Scena di un delitto

Scritto da , il 2019-09-13, genere pulp


“Signor Brown, ci vuole dire adesso come sono andate le cose? Arrivati a questo punto, le conviene confessare”.

“Non lo so avvocato. Io non lo so”.

“Quindi ci vuole fare credere che, mentre uccideva la sua vicina anziana, lei fosse incapace di intendere e volere? In questo paese si abusa troppo dell’infermità mentale. Mi dispiace per lei, ma il suo tentativo di salvarsi fallirà. Io dimostrerò che l’omicidio della signora è stato premeditato. Non era la prima volta che lei andava lì di notte. Ha studiato bene ogni sua mossa, ha aspettato che fosse sola, per ucciderla. E adesso, confessi. Dica come sono andate le cose. Perché l’ha uccisa? Qual è il motivo?”


Il signor Brown manda giù la saliva e poi con voce lenta e cavernosa, comincia a raccontare:

“Mentre dormivo, una voce indefinita mi ha chiamato. Mi sono alzato nel buio, barcollando. Non so perché. Forse per bere, ma non avevo sete. Nel buio della notte, sentì quella voce dirmi: ‘Esci fuori’. Obbedì e, una volta nel pianerottolo, vidi un mazzo di chiavi, appese alla porta accanto. Le presi, ma non feci altro... questo me lo ricordo benissimo.”

La voce di signor Brown diventa pensierosa, apatica, come fosse nel mondo dei sogni. In aula, il silenzio è tombale, complice il desiderio di comprendere il motivo di tanta atrocità.

Poi, dopo una breve pausa, riprende a raccontare, piano, come cercasse di ricordare, come parlasse con qualche divinità, o meglio, con qualche demonio:

“Non so dove misi il mazzo di chiavi. So solo che tornai a letto. E il giorno dopo non ho più pensato all’accaduto”.


Il Signor Brown si interrompe; pensa ancora. Come se volesse ordinare le parole, come se volesse ricordare la disposizione dei fatti, per convincerci della sua innocenza. Un brusio di voci in aula. Qualcuno più istintivo comincia a chiamarlo assassino, a voce alta, nonostante il giudice cerchi di mantenere il silenzio. Dopo un attimo di smarrimento, l’accusato riprende a parlare:


“Come dicevo, non ho più pensato alle chiavi, al sogno, alla voce che mi parlava. Sono andato a lavorare normalmente, come tutti i giorni.”

“Questo ci dice chiaro e tondo con quale razza di individuo abbiamo a che fare. Lei aspettava la notte, il momento giusto per poter mettere in atto i suoi diabolici piani, per uccidere quella signora”.- lo interruppe il Pubblico Ministero.

Il signor Brown lo guarda, strabuzzando gli occhi, la bocca impastata, la lingua ormai ingrossata.

“Avvocato, silenzio!- lo rimproverò il giudice- Lo lasci parlare.”


L’accusato riprende, a fatica, il filo dei suoi pensieri:

“Ricordo che il giorno successivo ho lavorato tanto e di sera ero stanco. Sono andato a letto, dopo aver mangiato una pizza surgelata. Non so quante ore io abbia dormito, ma a una certa ora della notte, erano le tre perché vidi l’orario sul telefonino, ho sentito di nuovo quella voce, che mi ordinava di alzarmi. Avevo troppo sonno. Non volevo, ma non potevo disubbidire. Mentre camminavo, cercavo di capire da dove provenisse, ma non ci riuscivo; tant’è vero che pensavo fosse un sogno o che, magari, il mio stomaco non avesse digerito la cena. Stavo per rinfilarmi a letto, quando una mano mi trascinò fuori di casa, davanti alla porta della vittima e l’ aprii con le chiavi, che non so come, me le sono ritrovate in mano.”

“Non sa come?”- La risata sarcastica dell’Accusa accese di nuovo l’ira del pubblico, in aula.

“Silenzio!- disse il giudice spazientito, per poi rivolgersi all’imputato- Continui”.

“Sono entrato direttamente in salotto. Non c’era il corridoio. Mi sono guardato intorno. Era la prima volta che entravo lì dentro ed ero incuriosito. Un mazzo di fiori sopra un tavolo grande, una foto lì vicino... forse la foto della figlia… la guardavo. Non avevo acceso la luce, guardavo tutto con il telefono che mi ero portato dietro. A quel punto è stato come se quella foto prendesse vita. Gli occhi brillavano di rosso e le labbra sfoggiavano una specie di sorriso beffardo. Terrorizzato, scappai da quella casa, sbattendone la porta. Mi sono ritrovato nel mio appartamento, rimasto aperto, e con le chiavi della mia vicina ancora in mano. Era come se mi avessero seguito. Non ho più dormito quella notte. Mi agitavo nel letto, irrequieto. Non vedevo l’ora che fosse di nuovo giorno per porre fine al mio incubo. La foto che avevo visto nel soggiorno della signora mi aveva sconvolto. Non era una foto normale. Era ... quegli occhi poi, che brillavano di una luce sinistra, erano rossi. E il sorriso? Sembrava una smorfia.


Il giorno seguente, sono nuovamente andato al lavoro, senza concludere nulla. Non ci stavo con la testa. Sono andato al solito bar, a pranzare con un’insalatona, ma lo stomaco era chiuso. Non riuscivo a togliermi dalla testa nulla della notte precedente, anche se la mia parte razionale mi diceva che era solo un incubo, dovuto a una cattiva digestione. La sera ero distrutto fisicamente, moralmente, mentalmente, i nervi a pezzi. Credo di essermi addormentato, per poi svegliarmi, di nuovo. Erano le 3 del mattino, la stessa ora delle due notti precedenti. Sentii la solita voce che mi chiamava, invitandomi ad andare dalla mia vicina. Non volevo ubbidire, giuro, giudice, che non volevo più ubbidire, ma sono stato buttato giù dal letto a forza, trascinato in malo modo e la voce era arrabbiata, dava ordini. In un attimo capii. Era la donna della foto. Mi diceva: ‘Tu devi vendicarmi.’

E così feci. Penetrato in quella casa, cercai la foto della giovane donna vestita di bianco. Non c’era più. In compenso lei era lì, davanti a me, in carne e ossa, e parlava... con voce indefinita, come un’eco in mezzo alle montagne: ‘Vendicami!”

Ho cercato di spingerla, per scappare a casa, ma la mano andava a vuoto. Lei era intoccabile. La voce... oh quella voce che ormai mi era penetrata nelle orecchie… era parte di me. Non voleva più lasciarmi. Mi rifugiai in cucina, ma lei mi seguì. Aprii i cassetti del mobile, uno ad uno. Cercavo qualcosa con cui difendermi. Tirai fuori un coltello. Volevo uccidere quella donna, la donna della cornice. I miei tentativi andavano a vuoto. Lei si dileguava. Rideva e si prendeva gioco di me. Sembrava fosse dappertutto e allo stesso tempo da nessuna parte. Sbattei la testa in cucina. Un cassetto cadde a terra. Quel rumore svegliò la padrona di casa. Me la vidi davanti, urlare spaventata, accendere la luce.

La voce mi urlò di nuovo: ‘Uccidila! Uccidila! Uccidila!’

Il suo spettro mi ballava intorno con movimenti senza senso. Io ero impazzito. Cercavo di colpirlo, ma non lo vedevo. Non volevo uccidere la signora. Volevo uccidere quella voce, volevo uccidere la donna della cornice per sentirmi libero, ma lei mi fluttuava intorno, mentre brandivo il coltello. Credo sia stato questo a uccidere la signora, perché di colpo la vidi per terra in una pozza di sangue. Solo a quel punto, lo spettro si calmò e la voce abbandonò la mia testa. La foto sul tavolo in soggiorno ritornò immobile e io mi resi conto del crimine che avevo appena compiuto.”

L’imputato non parla più, ma nello suo sguardo è visibile il terrore di quella notte, la sua pazzia.

Il giudice interrompe quello che stava diventando un interminabile silenzio:
“Avvocato, ha qualcosa da dire in proposito?”
“Sissignore!”

Poi rivolgendosi all’imputato, applaudendo:

“Che scena! Complimenti! Proprio da film horror. E noi qui tutti quanti a crederle. Molto convincente, signor Brown.

Ci risulta che lei conosceva la signora della foto da più di 20 anni- anni fa avevate una relazione- che la sua vicina, nonché madre della vittima, non approvava, perché pare che lei fosse un violento e che la figlia tornasse spesso a casa con dei lividi.

Sappiamo anche che la madre non la denunciò, in nome del grande amore che la figlia nutriva per lei.

Quella donna, la donna della foto, per intenderci, però, commise un errore: troncare la vostra relazione.

Mesi più tardi, la madre convinse la figlia che aspettava un bambino da lei a interrompere la gravidanza, in stato avanzato”.

L'arringa continua, l'Avvocato si rivolge a questo punto all'aula:

"Quella donna, oggi, non è più tra noi, per gravi complicazioni intercorse durante quell’aborto clandestino, eseguito a casa, per cui è finito sotto accusa un ginecologo.

Lo scandalo è passato sotto silenzio, per non sconvolgere ulteriormente una famiglia, colpevole solo di voler salvare a tutti i costi l’onore della figlia e volerla allontanare da un criminale come l’imputato.

Il padre della ragazza è morto qualche anno dopo. Non ha retto al dolore e ai sensi di colpa che quella morte gli aveva procurato. Era lui il ginecologo.

La madre, invece, l’ha uccisa l'imputato qualche giorno fa."

Rivolgendosi poi all'uomo:

"Questa è la verità. Lei, e la sua vena omicida, avete annientato una famiglia intera.

Adesso è arrivata l’ora di pagare i conti.”

E infine al giudice:

“Questi sono i diari della madre e della figlia, rinvenuti nel appartamento della vittima. C’è tutta la loro storia.
Vostro onore, ho finito.”

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