Il Capo 5 - Time in, time out

Scritto da , il 2019-10-20, genere etero

Non so se siete mai entrati nella hall di un albergo a tarda sera, completamente fuori di testa dalla voglia di sesso e camminando con un plug infilato nel sedere mezzo metro dietro l’oggetto del vostro desiderio. Se lo avete fatto dopo avere giocato il ruolo della escort ragazzina seduta tra due uomini, davanti alla clientela e al personale di un ristorante. Se lo avete fatto dopo che siete state salutate da un taxista che ha probabilmente capito tutte le oscenità che siete state capaci di dire. Se non l’avete mai fatto provateci, sorelle. Lo dico soprattutto a quelle che si imbarazzano quando un ragazzo, che ne so, chiede loro un pompino in un locale affollato. Ragazze, l’imbarazzo è un’altra cosa. Davvero, fate l’esperienza.

Se respirate forte vi sembrerà di annusare l’odore del liquido viscido con cui vi state preparando ma che è diventato talmente tanto da traboccare. Vi sembrerà che la ragazza alla reception vi stia guardando come se leccarvi la fica sia l’unica cosa per la quale vale la pena di vivere. Che il cameriere che sta rientrando nel salone del bar vi abbia tolto l’abito bianco che indossate, peraltro l’unica cosa che indossate, e stia ammirando la vostra nudità in attesa di divorarvi. Vi sembrerà che l’uomo che tra breve invece vi divorerà davvero stia camminando troppo lentamente e con troppo aplomb. Probabilmente avrete il ventre devastato dagli spasmi del desiderio.

Non è vero un cazzo, naturalmente: la ragazza, che comunque qualcosa di perverso ce l’ha, sta pensando ai fatti suoi e sorride come sorriderebbe anche a una pensionata portoghese, il ragazzo del bar non vede l’ora di smontare e andarsi piuttosto a montare la sua bella o il suo bello, l’uomo con cui state cammina tranquillo perché sa, semplicemente, che dieci secondi prima o dieci secondi dopo è lo stesso, vi farà sua esattamente nel modo in cui ha programmato lui. E voi, del modo che ha programmato, non ne sapete nulla. Sapete solo che state sbrodando come mai vi è sembrato di sbrodare prima. Pensate che tutto il mondo voglia fottervi ma non è così. Però fortunatamente uno che vuole fottervi c’è e basta e avanza. Almeno per me.

Il lasciarmi il passo nell’ascensore, più che un gesto di galanteria da parte sua, è una mossa studiata per starmi alle spalle, alzarmi la gonna e accarezzarmi il sedere nudo, sditalinarmi languidamente per il semplice piacere di sentirmi gemere mentre appoggio la schiena sul suo petto. L’altra mano si infila nella parte di sopra del vestitino e massaggia a palmo aperto il capezzolo indurito, lo strizza, poi si impossessa di tutta la mammella e stringe anche quella. Per otto piani mugolo, ansimo e miagolo i miei “sì”. Porto le mani all’indietro e vorrei toccargli il cazzo ma sto troppo scomoda per trovarlo alla cieca. Così non mi resta altro da fare che passarle leggere sul duro dei suoi muscoli.

Per fortuna il corridoio è deserto, perché sarebbe imbarazzante camminare con le lingue l’uno nella bocca dell’altra e con le sue mani che giocano con le mie tette e la mia fica. Fatico a camminare dritta, un po’ per la posizione e un po’ perché il suo dito si insinua e cerca il solido del plug dall’altra parte della mia parete. Ho paura di mettermi a gridare davanti a qualche stanza. Quando arriviamo davanti alla porta della nostra, invece, non ce la faccio proprio a starmi zitta perché mi dà uno schiaffo sul culo così forte che mi fa quasi male, oltre a eccitarmi ancora di più. Piagnucolo e mi volto verso di lui lanciandogli uno sguardo quasi disperato, uno sguardo che dice “sono una sgualdrinella, ma se non mi usi subito sono una sgualdrinella che non serve a niente”.

Messaggio ricevuto. Appena richiusa la porta mi appiccica al muro e mi bacia. Finalmente ho tutto il suo corpo addosso che mi schiaccia. Mi cala le spalline del vestitino e me lo abbassa, mi denuda le tette. Ansimo incapace di qualsiasi reazione che non sia quella di assecondarlo. Mi stende le braccia in alto e mi dice di tenerle così, “tienile così qualsiasi cosa ti faccia”. In un altro momento, sia pure eccitata come una gatta in calore, gli direi qualcosa tipo “uao, mi piace questo modo che hai di darmi disposizioni ogni volta che mi schiacci al muro, ti ricordi a casa tua che mi ordinavi di stare zitta?”. Ma, come dire, contrariamente al solito ho perso un po’ del mio spirito da troietta impertinente. Ho il respiro ingrossato, tremante, mi limito a guardarlo eyes wide open e ad aprire la bocca per accogliere di nuovo la sua lingua mentre mi massacra le mammelle. Mi contorco e serpeggio come se fossi appesa per i polsi a subire il supplizio della frusta ma in realtà non faccio altro che offrirmi a lui. Tutt’e due le tette nelle sue mani, poi una sola, poi la sua bocca, i suoi denti, il morso, il risucchio, lo strillo. L’offerta dell’altro seno.

Prova a spingere ancora più giù il vestito, assisto ansimante ai suoi tentativi. E’ stretto, sono sudata, è difficile così. E soprattutto ci vuole molto più tempo, così. E io sono impaziente di rimanere nuda davanti a lui. L’idea di non avere nulla indosso mentre sto con un maschio vestito di tutto punto mi eccita in generale, in questo momento, con lui, mi fa completamente sbroccare. Ma sono così fuori di me dalla voglia che non riesco nemmeno a dirgli una cosa semplice come “ci sarebbe una piccola lampo di lato, se abbassi quella viene via subito”.

Comunque sia, alla fine il tessuto mi scende alle caviglie, vorrei scavalcarlo e scalciarlo da qualche parte ma lui mi anticipa accosciandosi. E cazzo dai, non perdere tempo a togliermi anche i sandali, che cazzo te ne frega dei sandali, non mi puoi scopare pure con i sandali? Peccato che non ho capito niente delle sue intenzioni, perché non vuole chiavarmi lì, addosso al muro, come la prima volta. Era tutto un mio film. Mi dice di allargare le gambe e io lo faccio e, con una certa sorpresa da parte mia, mi inizia a leccare.

Mi lecca e morde l’inguine e l’interno della coscia prima di passarmi la lingua su tutta la fessura. Ho degli spasmi violentissimi e comincio a fare dei suoni come se stessi piangendo. Ma è nulla rispetto a quando inizia a succhiarmi le labbra di sotto. Impresa che ho sempre ritenuta complessa visto che il mio taglio sembra quasi definito da un bisturi, ma devo essere talmente gonfia da risultare addentabile. Lui comunque è delicato, me la lecca da dio. Mi ricorda quella stronza di Viola per quanto è bravo, anche se a volte è più maschio. E anche il dito che mi infila dentro, ricominciando a giocherellare con il plug, è decisamente più grosso di quello di una ragazza.

La prima scarica arriva quando le sue di labbra si incollano a ventosa sul grilletto e la punta della lingua inizia a picchiettare in modo sempre più veloce. Ho la testa leggermente reclinata all’indietro e penso anche di avere lo sguardo sbarrato, non so se riesco a completare la frase, o meglio l’urlo, “oddio come me la lecchi bene!”. La scossa parte da lì sia verso l’alto che verso il basso. Mi fa schizzare via i capezzoli, mi rimbalza dentro il cervello e torna indietro lungo la spina dorsale. Cioè ,non lo so se è proprio così ma almeno a me così pare. Le gambe mi si piegano. Cos’è che aveva detto? Resta così, non ti muovere? Sì, vabbè. Tempo due secondi e sono rannicchiata sulla moquette con le mani in mezzo alle cosce e tutta tremante che miagolo “cazzo, come sono venuta” e nemmeno io me ne sono resa conto del tutto. Mi ci vuole un po’ per riprendermi, mica sono una macchina, sapete? Mi ci vuole un po’ ma quando rialzo la testa lo vedo sdraiato sul letto, a gambe aperte, nudo. Con quel magnifico apparato tra le gambe che è già gonfio ma non quanto voglio io, cazzo. Quanto ci ha messo a spogliarsi? Almeno quanto il tempo che mi ci è voluto per smettere di tremare e scattare in posizione fetale davanti a lui come se fossi stata colpita da un fulmine. Un minuto e mezzo, due. Ho la fica liquefatta, nel vero senso della parola.

Avanzo gattonando sul pelo della moquette. E proprio destino che faccia una cosa del genere con lui? L’ho già fatto a casa sua, me lo ricordo. Solo che stavolta sono più presente a me stessa, cazzo. Gli lancio un’occhiata del tipo “adesso ti faccio vedere io”. Non so bene cosa gli farò vedere, so soltanto che adesso voglio prendermi quello che è mio. Ossia lui. Diciamolo meglio: LUI.

Mentre mi avvicino in questo modo sento che mi dice “aspetta un attimo” e io mi fermo. Scatta una foto al telefonino mentre lo guardo e poi mi fa “dai, vieni”. salgo sul letto e sempre carponi lo raggiungo, mi chino tra le sue gambe e inizio a succhiargli il cazzo e leccargli i coglioni. Sento che scatta ancora un po’ di foto ma in questo momento non me ne frega nulla. E a dire il vero non me ne frega nulla nemmeno del pompino. Non voglio né il mio piacere di avercelo in bocca né il suo di sentirselo accolto. Voglio solo farglielo diventare di marmo e scivoloso della mia saliva, perché non ne posso più delle contrazioni a vuoto del mio ventre che mi straziano la fica e anche il culo, grazie al plug.

Già, il plug. Non ci avevo più fatto mente locale ma ora che ci penso mi fa paura. Rende stretta la mia fica, forse troppo stretta per il suo cazzo. Gli salgo a cavalcioni e glielo prendo in mano. E, Cristo santo, è già un miracolo che non abbia un altro orgasmo solo così. Ho un gemito come lo potrebbe avere una gatta in calore. Porto la sua cappella enorme sulle mie grandi labbra e faccio “uuh!”, la spingo un po’ più dentro e faccio “UUUUUH!” per quanto mi allarga. Ma non è ancora niente. Nella stanza risuonano all’improvviso i suoni di uno schiocco e del mio gemito di piacere. Un gemito la cui unica traduzione possibile è “ne voglio un altro”. E infatti l’altro arriva, provocandomi una tormenta di brividi mentre sto così, con il suo cazzo in mano e la punta che ha appena cominciato a scivolare dentro.

Giusto il tempo di sentirla sfregare contro la parete deformata dal plug e capisco che non è vero per nulla che la mia fica è troppo stretta. Magari! E’ proprio chiusa, non è possibile, non passerà mai. E che cazzo! E’ come provare a mettere il jack della cuffia di un impianto di casa dentro l’iPhon, non c’è nulla da fare, è troppo grosso, non c’entra! Mi fermo e inizio ad ansimare. Un po’ per l’eccitazione, un po’ perché mi sento già troppo piena e un po’ per la disperazione.

Tuttavia, come dicono quelli che credono ai marziani, noi non siamo soli. E nella fattispecie il mio extraterrestre è lui, il Capo. E’ lui che mi prende per le anche e mi tira verso di sé. Non so di quanto è entrato, non ve lo so dire, ma in definitiva che cazzo ve ne frega. Lo so io quello che sento. Può essere un centimetro, cinque centimetri, dieci centimetri, sticazzi.

E’ un blocco di carne rovente, il suo, che sposta e separa altra carne morbida e sdrucciolevole, la mia. Un blocco di carne che cerca la sua strada e la trova anche quando sembra non ce ne sia la possibilità. E infatti una delle poche cose che riesco a pensare è sempre quella: “non è possibile”. E invece è possibile, cazzo se è possibile.

- Oooooh.... ooooh... che cazzo enorme, Capo!

- Adesso ti sfondo, puttanella... quelle come te vanno solo sfondate...

- Sì... – acconsento con un misto di timore e libidine per ciò che sta per accadere.

E che, inevitabilmente, accade quando mi strattona ancora più verso il basso.

Resto senza fiato per un po’, e anche che quando il fiato lo recupero lancio uno strillo che non so nemmeno io perché. Un po’ di dolore c’è ,ok, perché a conti fatti mi sta davvero allargando e io mi sento come squartata. Ma non è solo dolore. Mi sento imbottita, farcita. E abbiamo appena cominciato. Mi tira ancora più in basso e io mi piego ululando come una lupa nell’incavo tra il suo collo e la sua spalla. Ho anche una crisi mistica, perché non so per quanto tempo sento me stessa che ripete “oddio, oddio, oddio, oddio”. Forse il Capo si sfascia un po’ i coglioni di questa lagna e mi afferra per le chiappe, le tira su e stavolta la spinta verso il basso è repentina, secca, senza scampo. Non lo so se entra tutto ma io mi sento quasi strappare e sbattere sulla cervice. Strillo, mi irrigidisco e faccio un salto con la schiena all’indietro, grido “oddio mi rompi!”. Che non lo so se mi rompe davvero ma la sensazione è esattamente quella. Mi ha riempita in modo osceno e mi prende la paura per un attimo che non tornerò mai più come prima. Sì perché immediatamente dopo ripete l’operazione, anche con più forza.

In un istante sento il nuovo affondo, la dilatazione, il colpo. Il dolore. Il mio urlo e poi l'inconfondibile s-ciac delle mie cosce sulle sue. Santa Madonna, è tutto dentro. Ho il suo cazzo tutto dentro! Non so come sia possibile ma è così, non ci credo ma è così. Chiudo gli occhi e vedo le stelle che mi vengono incontro ma lo voglio, Cristo santo se lo voglio. Le sue mani che mi artigliano i fianchi governano il mio su e giù, ma vorrei sapere proprio chi governa i miei pugni che si chiudono la mia mano che passa tra i capelli e poi scende a graffiarmi il seno. Io no, no di certo. Non sono in grado di fare nulla.

Oddio, no, una cosa posso farla. Gridargli in faccia, quasi abbaiargli, “sì! sfondami! scopami! ti voglio tutto dentro!”. E sentire il suo “puttana” come risposta. Peccato che me lo dica una volta sola, vorrei l’eco di quella parola, “puttana”, vorrei il loop.

Mi tiene salda, mi impone le sue percussioni impietose. In pratica, per un paio di minuti salto strillando con il suo cazzo conficcato dentro. E ogni volta che l’asta affonda sembra che voglia scacciare il plug incuneato nel sedere. E una volta quasi ci riesce, provocandomi un strillo anomalo, lui se ne accorge e me lo rimette dentro senza tanti complimenti. Altro strillo, e stavolta gli strillo davvero “pietà!”.

- Dillo che sei una puttana, dillo... – mi ringhia lui che di pietà in questo momento ne ha ben poca.

- Sì, sono una puttana, una troia – piagnucolo, e subito dopo lo dico più forte, urlando quasi – dio, sono una troia!

Poi non ce la faccio nemmeno più a strillare, d’ora in avanti riesco a strillare solo se mi fa davvero male, sennò mi lamento. Il letto nemmeno cigola, nella stanza si sente solo il suono del mio piagnisteo. Una lagna, una cantilena assurda.

Ma anche un piacere assurdo, lo ammetto, che non avrei mai pensato così. Il plug mi dà sensazioni devastanti sia nella fica che nel culo e nonostante tutta la mia ritrosia e i miei rifiuti forse per la prima volta in vita mia mi trovo a desiderare davvero di essere inchiappettata. E’ un desiderio che passa subito, eh? intendiamoci, soprattutto da questo cazzo oversize. Ma lo sento in modo così intenso che per un momento prendo davvero in considerazione questa stronzata.

E non lo so se c’entra qualche cosa, ma immediatamente dopo questo desiderio inizio ad avvertire nuovi spasmi, torno a contorcermi. E’ un orgasmo, lo riconosco che è un orgasmo, ma è come se fosse a bassa intensità, non così devastante come quello di prima né come di solito lo sono i miei.

Il problema è che non smette mai. Mai. Nemmeno quando lui inizia a impalarmi come impazzito, sempre più veloce, tirandomi a sé finché mi sborra dentro. Sì, ok, la mia cantilena adesso viene resa più tremolante dai colpi, gli occhi si strizzano e i pugni si serrano per le botte di cazzo che si infrangono sul collo dell’utero, il mio corpo non sta più su da solo, sbanda. Ok, tutto questo. Ma nello stesso tempo è come se la mia fica non smettesse mai di palpitare, di pulsare intorno a quel cazzo e il mio intestino di stringersi intorno al plug. Mai, non smette mai, nemmeno mentre lui si ferma per riposarsi e io sono accasciata su di lui. Va e viene, ha discese e picchi. Non drammatici, ma inequivocabili. Non smette nemmeno quando lui si riprende e torno a sentirlo massa di carne durissima dentro di me.

Si alza e mi porta in giro per la stanza, con il suo cazzo incastrato tutto dentro. Non capisco che cosa voglia fare ma non me ne frega nulla, sono persa. Mi risbatte addosso al muro e mi sbatte anche nell’altro senso. Ho le gambe intrecciate dietro di lui e godo, non smetto di godere. Mi ritrovo di schiena sul letto nella più classica delle posizioni, a gambe spalancate e schiacciata dal suo peso, e non smetto di godere. Con le gambe sulle sue spalle che mi mordo un braccio e non smetto di godere.

Sono un buco, sono il suo buco. Godo anche di questo, di questa consapevolezza. Mi fa impazzire, ne sono orgogliosa. Sono orgogliosa di essere il buco dove il Capo si conficca per svuotarsi le palle. Glielo dico anche, oscena e senza freni come mi ha fatta diventare adesso: “Svuotati le palle, Capo, svuotatele dentro di me”.

Ma è solo quando mi mette a pecora che capisco davvero fino in fondo, e forse per la prima volta in modo così compiuto, cosa significa quando nei raccontacci una dice di sentirsi “sottomessa”. Lo sono quando mi dice “che culo magnifico che hai” e io mi sento come non mi sono mai sentita le tante volte che me l’hanno detto, che mi stessero scopando o meno. Cerco di immaginare quello che ho cercato di immaginare spesso quando sono stata presa così: lui che guarda in basso e oltre alle mie forme vede il suo cazzo che fa dentro e fuori di me. Stavolta con un gioiello fatto di fondi di bottiglia che mi spunta dal sedere.

Sono totalmente sottomessa a ogni suo volere, alla sua forza che mi afferra per le natiche e le stringe e a quella che entra come una lancia dentro di me. Strillo e mi irrigidisco scattando verso l’alto dopo i primi colpi di cazzo in quella posizione, grazie alla quale riesce ad arrivare più giù. Poi mi accascio con le spalle sul letto e i capelli scompigliati. Ho la bocca aperta e rantolo, mi esce anche un filo di bava.

- Che gli fa il mio bastone alla tua fregna, eh? Che gli fa? Troia... – mi ringhia.

- Ooooh.... me la sfonda – mi trovo a replicare con la voce di Natasha Calis in “The Possession”.

- E dentro il culo cos’hai? – ringhia ancora più arrapato.

- Oddioooo... lo sento da impazzire...

- Ti ho chiesto cos’hai, zoccoletta...

- Uuuun... un pluuug.... ommiodio Capo, così, così...

E’ il suo momento del dirty talking, quello di prima era solo un antipasto. E’ il momento in cui la puttana che ha sottomano non solo deve essere scopata come una puttana, ma anche soggiogata a parole come una puttana. Egemonizzata, asservita. E mi sta benissimo, né voi né lui sapete quanto mi sta bene, quanto mi ecciti. Potrei davvero mettermi a spruzzare solo per quello.

- Che cosa ti fa il plug?

- Mi incula... è tutta la sera che mi incula... che incula la tua puttana...

- E chi te lo ha messo, eh?

- Tuuu... tuuu... me l’hai messo tu perché il mio culo è tuo, anche il mio culo è tuo...

In tutta franchezza, non sto lì a pensare che potrebbe davvero decidere di togliermi il plug e farmelo, il culo. Dico quello che mi viene da dire. Non me ne frega un cazzo, arrivati a questo punto. Sono stravolta, ho smesso di avere quei piccoli orgasmi a raffica e mi sento quasi venire meno. Sotto le sue spinte mugolo, miagolo, ululo, nitrisco. Se sapessi il coccodrillo come fa farei pure quello. Non so sottrarmi a niente e non voglio sottrarmi a niente. Mi cozza sul fondo come mai aveva cozzato prima e mi fa male, e al tempo stesso vorrei che me ne facesse ancora e di più.

E succede, infatti, succede quando arriva anche per lui il momento del non-me-ne-frega-più-un-cazzo. Quel momento che quando mi affido a un maschio temo di più e desidero di più. E’ sempre stato così, anche quando facevo solo pompini. Quel momento in cui diventa una bestia e se ne frega del tuo piacere, vuole solo il suo. Quel momento che amo, il più bello del mondo. E il Capo, in questo, lo è davvero una bestia.

La sua presa si fa di ferro e le sue spinte aumentano a un ritmo vertiginoso, incontrollabile, mi assesta un paio di schiaffi poderosi sulle chiappe e io non so nemmeno più che cosa sia che mi fa riprendere a strillare, se il cazzo o le mani. Sento che si ingrossa in modo inverosimile dentro di me e poi vibrare schizzandomi dentro nuovo calore. I suoi grugniti e i miei urletti vanno all’unisono ogni volta che lo sperma si infrange contro le pareti della mia fica.

E poi improvvisamente ritorna l’annuncio dell’orgasmo. Terribile, stavolta. Terribile e distruttivo, lo sento ma non riesco a farlo uscire.

- Ancora! Ancora! Non smettere Capo, non smettere! Spingi, fottimi ancora! Fottimi ancora, CAZZO, FINISCIMI! – lo imploro.

Lo imploro perché sento che è come se avessi dentro di me un piacere immenso che vuole esplodere, ma che è come se fosse rimasto incastrato da qualche parte. Lui continua a spingere digrignandomi “vieni troia, vieni come una troia”, frase che in un altro momento avrei stigmatizzato per la sua ridondanza ma che adesso, vabbè...

Senza preavviso, ciò che era rimasto agganciato si sgancia. Monta in un attimo, sale, mi travolge e... Be’ non lo so, non so più un cazzo come al solito. Probabilmente dopo un bel po’ di tempo mi scopro a biascicare “Capo... Capo, che toro, che toro...” mentre tremo tutta, ho l’impressione che mi tremino anche i denti. Poi, senza altri riti di passaggio, mi addormento. O più probabilmente svengo.

Mi risveglia non so bene cosa. Forse è il caldo. La prima sensazione è quella di avere un lenzuolo sopra di me, che mi copre troppo. Sono ancora mezza rincoglionita dal sonno ma faccio in tempo a rendermi conto che il lenzuolo andrebbe benissimo se dormissi nuda e con l’aria condizionata. Ma, ecco, l’aria condizionata non c’è più. C’è invece una porta finestra aperta, dopo la porta finestra c’è il balconcino, con il Capo che si fuma una sigaretta in tutta tranquillità. Lo vedo bene, è nudo anche lui. Apprezzo la sua schiena muscolosa, il sedere che non è per niente male. Scendo dal letto come attratta da una visione, vado alle sue spalle e gli accarezzo la schiena.

- Non dormi? – mi chiede senza voltarsi.

- Avevo caldo – rispondo facendo finta di essere imbronciata.

- Credo che quando apri la finestra, qui, l’aria condizionata si interrompe. Capita in un sacco di hotel.

- Non sapevo che fumassi – gli dico.

- La notte, quando mi sveglio. Se capita prima di riaddormentarmi devo fumare almeno un paio di sigarette. Mi dispiace che ti sei svegliata.

Passo una mano sulla sua schiena e l’altra sul suo petto e sui suoi addominali, per il solo piacere di sentire al tatto quel corpo stupendo. Mi fa male la fica e mi fa male il plug. Ora me lo ricordo come e quanto mi ha scopata. Devo essere crollata esausta, prosciugata dagli orgasmi che mi ha regalato e che mi hanno squassata.

- Senti – gli propongo – non è che possiamo fare un time out nel gioco della puttana?

Mi guarda con ironia, come se fossi davvero una puttana che chiede una cosa impossibile. Ad esempio di non essere considerata tale, oppure di ritornare vergine.

- Ok – dice alla fine – come vuoi.

- Mi offri una sigaretta?

Getta il mozzicone di sotto (in realtà c’era ancora parecchio da fumare) entra in camera e esce con due sigarette, una per me e una per lui. Solo dopo che me la sono accesa mi ricordo che avrei potuto proporgli un altro gioco, quello della sigaretta aromatizzata nella fica. Ma ora è un po’ tardi. E poi, davvero, la fica mi fa male.

Mi appoggio con il sedere alla ringhiera e fumo. Lo guardo e mi eccito ancora una volta, senza nemmeno volerlo. Ve l’ho detto, mi eccita guardarlo. Mi eccita guardarlo vestito, figuriamoci ora che è nudo. E poi mi eccita quello sventrapassere che scende morbido tra le gambe, apparentemente innocuo. Se non fosse che, già così com’è, è grosso come un cazzo normale, più o meno.

Mi volto a guardare il mare davanti alle finestre dell’albergo. C’è una striscia rossa sulla mia sinistra che è già un annuncio dell’alba, un po’ di brezza marina mi investe e mi inturgidisce i capezzoli. Trovo lo spettacolo uno splendore. Porto la mano all’indietro e gli accarezzo il cazzo timidamente.

- Devo chiederti una cosa – dico – sempre se siamo ancora nel time out.

- Dimmi.

- Fottimi, Capo – sussurro – fottimi mentre guardo il mare.

Non so nemmeno io perché glielo chiedo. In teoria, ve l’ho detto, l’unica cosa che mi farebbe bene prendere dentro, in questo momento, è un impacco di ghiaccio. Ma che cazzo vi devo dire, è una cosa che mi è salita così, all’improvviso, come se l’avessi sempre tenuta custodita in attesa del momento giusto. Questo.

Detto ciò, senza attendere la sua risposta, mi giro e mi piego un po’ in avanti per poter sporgere il sedere verso di lui. Butto di sotto anche io la sigaretta e mi metto in attesa. Non prendo nemmeno in considerazione che possa dirmi di no, e nemmeno lui. Mi afferra per le anche e mi fa sentire il pacco. Poi se lo prende con una mano e me lo passa ancora morbido sulle mie labbra di sotto, bagnate.

- Ma come cazzo fai a essere sempre così fradicia? – mi chiede.

- Magari tra un minuto sarò io a chiederti come cazzo fai ad avercelo sempre così duro... – rispondo sospirando – dai, mettimelo tutto dentro...

Non è ancora completamente pronto, forse è per questo che mi riempie senza nemmeno farmi tanto male. Ma dopo un po’ sì, oh cavolo proprio sì che lo sento che cresce, mi allarga, diventa il bastone nodoso di cui sento ogni venatura. Se volevo essere scopata mentre guardavo il mare mi sa tanto che dovrò rinunciare al progetto, perché mi spingo all’indietro, il sedere contro il suo ventre, e chiudo gli occhi mentre mi lascio trivellare la fica da quel palo. Mi mordo le labbra per non fare tanto rumore ma non posso evitare gemiti sonori e sonori miagolii. E ogni tanto anche un urlo, quando proprio non ce la faccio più.

Ma è lo stesso fenomenale, perché anche se sono persa in questo vortice riesco ad aprire gli occhi tre o quattro volte, e ogni volta vedo il sole in una posizione diversa, sempre un po’ più in alto, e l’acqua del mare sempre più chiara.

Quando si sfila da me è ancora duro come un sasso, lo sento e mi fa tremare tutta un'altra volta al suo passaggio. Miagolo. Resto un po' ad ansimare sempre piegata a novanta sulla ringhiera, volto la testa quanto basta per osservarlo mentre finisce di spararsi una sega contro la metà ancora chiusa della porta finestra. Uno, due, tre schizzi. Li vedo affascinata, e anche con un certo rimpianto, mentre si infrangono sul vetro. Quattro.

- Il time out è finito, cagnetta. Lecca tutto...

Mi volto mentre un vuoto vergognoso si impossessa della mia fica, la brezza marina fa il suo ingresso e mi fa rabbrividire e gemere ancora. Ma probabilmente lui non se ne rende conto e lo prende per un gemito di approvazione del suo ordine.

Lecco lo sperma che cola verso il basso, o almeno ne lecco la gran parte. E' più salato, ma forse è anche il sale che dal mare il vento ha portato sul vetro. Resto così, piegata, esposta e oscena, con la fica ancora spalancata dalla sua mazza. Poi passo a pulirgli il cazzo. Mi ubriaco di quel sapore di succo di maschio. Sento le sue mani sul mio sedere, le dita. Il plug che viene tirato e come una specie di strappo. Urlo, il dolore non è così forte come quando me l'ha messo ma è anche la sorpresa a farmi urlare. Mi ha, letteralmente, stappata come una bottiglia. L'aria fresca invade anche il mio retto, ma è una sensazione che dura poco perché lui ci infila subito due dita. Inizia a muoverle avanti, indietro, di lato, in circolo. Devo essere talmente dilatata che non provo dolore. Riprendo a leccare il vetro mentre lui aumenta dolcemente ma inarrestabilmente il ritmo. Cerco di impormi di portare a termine il lavoro ma alla fine non so nemmeno se ci riesco, non ce la faccio più. Sono presa, completamente presa da ciò che mi sta facendo. Ansimo, rantolo, non è possibile. Non è possibile. Non può essere un orgasmo. Non può essere un orgasmo.

CONTINUA

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