Vita da cagna - "La caverna verde"

Scritto da , il 2019-09-12, genere zoofilia


Dopo quella notte, non passò giorno che non sperassi di essere punita per farmi rinchiudere nella cuccia assieme al mio Ferro. Se questo accadeva di sera, facevo sempre in modo di portare con me un barattolo di marmellata, della quale il mio amico cane era sempre più ghiotto. Ma le occasioni di rimanere da sola con lui non mancavano anche al di fuori della cuccia. Un pomeriggio dovetti andare a raccogliere le castagne nel bosco, con l'ingiunzione di mio zio, che non perdeva occasione per rinnovare le cattive maniere, di portarne quante più possibile e per far questo mi aveva munito di una gerla che era grande quasi quanto me. Mi incamminai dunque nel bosco, che sorgeva poco distante la fattoria, con la mia gerla sulle spalle, inoltrandomi sotto il tetto di rami. Non ero particolarmente esperta di quei sentieri, tanto che già una volta avevo rischiato di perdermici. Penetrai, nella speranza di fare un buon raccolto, dove gli alberi erano più fitti e la penombra più greve. Superai fossati, cespugli di bacche, tronchi caduti: ma di castagne neanche l'ombra. Mi trovai disperata al pensiero di ritornare da quell'energumeno a mani vuote. Cercai ancora, ma invano, fino a quando temetti di essermi persa. Fu allora che udii un sommesso frascare alle mie spalle. Mi girai impaurita. Da una macchia di arbusti emerse Ferro. Non vedendomi tornare, il magnifico animale si era messo alla mia ricerca, e grazie al suo fiuto aveva potuto trovarmi in un battibaleno. Gli corsi incontro con un enorme sollievo abbandonando il viso alle sue leccate festose. Ma le sorprese non erano finite. Terminate le feste reciproche, Ferro con la bocca delicatamente mi afferrò un polso, senza farmi alcun male. Voleva che lo seguissi là dove il bosco pareva più fitto e scuro. Decisi di avventurarmi.
Camminammo per sentieri a me sconosciuti, capii che avevamo superato la collina e stavamo discendendo dall'altro lato. Ci ritrovammo sul limitare di uno spiazzo dove gli alberi e diradavano e il sole poteva passare fino a indorare un maestoso e impenetrabile roveto che si stendeva per tutto lo spiazzo lasciato libero dal bosco. Ferro a quel punto mi costrinse, sempre tirandomi per un polso, ad abbassarmi fino ad un varco che si apriva in quella fitta maglia di contorti rami pieni di spine. Era un passaggio aperto dagli animali selvatici, e si addentrava nel roveto senza mostrarne la fine. Dovetti mettermi carponi per poter entrare, togliendomi nel contempo la gerla dalle spalle e trascinandola dietro di me. Ferro davanti, io dietro, percorremmo quel tunnel naturale per qualche minuto, addentrandoci sempre più all’interno del roveto. La luce era scarsa, solo qualche scaglia di sole riusciva a penetrare quel fittume vegetale che ci sovrastava. Ma dopo una piccola curva ecco apparirmi uno spettacolo meraviglioso: lo spazio sotto il roveto si alzava in una sorta di vasta caverna e in quella penombra verdolina macchiata di sole scorsi il tesoro a lungo cercato. Sparse su quel terreno che nessun essere umano aveva calpestato mai riposava uno spesso strato di castagne, ruzzolate lì dall'alto della collina. Erano così tante da coprire tutto il terreno, tante per poter riempire la gerla fino all'orlo e da poterne fare diversi carichi nei giorni a venire. I rovi le avevano protette dalla vista dei cercatori comuni. In quella caverna vegetale dalla luce verdolina,esultai.
- Bravo, bravo il mio Ferro!- esclamai rivolta al mio amico che scodinzolava felice vedendomi così contenta. Non potei fare a meno di buttargli le braccia attorno al collo, piena di riconoscenza. Già sicura del buon esito della mia missione, decisi, prima di iniziare la raccolta, di riposarmi un poco, e godermi la magia di quel luogo segreto. Posando la gerla accanto a me, Mi appoggiai ai gomiti e contemporaneamente allungai le gambe tra le castagne. Quel luogo nascosto mi infondeva un grande senso di sicurezza.
Fu allora che Ferro, in quell'ombra verdicante, avvicinò garbatamente il muso a lembo della gonna, e timidamente si infilò sotto. Io lo lasciai fare mentre Ferro, soffiando al modo tipico dei cani, iniziò ad annusarmi sfiorandomi le cosce nude e provocandomi un brivido che fluì sotto le mutandine. Il mio corpo stava reagendo. Sentii sciogliersi il ventre sotto quei garbati e affettuosi attacchi. I colpi del muso si fecero più insistenti, accompagnati da deboli uggiolii. Finora quelle cose erano avvenute all'interno della cuccia. Ma ora eravamo nel cuore più fitto e impenetrabile del bosco, protetti da un mare di spine amiche ma crudeli per gli altri. Allungai le gambe su quel terreno fresco e umido che mai aveva visto la piena luce, scostando lo strato di castagne in un rumore di bilie smosse. Fatto questo mi afferrai l'elastico delle mutandine e me le sfilai, allontanandole con un calcio. Il muso di Ferro cominciò subito a strofinarsi su e giù lungo la fessura della mia fighetta e presto cominciò a leccarla. Stavolta non avevo la marmellata per invitarlo. Erano piuttosto i miei umori a stimolare i suoi sensi. Mi allungai sul terreno alzandomi la gonna sopra la vita. Offrivo totalmente il mio ventre nudo alle attenzioni del mio dolce amico il quale, con la sua grande lingua, cominciò a impiastrarmi di saliva la pancia fino all'ombelico, nell'interno delle cosce, e naturalmente nella fichetta ormai fradicia. Stavolta, lontana come sapevo di essere dalle indiscrete orecchie di qualunque essere umano, mi abbandonai a quei gridolini che già in precedenza avevo sentito affiorarmi alla bocca, ma che sempre avevo represso. Ferro cominciò a lambirmi lentamente, dandomi lunghe lappate meditabonde. Poi aumentò frequenza ed impeto, ottenendo della mia intimità umori sempre più fluidi e copiosi. Là, nel fondo di quel labirinto vegetale a tutti ostile, lasciai il mio corpo libero di godere senza nessun vincolo. Gemetti perdutamente quando la vagina si contrasse un'ultima volta come un pugno chiuso, sotto i colpi di quella lingua ruvida ed esperta che non cessavano. L'orgasmo fu lungo , interminabile, straziante, da farmi inarcare il dorso. Quando mi abbandonò, ero completamente annientata. Sentii Ferro leccarmi le lacrime che erano rotolate ai lati degli occhi. Vi aggiunse una annusatina al lato del collo.
Capii che il mio piacere lo aveva molto gratificato. E lo abbracciai ancora. da quando avevo condiviso la sua cuccia, aveva preso a volermi bene, quell'animale, percependo forse che io, come lui, ero una creatura sola. Riprendendomi dalla spossatezza vlo strinsi forte, e piansi. Finalmente non mi sentivo più sola.
Poco dopo realizzai che dovevo ancora raccogliere le castagne e ritornare alla fattoria. Reinfilatami le mutandine, mi misi al lavoro. Non ci misi molto a riempire la gerla. Faticai un poco a trascinarla fuori dal roveto attraverso quel tunnel irto di spine. Credo che se avesse potuto, il mio amico Ferro mi avrebbe anche aiutato anche in quello.
Una volta fuori dal roveto, fu facile caricarmi la gerla sulle spalle, nonostante il peso delle castagne. Raggiunsi la fattoria che era quasi sera. Quando lo zio, che mi aspettava fermo sulla soglia, mi vide arrivare con la cesta colma fino all'orlo, quasi ci rimase male. Forse aveva sperato che ritornassi a mani vuote, per potermi punire ancora. Fu un peccato da un certo punto di vista.. Quella notte infatti dormii sola nel mio letto, col pensiero rivolto al mio amico Ferro,che mi aveva salvato da quella selva e mi aveva fatto trovare le castagne, e ora era solo giù nella cuccia. Ma all'insaputa dello zio avevo rubato dalla dispensa un grosso pezzo di salame. Quando la luce della stanza dello zio si spense, aprii la finestra e gettai nell'aia il premio che avevo rubato. Una ombra scura uscì rapidamente dalla cuccia e raccolse quella leccornia.
- Buonanotte, amico mio!- sussurrai nelle tenebre. Un lieve uggiolare di risposta fu per me il migliore dei ringraziamenti.

Fine secondo episodio

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