pompino. Ne fermai una a metà e mi rivolsi a Carla. “Vinceresti anche contro queste concorrenti il titolo di regina?” “No, sono professioniste!” “Accettate che me ne posso portare dieci per sera o devo andare avanti?” Marina era tesissima. “Smettila, per favore; mi fa stare solo male vederti così cinico e spietato con delle ragazzine che possono essere nostra figlia!” Chiesi che le ragazze si ritirassero, pagai comunque e tornammo a casa, in perfetto silenzio. “Allora, cosa avete da dire?” “Tu con me non hai mai scopato così freddamente e impersonalmente. Tu mi amavi, non mi scopavi.” “Vero, verissimo. E gli altri?” Marina riusciva solo a piangere.
“Ma non riesci a capire che sbattevo in giro perché cercavo uno che mi amasse come mi amavi tu e trovavo solo tori che mi montavano! Lo vuoi capire che cercavo te e trovavo stronzi!” “Cazzo, mamma, ma perché non glielo hai mai detto?” “Per orgoglio; l’ho detto dall’inizio che ho sbagliato la prima volta per stupidità e ho continuato per tigna Cosa altro posso dire?” “E per tigna hai distrutto la nostra famiglia, la nostra vita!” “Eh, no, caro papà; niente è distrutto. Tu sei qui e io non ti mollo: sei mio padre, ma sei anche il mio amore, sei l’uomo che voglio e che cederei solo ad un’altra donna, a mia madre. Se ti va, sverginami qui ora, davanti a mia madre e a tua madre; se non ti va, scopati davanti a me mia madre e ritrova l’amore che vi ha legato. Non hai alternative. Sono pronta ad evirarti con le mie mani se non decidi fra queste due possibilità.” “Siamo al ricatto?” “Siamo all’amore: Carla o Marina? Chi è il tuo amore? Non puoi tirarti indietro e devi scoparti una delle due, adesso!” “Marina, ma la senti tua figlia? Questo le insegni? Farsi sverginare da suo padre?” “Se avessi avuto il suo coraggio, non ti avrei neanche preso in considerazione. Mio padre era molto più bello e affascinante di te.”
Improvvisamente entrò mamma. “Senti, Francesco, stai prendendola per le lunghe. O ti tira o non ti tira. Se non hai nessuna voglia di ricucire, vattene in Argentina e non tornare più: piangerò, e anche molto; ma poi mi rassegnerò e passeranno tutti i dolori. Se invece ti tira ancora in Italia, allora scopati tua moglie e spera che abbia capito. Alla peggio, svergina quella povera creatura e caricatene la responsabilità per la vita. Ma da questa stanza devi uscire con una doppia scelta: Argentina o Italia, la prima; tua moglie o tua figlia, la seconda. Cosa decidi?” “Io non voglio tornare per sempre in Argentina; io voglio tornare a casa mia. Carla, ti adoro come non puoi immaginare, se non fossi mia figlia, ti sposerei. Ma sei mia figlia e devo adorarti come figlia: niente di più. Devo e voglio riprovarci con te, Marina. Ma stavolta la fedeltà deve essere totale e garantita. Sarei capace di ucciderti, in caso contrario.” “Cosa aspetti a scoparmi, anzi a farmi fare l’amore?” “Che tua figlia si vada a piazzare dietro la porta per origliare. Non mi va di vedermela intorno mentre faccio l’amore con te.” “Ipocrita; ma se ti ho appena visto col cazzo da fuori in mezzo a tante bellezze angeliche!” “Tu pensa a guardare tua madre che ha confessato di essersi esibita per te!” “OK. Ti voglio bene. Posso dirtelo, questo?” “Sai che è da un bel po’ che non lo dicevi?” “E ti rendi conto che adesso assume anche un suono ambiguo perché te ne voglio anche con tutto il corpo?” Sorrise e scappò via.

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