Alcol e sigarette - 1

Scritto da , il 2019-10-15, genere etero

Non è che la fortuna mi sia proprio amica. Ho provato a organizzare una serata tra ragazze ma mi hanno dato buca in tre: Stefania, Trilli e Giovanna. Solo Serena ha detto sì, ma ha specificato che non può fare molto tardi. Un po’ mi secca, perché domani non ho lezione e perché di questi tempi sto studiando tantissimo. E anche perché sono un po’ nervosa per il fine settimana che mi aspetta.
Sì, ho parlato con Francesco Uno, ci vediamo sabato. Mi ha detto di tenermi libera e no, non ha voluto dirmi niente altro. L’ho lasciato fare perché è inconsapevole, perché pensa di fargliela alle spalle della sua ragazza, Viola. Perché è convinto che lei starà via due giorni con i suoi. Io al contrario so che lei si chiuderà in casa con un ragazzo e con una ragazza e si lascerà andare con loro. Me l’ha detto, lo fa ogni volta che i suoi non ci sono. Una volta ha chiesto anche a me di partecipare.

Ma io invece mi voglio vendicare. Di lei. Quindi mi scoperò il suo ragazzo.

Solo che questa prospettiva mi rende nervosa. Ma nemmeno tanto perché dovrò fare sesso con Francesco Uno: fargli un pompino, ad esempio, è il meno. Anche perché se ha un pregio è quello di avere uno sperma delizioso. E, a dire il vero, sono anche un po’ curiosa di vedere come scopa. Li ho sentiti quella sera maledetta, lui e Viola. E lei urlava… E non sono nervosa neanche perché sto per fare una cosa spregevole, perché oltre a scoparmi Francesco Uno poi lo dirò alla sua ragazza. Sennò che gusto c’è, che vendetta sarebbe. A quel punto tra loro due saranno cazzi, ma chissenefrega. No, sono nervosa per il fatto di dovere passare un intero pomeriggio e probabilmente anche la serata con questo nerd, talmente nerd che non so bene come abbia fatto la prima volta a succhiargli il cazzo. Voglio dire, non so come mi abbia irretita. E’ da lì che è nato tutto: la mia amicizia con Viola, la penitenza, la mia voglia di vendetta. Ammazza che stronza, direte voi. E avreste ragione. Sì, sono una stronza col botto. E allora? E allora nulla, prima che arrivi sabato mi voglio divertire fregandomene dei libri, di Viola e di Francesco Uno. La sfiga è che mi asseconda solo Serena. Ok, me la faccio bastare. La conosco solo da quattro giorni, vediamo se questa amicizia sboccia.

Ci diamo appuntamento in locale dei Parioli, dove sono stata con Francesco Due (perdonatemi la confusione, ma ho spompinato due ragazzi che si chiamano allo stesso modo e li distinguo così). Era il due di gennaio, lo ricordo benissimo. Uaooo, che serata. Il locale è un ristorante, ma ha anche un ampio bancone dove ci si può sedere a bere. La mia idea è però di puntare i tavolini all’aperto. Non fa caldissimo ma si può stare, si può anche osare il primo senza-calze della stagione. E’ proprio a uno di questi tavolini che mi aspetta Serena, con il motorino non ha problemi di parcheggio. Io, con il crossover di mio padre, sì.

Non è che si sia messa particolarmente in tiro, jeans, t-shirt e giubbotto di pelle, e nemmeno io del resto. Indosso una maglia di cotone che mi arriva sopra la metà della coscia, praticamente una minigonna, e dallo scollo molto largo, che mi scopre costantemente una spalla. Sotto ho una specie di canottiera grigia, cortissima, che mi fa anche da reggiseno. Non che ci sia molto da reggere, lo so.
L’avevo già percepito quando l’ho conosciuta pochi giorni fa, alla festa: Serena è di una dolcezza disarmante. I suoi occhi sono nerissimi come i capelli, sembrano brillare. E poi adoro quella sua piccola fessura tra agli incisivi.

Mentre scoliamo i nostri mojito parliamo di noi, delle nostre vite e ovviamente degli stivaletti scamosciati nuovi che indosso per la prima volta. Parliamo del suo fidanzato con il quale ha rotto già da qualche mese e che no, da allora niente. E quando tocca a me io le parlo di Tommy, di come abbiamo litigato e di come sia andato affanculo tutto. E del fatto che pur non essendo proprio il mio fidanzato, beh sì, ci tenevo. Mi manca. Lei rimane molto sorpresa nell’apprendere che lui è stato il mio primo ragazzo, in quel senso, e che lo è stato per la prima volta pochi mesi fa, praticamente alla vigilia delle vacanze di Natale. Ride molto quando le chiarisco che non è che prima me ne fossi stata con le mani in mano. E nemmeno con la bocca chiusa, se è per questo. Raccontarglielo è il mio modo per scrollarmi la tristezza di dosso, la tristezza che mi assale quando penso a Tommy.

Parliamo della festa dell’altra sera, quando ci siamo conosciute, e di quei burini che avevano provato ad abbordarci. Le dico che poi ho anche abbordato un tipo carino e che ci siamo scambiati i numeri di telefono. Lei mi risponde che sì, aveva notato che stavo parlando con uno e che piaceva pure a lei. Ovviamente taccio sul fatto che, la sera successiva, sono anche stata la puttana del tipo carino. Non la conosco ancora abbastanza per sapere come la prenderebbe.

Chiaramente, poiché siamo nate per soffrire, si avvicinano due tizi che hanno tutta l’aria di volerci rimorchiare. Con Serena ci guardiamo un po’ rassegnate e ci prepariamo a respingerli. Sì, ok, siamo giovani e carine ma non è detto che ogni volta che parliamo tra noi ci debba essere questa rottura di coglioni, no? Questi due avranno più o meno la nostra età. Uno avrebbe anche la faccia simpatica, diciamo pacioccona, se non fosse per una barbetta stitica, i denti inguardabili e una certa tendenza alla pinguedine. L’altro invece è decisamente brutto, un po’ stempiato e, soprattutto, insiste facendo delle battute del cazzo che capisce solo lui e alle quali ride solo lui. Anzi, non ride nemmeno, il suo è un risolino nervoso che fa diventare nervosa anche me. Li invito, con tutta la gentilezza di cui sono capace in questi momenti, a togliersi dalle palle altrimenti chiamo il cameriere. Sì, ok, sono acida, ciao.

Peraltro, io non è che abbia intenzione di fare chissà cosa. Non sono uscita per conoscere qualcuno e nemmeno ci penso. Serena… ecco, Serena non lo so. Nel senso che la conosco poco, non so se le piaccia o non le piaccia ricevere questo tipo di attenzioni.

– A me in genere piace – le dico – magari non proprio da quei tipi lì…. Tu come ti regoli?

– Mah – fa lei stringendosi nelle spalle – dipende soprattutto dai tipi, sì… Il problema è che quasi tutti sono dei rompiscatole.

Perfetto, penso, mentre gli canticchio ridendo “una di noi, Serena una di noi…”.

Facciamo qualche altra chiacchiera mentre i tavolini intorno si svuotano e si riempiono in continuazione di nuovi avventori. Poi le propongo un gioco. Stuzzicante ma, nelle mie intenzioni, assolutamente innocente. Vi avevo detto che non ero uscita per conoscere qualcuno, e allora? Ci ho ripensato, ok? Ho voglia di conoscere qualcuno che ci paghi altri due cazzo di mojito. Poi per me può pure sparire. Sì, lo so, l’avete detto prima, sono stronza.

– Che gioco? – chiede.

– Il gioco è che il prossimo ce lo facciamo offrire – rido io.

– Cazzo, un altro mojito? Mi vuoi vedere stesa sul marciapiede…

Mentre la invito a non buttarsi tanto giù lei mi dice di non voltarmi ma che ci sono due tipi appena usciti da un portone dall’altra parte della strada dai quali, beh sì, in effetti, non sarebbe male farsi offrire qualcosa. Un po’ per curiosità, un po’ perché ho sempre pensato che la fortuna vada aiutata, naturalmente mi volto per cercare di capire di chi stia parlando. Cerco un po’ in giro con lo sguardo e vedo due ragazzi che stanno attraversando la strada proprio nella nostra direzione. A occhio non sembrano male, ma sono ancora un po’ troppo lontani per giudicare bene, soprattutto con il buio.

– E meno male che ti avevo detto di non voltarti… – protesta sottovoce Serena abbassando gli occhi e aspirando dalla cannuccia del suo bicchiere ormai vuoto.

– Ma dai, un po’ di incoraggiamento gli va dato, sempre che ne valga la pena. E poi ero curiosa.

Detto questo mi volto ancora e li squadro. Meglio, stavolta, visto che hanno ormai raggiunto il marciapiede. Il primo è un tipo, ma insomma, nulla di che. Mi colpisce un tatuaggio che spunta da una manica arrotolata della camicia. Ha i capelli molto corti. L’altro invece è decisamente carino, anzi direi più che carino. Capelli più lunghi e castano chiari, biondi quasi, ciuffo impertinente e sorriso di quelli che ti fanno secca. Li osservo finché non sono certa che mi abbiano notata, segue un incrocio di sguardi che dura uno o due secondi. Mi volto verso Serena e le faccio una smorfia di approvazione.

– Se lo sapevo mi vestivo come te, stai mettendo in pratica una delle mie fantasticherie… – sussurra protendendosi verso di me così tanto che posso sentire l’alcol nel suo fiato.

– Cioè? – le domando.

– Proprio quella di essere avvicinata da uno sconosciuto – dice – Però dovrei essere vestita in modo sexy… Non indecente, eh? Sexy. Farmi offrire da bere, essere abbordata. E presa.

– Ehi! – replico sorpresa – io mi limitavo al farsi offrire da bere!

Forse l’ho detto a voce un po’ troppo alta, ma davvero non me l’aspettavo. Cioè, non è che la conosca bene ma, per l’idea che mi ero fatta, tra noi due la troietta dovrei essere io. Lei mi guarda facendomi segno di abbassare la voce, io ammicco come a chiederle scusa. Avverto una presenza dietro di me e sono quasi certa che siano quei due. Cazzo, penso, a me andava solo di fare la civetta, non di mettere strane idee in testa a due sconosciuti.

– Ma non ti è mai capitato? – chiedo a Serena cercando di ignorare la presenza dei due ragazzi. Anzi, spero proprio che rinchiudermi in una conversazione con lei ci faccia in qualche modo da schermo.

– Mai nella vita – risponde Serena – e a te?

– No, così mai – rispondo.

Un po’ mento e un po’ no, visto che ci sarebbe Davor, quel ragazzo di Zagabria che mi aveva rimorchiata sul treno. Ma così, ai tavolini di un locale, effettivamente mai.

– Scusate… – ci interrompe una voce alle mie spalle.

Serena alza gli occhi verso la voce e io dico a me stessa “oh cazzo”. Per fortuna, si rivelano essere tutt’altro che due rompicoglioni. Sono invece molto educati nel proporsi di sedere con noi a bere qualcosa. A offrirci qualcosa, visto che i nostri bicchieri sono vuoti. “Però l’ultima cosa che vogliamo è disturbare”, aggiunge il tipo tatuato.

Si chiama Massimo. “Come il fidanzato di mia sorella”, commento in modo, sì lo riconosco, un po’ idiota. Ma non sapevo che dire. Il biondino invece si chiama Filippo e a guardarlo da vicino è decisamente bello. Avrà pochi anni più di noi, anzi esce fuori quasi subito che ne ha ventiquattro. Ha un delizioso accento del nord, che mi intriga molto, e vive a Roma da poco, la sua famiglia ha sempre girato molto, anche all’estero. Massimo di anni ne ha ventotto, ma ne dimostra di più, non tanto sotto l’aspetto fisico ma per come parla. Lavora, ha un negozio di hi-fi e quando gli chiedo chi compri al giorno d’oggi gli hi-fi, e soprattutto chi è che non li compra online, mi mette al mio posto spiegandomi che se uno spende quindicimila euro per un impianto magari ha voglia di testarlo prima, che lui vende roba di quel tipo lì e che la installa anche in locali come questo, o nelle discoteche. Ok, non ne so un cazzo della materia, facevo meglio a starmi zitta. Lui invece ride e dice che la mia non era una obiezione così scema.

Ordiniamo, anzi ordinano, un altro giro di mojito per me e Serena, loro vanno su qualcosa di più pesante. Mentre aspettiamo, il biondino ci dice “noi eravamo scesi per bere una cosa e per farci una canna, sapete, a casa con i miei…”. Cosa abbastanza inusuale, ci chiede se abbiamo nulla in contrario. Io mi stringo nelle spalle e guardo Serena, lei fa cenno di no, assolutamente. Il biondino tira fuori dalla tasca due cose già arrotolate che stanno a metà strada tra un cannone vero e proprio e uno spinello e ce ne offre una. Serena un po’ indecisa obietta un “ma veramente io dovrei tornare a casa in motorino…”, io invece afferro la canna e gli chiedo se me la fa accendere. Aspiro la prima boccata e la prima cosa che vorrei dire è “porca troia!”, ma non riesco a dire nulla e la passo a Serena, che invece si mette a tossire e quando smette fa “ma quanta ce ne avete messa…?”. Io ho già una specie di formicolio per tutto il corpo.

– Tranquille… – ride Filippo.

Tra canne, mojito e altre cose chiacchieriamo per un bel po’. Proprio mentre Massimo ha appena cominciato a dire “sentite, ma adesso dovete confessarci una cosa”, attacca a piovere. In pochi secondi dai primi goccioloni pesanti si passa a un vero e proprio scroscio. Afferriamo i bicchieri e ci precipitiamo nel locale lasciando gli stuzzichini al loro destino. L’annegamento, suppongo. Troviamo tre sgabelli vuoti in fondo al bancone, proprio addosso al muro e i primi due sono ovviamente riservati a me e a Serena. Filippo si siede sull’altro dopo aver fatto un po’ di complimenti con Massimo. Tra musica e vociare l’interno è molto più chiassoso, bisogna alzare un po’ la voce.

– Cosa stavi chiedendo? – dico al tatuato.

– Non vorrei passare per megalomane – risponde – ma abbiamo avuto la netta sensazione che steste parlando di noi…

Sul momento non capisco. Serena probabilmente sì, invece, visto che arrossisce.

– Ah, no, ok – dico io cercando di organizzare una risposta – è stato un po’ un caso… Lei mi stava appunto chiedendo se avessi mai immaginato di stare a bere da qualche parte e essere abbordata da uno sconosciuto… poi siete arrivati voi, ma sinceramente non vi avevamo nemmeno visto…

– Ah, ecco – fa il biondino – e tu te la sei mai immaginata una cosa del genere?

– Io no – dico indicando la mia amica – ma lei sì…

Ridiamo tutti, anche Serena. Che nel frattempo è diventata davvero un peperone e per un attimo temo che mi voglia strangolare.

– Avete presente la cosa più scontata del mondo? – dice lei – tipo “cosa ci fa qui una bella ragazza tutta sola?”…

– Ti darebbe fastidio? – domanda Filippo.

– Dipende dai momenti – risponde saggiamente Serena – e anche da chi te lo dice…

– E a te darebbe fastidio? – mi chiede Filippo.

– A lei scommetto di no… – ironizza il tatuato.

– Vedo che mi hai inquadrata subito ahahahah – rido – ma no, ha ragione lei… tieni conto che l’ultima volta che sono stata abbordata ero con lei e uno mai visto né conosciuto si è avvicinato e ci ha fatto “ragazze che ne dite se dopo andiamo a ballare?”… Non riesco a imitare l’accento di burilandia che aveva, purtroppo.

– No, il tamarro della festa, non me lo dovevi ricordare – ridacchia Serena mettendosi una mano sugli occhi.

– Molto tamarro? – chiede il biondino.

– Da finale olimpica – rispondo – capisci perché uno che ti dice che sei una bella ragazza tutta sola sì, sarà un po’ banale, ma c’è di peggio?

– Chi può darti torto? – dice Massimo – Ma se doveste raccontare il tentativo di rimorchio più assurdo?

– Peggio di quel tamarro e degli amici suoi – ribatte Serena – direi niente.

– Per me uno che qualche sera fa, ero a piazza Cavour, mi si avvicina e mi fa “famo robba piccolè?”.

Ho accentuato molto la calata coatta. I due scoppiano a ridere, la mia amica mi guarda come se non ci volesse credere.

– E tu che hai fatto?

– Che dovevo fare, Serè? Mi sono rotolata a terra dalle risate – mento.

– Un vero grezzone – commenta lei.

Visto che tra alcol e fumo un po’ di freni sono caduti, se non ci fossero gli altri due, le direi tranquillamente che il “vero grezzone” a un certo punto ha tirato fuori un nerchia pazzesca e mi ha vidimata sulla pubblica via. Ma chiaramente taccio.

Massimo invece mi fissa negli occhi, poi li abbassa e mi inquadra lentamente dal basso in alto, partendo dai miei stivaletti nuovi e passando per le cosce un po’ scoperte, indugiando un po’ sulle mie tettine per poi fissarsi di nuovo nei miei occhi.

– Ok, un coatto. Ma non mi sento di biasimarlo del tutto – dice senza darmi l’aria che ci stia provando. Ha lo stesso tono tranquillo che ha sempre avuto finora.

Per un attimo ho la sensazione di essere completamente nuda di fronte a lui, come se – anche andando molto aldilà delle sue intenzioni – quello sguardo mi avesse spogliata. Non so se ho ragione o meno, ma l’altra sensazione che ho è che abbia esattamente capito che razza di zoccoletta gli si trovi davanti. E ho anche l’impressione di avere capito il suo modo di corteggiare: senza fretta, ma è di quelli che ti mangiano quando abbassi le difese.

Distolgo lo sguardo per non restare irretita, ma allo stesso tempo scavallo e riaccavallo le gambe davanti a lui. L’orlo del vestito di maglia mi sale un po’ e adesso sento un altro tipo di formicolio rispetto a prima, lo sento proprio in mezzo alle cosce. Il mio corpo non riesce a nascondere ciò che il mio cervello invece vorrebbe allontanare.
Improvvisamente Serena finisce il suo bicchiere, si alza e si scusa, “devo proprio tornare a casa”. Le dico di aspettare ancora un po’, che la riporterò io, che piove e con il motorino può anche essere pericoloso. Lei sorride e scuote la testa, “ha quasi spiovuto, non ti preoccupare”. Bacetti a me e al tatuato e, mentre sta per salutare il biondino, questo prende una sigaretta dalla giacca e le dice aspetta che vengo fuori anche io che mi fumo una sigaretta. Si allontanano insieme e penso che Serena ha fatto davvero un bell’acchiappo. O almeno così spero per lei. Con tanti saluti al suo ex.

Il tatuato avvicina la sua spalla alla mia, molto, la tocca, e mi chiede se è da tanto che siamo amiche. Mi struscio un po’ senza nemmeno rendermene conto, si vede che ormai anche i miei già scarsi freni inibitori sono caduti anche con lui. “Da pochi giorni”, gli rispondo. “Strano, sembrate così affiatate”. Facciamo un altro paio di scambi così, parlando di cazzate e ridendo. Soprattutto io, quando mi chiede all’improvviso se ci abbia mai provato con il ragazzo di mia sorella o se invece proprio non è il mio tipo.

– Io? Ahahahah… ma perché? No, ma ti pare che ci provo… ma non è che non è il mio tipo è proprio… cioè, ma perché me lo chiedi?

– No, nulla – sorride – volevo sapere se eri prevenuta in un modo o nell’altro verso quelli che si chiamano Massimo…

– Ahahahah ma che cazz… – faccio in tempo a dire prima che mi metta un dito sotto il mento per tirarmi su il viso e provi a poggiare le sue labbra sulle mie. Nel suo alito c’è il profumo dell’Absolut che era la base del suo cocktail.

– Ehi, che fai? – mi sottraggo ridendo e con eleganza, pur restando a pochi centimetri dal suo viso.

– Non ti piacciono i baci? – mi chiede abbassando la voce e sorridendomi sia con la bocca che con gli occhi.

Gli sorrido e lo guardo negli occhi, lasciandolo per diversi secondi ad attendere la mia risposta. Penso che in fondo non è poi così male anche se preferirei l’amico. E, anche se è molto di più di ciò che mi sarei aspettata per stasera, sarà l’alcol, lo spinello o tutti e due insieme, decido di prendermi ciò che mi viene offerto. Sono stata stupida e ho sottovalutato l’effetto che il mix di alcol e canne mi procura sempre. Che non è voglia di sesso, scemi che siete. E’ voglia di andare a vedere cosa succede. E’ questo ciò che mi frega ogni volta.

- Non direi che questo sia il posto ideale per scambiarci baci – ridacchio.

- Non intendevo dire necessariamente qui...

– Vorresti un appuntamento? – gli domando.

– Ma certo! – risponde.

- E in quel caso vorresti verificare se mi piacciono i baci...

- Ahahahah... forse sì, forse no... forse altro...

- Cosa significa “altro”? – gli chiedo quasi d’impulso.

- A cosa penseresti se fossi tu a dire “altro”?

Oddio, cazzo, lo so che è un modo per non scoprire le sue carte, lo so benissimo. Tuttavia è come se in questo momento le carte le avesse scoperte tutte. Resto un po’ sotto botta, lo ammetto. Ti piace il gioco duro, eh? Faccio finta di pensare alla risposta da dargli ma in realtà, me ne rendo conto benissimo, sto sbroccando. Anzi, sbrocco proprio.

– E invece – gli sussurro avvicinandomi al suo orecchio – che ne diresti di un pompino?

Si allontana un po’ e mi guarda con gli occhi sgranati.

– Adesso – aggiungo per chiarire meglio il concetto.

– Mi stai prendendo per il culo? – mi chiede lui un po’ timoroso, ma comunque ridendo.

– Ti pare? – chiedo io sorridendo a mia volta fissando prima i suoi occhi e poi le sue labbra.

– Dove? – fa lui.

– Andiamo di sotto?

– Ma come di sotto? – ride – non so se i bagni… ok proviamo…

Anche io ho qualche dubbio, ma comunque mi va di provare. Le toilettes sono piccole e c’è sempre troppa fila, ma il sottoscala è grande e forse uno spazio si trova. E’ un rischio, chiaramente, ma a questo punto voglio rischiare. Ci alziamo, imprudentemente, insieme. Lo fermo con uno sguardo che gli intima “lascia andare me, prima”. Lui comunque non deve essere proprio esperto, perché mi segue da presso. In ogni caso sento distintamente che sto cominciando a inumidirmi.

C’era una cameriera la prima volta che sono venuta qui con Francesco Due. Chiaramente lesbica, secondo me, che non fece altro che guardarmi per tutto il tempo. O forse è un film che mi sono fatta io. La incrocio mentre mi dirigo verso le scale e sorride come se mi avesse riconosciuta. Lo fa in ogni caso con molta professionalità. Dentro di me spero che abbia capito tutto e che però sappia mantenere la discrezione. Ma forse anche questo è un film. Anzi lo è, con tutta probabilità.

I bagni in effetti sono impraticabili e da quello dei maschi arriva anche un certo odore di urina. Un po’ di culo però ce lo abbiamo. Verso il fondo del sottoscala fusti di birra e casse di vino formano una specie di separé dietro il quale ci infiliamo. E se qualcuno ci ha visti e ha intuito le nostre intenzioni, sticazzi. A sto punto ho troppa voglia. Ci baciamo dapprima timidamente, poi le nostre lingue si cercano in modo selvaggio. Sa molto di vodka.

– Ti piaccio? – gli chiedo staccandomi e passandogli le mani sul petto. Tengo lo sguardo abbassato, come se fossi improvvisamente diventata timida e temessi la sua risposta. Ora sono decisamente bagnata.

– Sei una fica spaziale – risponde lui prima di baciarmi ancora.

Mi si butta addosso e sento il pacco diventare duro contro il mio fianco. Ci passo una mano sopra, è già in tiro. Gli metto una mano sui coglioni e sento una scossa che mi attraversa. Ok, sono andata, partita, vi mando un selfie da Plutone. Lui mi mette una mano tra le cosce e deve per forza sentire quanto sono bagnata. Gli piace, indugia sopra le mutandine. Per un attimo mi sento mancare.

– Toglimele – gli sussurro quando riesco a smettere di mordermi il labbro.

Lui mi infila la mano dentro e mi fa morire di brividi. Gemo come una cagna, si abbassa e me le srotola giù aspettando che io le scavalchi, poi torna su, mi bacia, e mi infila un dito nella vagina. L’invasione mi fa irrigidire in ogni muscolo, mi fa esplodere altri brividi, calore e contrazioni. Mi fa scuotere il corpo e la testa come volessi dirgli “se mi fai così non posso resistere”.

Mi inginocchio e glielo tiro fuori dai pantaloni e dalle mutande, è pronto, prontissimo. La cappella è gonfia come piace a me, l’odore come al solito mi fa impazzire. Comincio a fargli un pompino con i fiocchi. Mi interrompo solo un istante sostituendo la mano alle mie labbra.

– Sono tanto troia, vero? – gli chiedo mentre sento la carne dura e calda pulsarmi tra le dita.

Spero con tutta me stessa che non sia uno di quei tipi che ti risponde “ma no, che vai a pensare…”. Ho un bisogno assurdo di sentirmelo dire. Qui, nel sottoscala di un locale così trendy, ho bisogno di sentirmi dire che sono sempre la stessa puttanella che nel sottoscala del bar davanti al liceo spompinava legioni di compagni di scuola, la stessa puttanella che un giorno si è sentita apostrofare da uno mai visto né conosciuto (e che infatti non era nemmeno di scuola mia, carino però) “m’ha detto Marco che se te porto de sotto me succhi er cazzo”. Ho bisogno, improvvisamente, di questo. E’ una cosa solo di testa, che non ha nemmeno tanto a che fare con il piacere di ospitare un cazzo duro tra la lingua e il palato. Ho bisogno di essere scopata nel cervello, ora.

– Una grandissima troia – sospira lui mettendomi la mano dietro la nuca e tirandomi a sé.

Vuole essere lui ora a dare il ritmo e io, non so se riesco a dirlo o me lo immagino soltanto, mi lascio andare a un “oh sì, così”. Grazie. A ogni colpo mi soffoca sempre di più e mi strappa conati e lacrime. Me li vado a cercare, i conati e le lacrime, affondandomi centimetro dopo centimetro il suo cazzo in gola. Non so descrivervi quanto mi piaccia sentirmi sul punto di soffocare, mi piacciono persino le contrazioni dello stomaco. Dopo un po’ però si ferma e allora alzo gli occhi come a chiedergli perché cazzo abbia smesso di fottermi la bocca. Lo vedo addossato alla parete con la testa leggermente reclinata all’indietro, le palpebre abbassate, e capisco che mi ha restituito l’iniziativa, che sono io che devo portarlo in fondo. Un rivolo del mio succo mi scende su una coscia e quasi impazzisco quando lo sento. Non c’è davvero cosa più bella al mondo di questo fetido posto, penso. E penso pure che adesso tocca a me finirlo, anche se ho il rammarico che abbia smesso troppo presto di brutalizzarmi la testa. Gli metto le mani sul sedere e lo tiro verso di me. Tra giochi di labbra, lingua e affondi lo faccio andare fuori come un balcone in meno di un minuto e sento che il cazzo comincia a ingrossarglisi e a pulsare sempre più forte. Attendo da un momento all’altro la mia ricompensa quando lui fa una cosa che, come dire, è anche normale ma che in quel momento non mi aspetto. Me lo tira fuori lasciandomi letteralmente e, ne converrete, legittimamente a bocca aperta e si dà due-tre rapidissime segate. Mi esplode in faccia senza un gemito, eruttando tutto il suo seme a fiotti densi e copiosi. Il primo mi colpisce in pieno naso e si arrampica verso la fronte. Per quanto a me di solito piaccia bere, devo dire che è fantastico. Non so se adorare di più la sensazione rassicurante dello sperma caldo sul viso o quel tanto di disprezzo che quel gesto porta con sé: sei una tale puttana che non meriti nemmeno che ti sborri in bocca. Non so se l’intenzione sia davvero questa, io però l’ho sempre avvertita così.

Il secondo fiotto cerco di intercettarlo meglio, ma in realtà sulla lingua di seme me ne finisce poco. Ha un sapore decisamente più acido del solito però mi piace. Poi mi tuffo in avanti con la bocca spalancata e gli fagocito l’uccello. Ingoio, non smetto di ingoiare finché lui non smette di sborrare. Solo quando mi stacco realizzo che ho il volto coperto di sperma. Me lo sento colare. Apro gli occhi e lo vedo che ha il cazzo ancora sporco e che mi guarda con la faccia stravolta dall’orgasmo.

– Ma quanto cazzo ne hai fatta? – chiedo con un sospiro.
– Cristo santo – ansima – ci vorrebbe un fazzolettino.

Risucchio quel filo che dondola tra la punta del suo bastone e il mio labbro inferiore e che io credo sia saliva. Mi sbaglio, è sperma anche quello. Gli prendo la cappella tra le labbra e inizio a pulirlo. Quando ho finito mi passo le dita sul viso cercando di raccoglierne più che posso e me la succhio.

– A che ti serve il fazzolettino? – gli domando rimettendogli il cazzo lucidato e ancora abbastanza duro dentro le mutande. Lui è ancora addossato al muro con il fiatone.

Mi rialzo e mi da un timido bacio sulle labbra, indeciso. Lo rimando su da Filippo abbastanza rapidamente, non prima però che lui mi abbia ricordato che ho lasciato le mutandine per terra. Mi volto a guardarlo e mi stringo nelle spalle. Non me ne frega un cazzo, le lascio lì. Chi le troverà pensasse quello che vuole. Io ora devo pensare a darmi una sciacquata sul viso. Davanti al bagno delle donne vedo due ragazze in attesa. Resto un po’ a distanza, temo che avvicinandomi troppo possano sentire l’odore di sperma che ho addosso. Io lo sento tantissimo. Tuttavia le cose vanno per le lunghe e nel frattempo arriva un’altra donna che si mette in fila. Sento uno sciacquone e poi la porta del bagno dei maschi che si apre. “Questo manco si è lavato le mani”, penso. Poi mi dico sticazzi e entro, sotto gli sguardi stupefatti delle altre.



CONTINUA

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