Famo robba - prima parte

Scritto da , il 2019-10-09, genere etero

- Famo robba piccolè?

- Eh?

- Famo robba?

Servono i sottotitoli? Sì, ok. “Famo”, a Roma, sta per “facciamo”; “robba” invece è il modo in cui si pronuncia “roba”. Ma la locuzione “famo robba” è in genere riferita al sesso, largamente inteso. Tipo “scopiamo”, ma anche qualcosa di meno. Pomiciamo? Limoniamo? Mi fai un pompino? Queste cose qui, insomma. “Piccolè”, vabbè, è facile. E’ un vezzeggiativo, sta per “piccoletta”, naturalmente, ma non è necessariamente legato all’età o alla statura.

Quindi, all’interno di un contesto, diciamo così, intimo, “famo robba piccolè?” non può che significare qualcosa come “bella signorina, ci divertiamo con il sesso?”.

Ecco, il contesto, per l’appunto. Quello contribuisce a dare un po’ senso al tutto, come sempre. Perché se, per esempio, vi infilate dentro a un letto con il vostro ragazzo e lui ti chiede di “fare roba”, bè… vi ci siete infilate apposta, no? O anche se è solo ora di andare a letto, comunque lo potete mettere nel conto che lui vi chiederà di dargliela. E’ nelle cose. E’ anche un modo simpatico di scherzarci un po’ su.

Se però sono le dieci e mezzo di sera a piazza Cavour e voi siete appoggiate a una macchina in sosta e per di più state smessaggiando su WhatsApp, le cose cambiano. Soprattutto se chi ve lo chiede è uno che non avete mai visto né conosciuto.

Lo guardo meglio. No, sono proprio sicura, non l’ho mai visto né conosciuto. Potrà avere la mia età, forse anche meno. Per quello che vedo è anche un discreto ragazzo. Sarebbe quasi bello se avesse il naso leggermente più piccolo. Abbastanza alto ma non troppo, due belle spalle, occhi scuri, come i capelli. Oddio, quello che posso immaginare dei suoi capelli, dato che ne vedo solo una frangetta riccia che sbuca fuori dal cappuccio della felpa. Una felpa Adidas amaranto, di quelle taroccate che si comprano sulle bancarelle. Jeans strappati al ginocchio, come da regolamento, e sneakers di marca e colore indefinito. Probabilmente pure quelle da bancarella.

Complessivamente, un’aria da coattello. Ma la cosa che attira la mia attenzione è l’espressione che ha sul viso mentre mi chiede se “famo robba”. Neutra, assolutamente neutra. Né noia, né gioia, né foia. Il grado zero dell’emozione. Mi guarda come potrebbe guardare una scala semilogaritmica o una pompa di benzina. Più una pompa di benzina, direi, non credo che sappia cos’è una scala semilogaritmica. Senza offesa.

Ci guardiamo negli occhi per un paio di secondi, durante i quali la sua domanda rimane come sospesa nell’aria: “Famo robba piccolè?”. Sono già pronta ad azzannarlo.

- I preservativi ce l’hai? – gli chiedo.

- Certo – risponde senza scomporsi, come se la mia domanda fosse la più naturale del mondo – ce l’ho sì…

- Bravo. Allora soffiaci dentro e facci i palloncini.

Questa l’ho sentita un po’ di tempo fa, non mi ricordo più da chi. Mi sembrava il momento di usarla. Non gli fa un grande effetto, all’inizio. Dopo qualche secondo però comincia a ridere. Non come se l’avesse capita in ritardo, ma come se avesse deciso autonomamente che era il caso di ridere.

Dopo di che ritorna serio e riprende a fissarmi, senza dire una parola. Io non sono particolarmente infastidita né particolarmente curiosa. Gli ammicco e poi, con tutta la dolcezza di cui sono capace, gli indirizzo un’espressione del tipo “che cazzo c’hai da guardà?” che, visto il punto cui siamo arrivati, esigerebbe una risposta o quanto meno una girata di tacchi. Lui niente, invece. Non risponde né si sposta.

Tutto sommato non è una situazione di pericolo, in piazza ci saranno quattrocento persone. Non dico che siano tutte disposte a correre in mio aiuto nel caso in cui mi mettessi a strillare, ma qualcuno sì, cazzo. E ad ogni buon conto, da quando qualche mese fa due gruppi di ragazzi hanno fatto a bottigliate tra di loro, all’angolo c’è sempre una macchina dei carabinieri.

Dopo un po’, mentre ho ancora il mio “che cazzo c’hai da guardà?” stampato sul viso, si decide.

- Sei popo (“proprio”, ndr) ‘a classica fregna de Roma Nord, tutta acchittata come se dovessi da fa chissà che cosa, e ‘nvece gnente.

Poi davvero gira i tacchi e se ne va. Sparisce dietro a un gruppetto di ragazzi.

Ora, a parte il fatto che tutta acchittata non lo sono per nulla (ho una mini di jeans e delle parigine spiritose bianche e azzurre, di cotone, più un maglione pesante perché nonostante sia aprile fa ancora abbastanza freddo), avrei voluto rispondergli che “fregna de Roma Nord” lo dovrebbe dire a sua sorella, visto che non mi ci vedo proprio nei panni della fica d’ordinanza che scodinzola dietro al pariolino di turno. Sia che il pariolino di turno venga effettivamente dai Parioli piuttosto che, cazzo ne so, da Vigna Clara. Vabbè, a Roma Nord ci abito, ci sono nata, che cazzo devo fare? Cambio casa? E poi tu che cazzo ci vieni a fare a Roma Nord se non ti piace? Vai con le fregne delle parti tue, no?

Ma niente, non faccio in tempo, se n’è già andato.

Mi guardo intorno per vedere se riesco a intercettare Trilli. Siamo venute qui perché a lei sta cazzo di movida di piazza Cavour in fondo piace. E perché ci fa un salto quando decide che è ora di cambiare fidanzato, cioè spesso. Io invece qualche volta mi ci diverto, qualche volta no. Dipende da chi si incontra. In ogni caso meglio qui che a ponte Milvio.

Siamo arrivate con il suo scaldapizzette, avete presente quelle cazzo di microcar? Quelle. La madre gliel’ha regalata un mese fa non perché terrorizzata dall’idea che sua figlia scorrazzasse in motorino dietro qualcun altro, come la mia di madre. Bensì terrorizzata che qualcuno, con il fascino del motociclista, le rimorchiasse la figlia. Che deficiente. Chissà cosa direbbe se sapesse che Trilli qua dentro ci ha spompinato due ragazzi e ci ha pure scopato con un altro. Che poi come cazzo faccia a scopare lì dentro è un mistero. Vabbè che lei è piccolina, però… Ma comunque, cazzi suoi, no? In tutti i sensi.

Comunque mi ha mollata dopo avere incrociato un tipo che conosciamo entrambi, anche se sono sicura che non sia proprio lui la sua preda. E’ già passato un quarto d’ora dal suo “torno subito, Annalì”. Quando il coattello si è avvicinato stavo per l’appunto smessaggiando con lei, chiedendole che cazzo di fine avesse fatto. Sapevo benissimo che, a forza di restare lì ad aspettarla, prima o poi sarebbe passato qualcuno con il gancio per il rimorchio. Cosa che infatti è puntualmente avvenuta. Anche se a dire il vero un tentativo di rimorchio così non mi era mai capitato. “Famo robba piccolè”, mah… Che personaggio.

Che poi di “fare roba” non è che senta tutto sto bisogno. Ho “fatto roba” con Tommy, stamattina, sia pure a quattrocento chilometri di distanza l’uno dall’altra. Non me ne ero accorta perché mi ero addormentata subito, ma cinque minuti dopo il suo “notte, piccola”, ieri sera, mi aveva mandato uno dei suoi messaggi romantici: “Ho voglia di scoparti”. L’ho letto quando mi sono svegliata e ho avvertito subito la vampata di calore.

Ho preso l’iPhone e mi sono messa a scrivere, e più scrivevo più mi immaginavo insieme a lui, e più i miei pantaloni del pigiama si infradiciavano in mezzo alle gambe: “Ho voglia anche io Tommy, di te, delle tue mani, della tua lingua e del tuo cazzo. Vorrei che mi torturassi con la lingua la fica fino a farmi tremare dalla goduria mentre mi infili un dito nel culo e mi fai impazzire!! Ti voglio... TANTO!!!”.

Non so perché gli ho scritto proprio così, ho un po’ improvvisato. O invece avevo davvero voglia del suo bel cazzo, dritto e duro, con quelle vene in rilievo che mi fanno sbavare e quella specie di tunnel nella parte inferiore così pronunciato, dove so che corre a rotta di collo il suo seme che tante volte mi ha spruzzato in gola e, da qualche tempo, anche nella fica.

Sta di fatto che da quella risposta è partita una sessione che non definirei di sexting vero e proprio, visto che mi sono messa le cuffiette e gli ho scritto di mandarmi dei messaggi vocali, che non avrei risposto ma che avrei fatto tutto quello che mi avrebbe detto. Lui invece mi ha proprio telefonato e devo ammettere che è stato un vero maiale.

Ad un tratto ha sussurrato “la prossima volta che mi ricapiti sotto ti lego i polsi dietro la schiena e ti svergino finalmente quel bel culetto, ma prima te lo lecco per un’ora”. Non ci ho letteralmente più visto. L’idea del suo cazzo che mi apre dietro mi mette paura, ma quella della sua lingua piantata nel culo mi fa letteralmente uscire di senno. E sto solo parlando dell’idea, pensate quando lo fa per davvero. Sono venuta con quest’immagine in testa, contorcendomi nel letto, biascicandogli dei “sì! sì!” che erano come delle urla disperate con il silenziatore, per non farmi sentire dai miei.

A mia volta ho aspettato il momento opportuno per fare la troietta. E’ stato verso le undici di mattina, mentre ero sola in casa e non avevo altro da fare se non prendermi una pausa dallo studio, molto poco produttivo fino a quel punto, per la verità. Sono andata in cucina indossando solo una canotta rosa, di quelle troppo larghe che non si possono mettere senza reggiseno o senza il pezzo di sopra del bikini. Ho fissato l’iPhone su una mensola perché non scivolasse e mi sono seduta mettendo i piedi sul tavolo e spalancando le cosce. Offrendo alla videocamera la vista del taglio netto della mia fica glabra e già pulsante. Scoprendo una tettina già dura e con il capezzolo eretto in maniera vergognosa.

Ho preso una banana e l’ho sbucciata guardando fisso l’obiettivo, come se guardassi Tommy negli occhi. Poi le ho fatto un lungo pompino, accarezzandomi al tempo stesso il grilletto. Mio dio, era così gonfio...

Non smettevo di fissare l’obiettivo, come se gli dicessi “ti succhio il cazzo cercando nelle espressioni del tuo viso la tua approvazione”. Mi ci sono pure strozzata, affondandomi quella banana tutta in fondo alla gola. Lo so che gli piacciono i versi che faccio quando mi soffoca con la sua nerchia, lo so che gli piacciono le mie lacrime, la mia resa all’animale che diventa quando gli si ingrossa il cazzo. E piace anche a me. Dopo un po’ ho portato la banana all’apertura della fica e ho spinto. Solo la punta, per paura che si rompesse dentro. Quando l’ho riportata alla bocca era comunque impregnata e molliccia del mio succo. E pensare che era così grossa e poco matura quando l’ho sbucciata. Ho detto all’iPhone con la voce stravolta “mi piace quando me lo ficchi in bocca dopo avermi sfondata” e ho iniziato, in quel momento sì, a sditalinarmi furiosamente, a penetrarmi, a spingermi le dita ovunque, a strizzarmi la tetta fino a farmi male. Ho urlato, ho gridato “Tommy!” tante volte, gli ho detto “sono la tua troia!”, l’ho supplicato “usami!”, ho pianto “sono affamata del tuo cazzo!” e a un certo punto non ho capito più nulla.

A un certo punto è stato come se tutto mi si rovesciasse addosso.

E’ la prima volta che concedo a qualcuno di avere un mio video. Glielo mando a Tommy affinché lui sappia quanta voglia ho di lui. Non me ne frega un cazzo se tra noi le cose andranno male e se magari lui si vendicherà mettendolo in rete. So che queste cose succedono, ma davvero non me ne frega un cazzo di niente. E’ incredibile come quando penso a lui tutto passi in secondo piano. Rivedendomi, prima di inviarglielo, un po’ mi sono impaurita a guardare la mia faccia. Forse è una cosa che posso capire solo io, perché solo io lo so, ma era come se ci fosse scritto “voglio essere impalata, subito”. Ed era come se tutti potessero leggerlo.

Ecco, la mia mattinata è andata così. Non ho tutto questo bisogno di soddisfare le mie voglie. Cioè, d’accordo, non è che il sesso vada ad esaurimento, almeno per quanto mi riguarda. Ma quello che voglio dirvi, semplicemente, è che non lo cerco. Non sono uscita stasera per quello. Sono qui solo per accompagnare un’amica. Per cui, il coattello di prima può tranquillamente andarsene affanculo, con tutto il suo “famo robba”.

D’altra parte però, se ripenso a Tommy e a stamattina, la smania tra le gambe si impossessa di me. Mi vedo preda ingorda, felice bottino nella sua totale disponibilità. Mi vedo legata come ha detto lui e soprattutto prigioniera dei suoi voleri. Devo smettere di pensarci, cazzo. Lo vedrò tra otto giorni e non posso passare otto giorni a scolarmi nelle mutandine. Annalì, fai la brava.

Prendo lo smartphone e mando un WhatsApp a quel nerd di Francesco Uno. Nulla di speciale: “Domani sei a lezione?”. Mi risponde subito con un laconico “sì”. Sono ancora indecisa se sedurlo o se dirgli chiaramente che voglio scoparlo. Non penso in ogni caso che gli dirò che me lo voglio scopare per restituire alla sua ragazza, Viola, l’umiliazione che lei ha inflitto a me. Non sarebbe carino e, anche mettendo da parte il fatto che di essere più o meno carina non me ne frega un cazzo, probabilmente sarebbe controproducente.

Resta il fatto che quando penso “scopare Francesco Uno”, in questo momento, davanti agli occhi non mi appare l’immagine del suo cazzo, ma del cazzo di Tommy. Non riesco a togliermelo dalla testa.

CONTINUA

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