L'impero dell'Alba ~ II

Scritto da , il 2019-09-12, genere dominazione

Artemisia pensò che la penombra rendesse più affascinante il disordine nella stanza. Era finalmente arrivata a quel punto in cui i pensieri si azzeravano e la sua mente diventava leggera.

Il sesso le faceva questo effetto, come un calmante agiva su di lei facendole dimenticare ogni preoccupazione, il ritmo cadenzato dei corpi la cullava come una ninna nanna.

Hudes ne era completamente sopraffatto, la pelle sudata, gli occhi strabuzzati, Artemisia non gli dava tregua, né respiro, né pace.

Lo cavalcava come un'amazzone e ad ogni colpo di bacino il membro di lui affondava dentro le sue carni, lo sentiva bene scivolarle dentro e toccare un punto indefinito dentro di lei.
Rallentò quel ritmo forsennato e si prese qualche istante per osservare l'uomo sotto di lei, completamente esausto e sfinito.

Hudes aveva cresciuto suo fratello Alhamba, ed era il suo reggente. Scoprì con sorpresa di sapere poco su quell'uomo che era il suo padre adottivo. Voci ne circolavano in abbondanza sul suo conto, ma lui mai le aveva accolte e mai le aveva smentite.

Una cosa la sapeva però, quell'uomo era un fedelissimo di suo padre, e aveva ucciso sua madre impedendone di prendere il potere dopo aver ucciso il marito.

Non sapeva realmente perché stesse facendo sesso con quello che per lei sarebbe dovuto essere la persona più vicina ad un padre.
Si sentiva furiosa in un modo inspiegabile, e l'unico modo di calmarsi era ricercare quelle situazioni strane e perverse.

Ogni volta che si sentiva così si rifugiava nel letto di quell'uomo. Lo spremeva fino all'ultima briciola di energia, solo vederlo sfinito e ansimante le dava pace.
Le faceva dimenticare le cazzate di suo fratello, le tensioni politiche e gli intrighi.

Il reggente dell'imperatore era un uomo di mezza età, dai capelli sale e pepe e la barba folta, dal fisico imponente e dolci occhi castani.

Hudes si stava odiando, stava fottendo la figlia del suo migliore amico e compagno di una vita. La guardò, con i capelli neri, svolazzanti come quelli di una ninfa, il corpo snello, forte, atletico.

Si sentiva intrappolato da quelle gambe d'acciaio, scopato, violato e la odiò, la odiò quella ragazza così determinata, indistruttibile, perversa, potente.
Spinse forte dentro di lei con un colpo improvviso, incuneandosi tra le sue carni, le voleva fare male, scoprì di odiarla, con quegli occhi blu, profondi, che scalavano misteri inconfessabili.
Quegli occhi blu, che appartenevano alla maledetta madre di lei, all'assassina del suo unico vero amore.

Artemisia ebbe un soprassalto, e come una dea irata si scosse dall'estasi e portò una mano sul collo del reggente in una presa spietata, strinse fermandosi solo quando lo sentì boccheggiare in cerca di ossigeno “Stai buono.” gli intimò con tono omicida per poi allentare la presa.

Hudes venne attraversato da un brivido, l'immagine di Artemisia si confuse per un attimo con quella del defunto imperatore e si rese conto con orrore che padre e figlia erano estremamente simili per carattere e atteggiamento.
La sua furia svanì per far posto all'adorazione, lei era la vera erede.

Ebbe il ricordo vivido del cazzo dell'imperatore defunto che lo inculava con la stessa foga con cui ora la figlia si stava prendendo il proprio piacere con il suo corpo.
Quei pensieri sapientemente archiviati lo fecero infine venire, schizzando dentro di lei lunghi getti.
Artemisia si inarcò selvaggiamente, e sopraffatta dalla sensazione di sentirsi piena fino a scoppiare emise un urlo soffocato e lo seguì raggiungendo infine l'orgasmo.

Non si scambiarono nemmeno una parola. Nemmeno un saluto. Lei si stava rivestendo, veloce, con movimenti decisi, quasi rabbiosi quando Hudes la fermò “Artemisia siediti, ti prego” lei si girò come punta da un ago e lasciò perdere i lacci del corpetto in cuoio, poi si sedette sul letto dove il reggente l'aveva invitata con un gesto e rimase in silenzio.

“Tuo fratello è un incapace. Un ragazzino che gioca a fare il ribelle invece di prendersi le proprie responsabilità”

Artemisia sbuffò “Non sono la sua tata. Non ho tempo per ascoltare i tuoi sproloqui, spreca il fiato con qualcun altro." Poi si alzò di scatto accennando ad andarsene.

“Io penso che dovresti essere tu a governare” disse poi Huges dopo un lungo silenzio meditativo.
Lei si buttò sul letto e tirò la barba del reggente a se avvicinando il suo orecchio alle proprie labbra “Fai molta attenzione a ciò che dici, perché suona come se tu stessi suggerendo un congiura”

“Pensaci.” Sussurrò lui “lui non merita il tuo amore e la tua dedizione, ma il popolo si.”
Artemisia lo lasciò come se si fosse bruciata la mano guardandolo con gli occhi sbarrati.

“Anche un cieco lo capirebbe, covi il desiderio di lui da tempo immemore. Lo nascondi come amore fraterno, ma lo ami. Non se ne accorgerà mai. Mai si accorgerà di te. Decidi se vuoi essere una sua appendice per sempre o se meriti più di questo.”
“Huges sei un bastardo! Falso e bugiardo!” gridò con rabbia tuttavia una lacrima le era scesa sulla guancia annebbiando quello sguardo blu come le onde dell'oceano.
Era scossa dai brividi, tremava di rabbia e di frustrazione.

La verità è che Artemisia aveva sempre amato il fratello, più di qualsiasi altra cosa.
Più della stessa aria che respirava, anche perchè la possibilità di respirare la doveva a lui. Alhamba le aveva salvato la vita da un'accusa di alto tradimento che era stata fatta alla famiglia adottiva.

Lo ricordava quel ragazzino, ancora alle soglie dell'adolescenza che pronunciava il suo primo discorso dinanzi al Senato riunitosi per decretare la sentenza di morte.
Alhamba l'aveva adottata come sua sorella, il fatto che fossero realmente fratelli di sangue era uno dei segreti dell'impero.

Il reggente la attirò contro il suo petto sorridendo, “Lo so, lo so, Alhamba raccoglierà ciò che ha seminato. Ira e indifferenza.”
Artemisia pianse e in mezzo alle lacrime lo baciò con rabbia, mordendogli le labbra, assaporando il sangue con quella spinta erotica che solo la sofferenza può dare. Poi rotolò sul letto stendendosi supina e lasciando che le lacrime le bagnassero i capelli.
"Parlami di mio padre"
"Tuo padre è morto, è stato condannato per tradimento." Rispose il reggente lapidario. Non gli andava di rivangare i ricordi. Quei mesi caotici, infidi, in cui avevano trovato la morte centinaia di persone.

"Nessuno parla mai di lui, è un mio diritto sapere qualcosa di più" insistette la ragazza con decisione.
"Tu sei la causa per cui è morto, tua madre lo ha ucciso per vendicarsi del fatto che ti aveva portata via da lui." parlò il reggente con voce roca e spezzata "Era un uomo fantastico e deciso, quando si è trovato davanti la scelta di farti crescere come una bastarda figlia di una schiava o darti una vita agiata ha scelto la seconda.
Io lo amavo ma lui scelse di liberare e sposare tua madre, mi scartò. Gli rimasi fedele anche allora, anche ora che ogni giorno vedo i suoi figli passarmi dinanzi, la vostra somiglianza con lui mi ferisce ogni minuto.
Tuo fratello ne ha ereditato i tratti peggiori."

Artemisia tacque, non potè fare a meno di notare la somiglianza tra lei e il reggente. Entrambi amanti fedeli, respinti, trattati con freddezza e con distacco.
"Non ripeterò i tuoi errori" disse per poi chiudere gli occhi, Huges la baciò.
In viso, sul collo candido, sui seni prosperosi, scendendo lungo la pancia e infine lambendole le grandi labbra con il respiro.
Artemisia sospirò estasiata e si lasciò violare dalla lingua di quell'uomo che sarebbe potuto essere suo padre e che ora era suo amante e complice.

Lo lasciò fare per un po' ma era troppo delicato, troppo effimero quel contatto dolce e umido.
Gli prese tra le dita i capelli incitandolo a fare di meglio, ne sentì i gorgoglii mentre lo stringeva tra le proprie gambe. Si fece leccare a lungo senza concedergli tregua, dimenticando.
÷÷÷

Il principe di Persia aveva colto una rosa, dai petali dorati, piena, turgida, alcuni petali diventavano arancio sulle punte.

L'aveva colta incurante delle spine, si era punto, ma il dolore era un effetto collaterale della felicità. Ora la rimirava passeggiando per i giardini privati del palazzo imperiale.
Sapeva che sarebbe morta, lontana dalla pianta, lentamente, soffrendo e perdendo un petalo alla volta. Un brivido gli percosse la schiena facendogli rizzare i capelli sulla nuca.

Quella rosa era come Querin, lontana da lui sarebbe sfiorita, seccata tra le mani di un uomo perverso e crudele. Querin era splendida, piena di vita e lui non avrebbe permesso che marcisse davanti ai suoi occhi senza far nulla.

Un coniglio balzò fuori dai cespugli in quell'istante saltellando sull'acciottolato del sentiero. Il cadetto sorrise poi pochi passi più avanti si chinò sull'erba bagnata della rugiada mattutina e piantò la rosa nel terreno. Si alzò e si allontanò a passo deciso.

Kassandros si sedette sulla panca in pietra con noncuranza e osservò la schiava favorita dell'imperatore seduta accanto a lui.
Le sorrise, Iris non indossava un abito coprente quel giorno, del resto non ne aveva bisogno, pochissime persone venivano in quella parte del giardino imperiale.
Portava invece un sottile velo nero poggiato sulla chioma rossa e folta e un vestito nero che le lasciava le spalle scoperte.
Dei grandi fiori rossi erano ricamati sulla parte bassa dell'abito e salivano sino alla vita stretta fasciata alla perfezione.
Kassandros la trovò sensuale in ogni piccolo dettaglio del suo essere, in particolare il collare che le cingeva il collo, molto semplice e senza pretese era una semplice fascia d’argento intagliata e senza chiusura, Alhamba gliel'aveva saldare intorno al collo, quel collare semplicemente non si poteva aprire in alcun modo.

“Sei mattiniera Iris, hai dormito bene?” Le domandò noncurante, la ragazza era la favorita da anni, tuttavia Alhamba non la toccava da settimane. Mai come in quel momento si era sentita minacciata. Kassandros tuttavia sapeva che non c'era nulla di strano in quel comportamento, era proprio dell'imperatore sperimentare sempre nuove situazioni trascurando a volte quelle vecchie.

Un'ombra veloce passò sul volto della ragazza "Non ho dormito molto veramente" concluse con un sorriso malizioso.
Kassandos sorrise tra sè. Se si sentiva tanto minacciata da bluffare era il momento giusto di avanzare la sua richiesta.

"Mi chiedevo se potessi farmi un piacere" disse lui con noncuranza dopo alcuni attimi di meditazione.
“Dimmi principe” rispose lei con voce melodiosa appoggiando la testa al polso sottile “sarò felice di servirti”

"Querin, mia sorella, ha ricevuto una proposta di matrimonio dal re di Samotracia” Iris annuì a quelle parole, non c'era bisogno di spiegazioni. " Capisci che mi farebbe estremamemte piacere se Alhamba la corteggiasse un po', non tanto da essere impegnato, ma abbastanza da intimorire quel pretendente alquanto scomodo."

L'espressione di lei si fece granitica “No.” rispose secca “non rischierò di essere frustata a sangue per te”

"Ti sarei molto riconoscente, puoi chiedermi tutto ciò che desideri in cambio, ma tu sei l'unica che possiede i mezzi giusti per arrivare a quello che voglio” la lusingò lui con un sorriso d'intesa.

La favorita dell'imperatore boccheggiò tentata da quella proposta estremamente allettante “Proverò.” Rispose poi dopo una lunga esitazione.
“Bene” rispose lui sorridente “Quindi cosa vuoi in cambio?”
Iris ebbe un brivido, era perfettamente a conoscenza dei pettegolezzi che giravano sul principe di Persia, aveva visto più di una volta lividi e segni sul corpo delle schiave che erano state con lui e le venne un'idea terribile. Non aveva dubbi che quel ragazzo così controllato nascondesse un animo sadico. Così azzardò una proposta.

“Joy, la schiava negra, voglio che non cammini per giorni” disse poi in modo inquietante “non deve essere in grado di prendere un cazzo da nessuna parte per un po' di tempo”
Kassandros rise, pensando che le schiave sapevano essere spietate verso le proprie rivali. “Sarà fatto. Non preoccuparti” Disse mordendosi il labbro con fare perverso “È sempre un piacere fare affari con te Iris” disse per poi alzarsi e incamminarsi lungo il viale.

Iris buttò i capelli rossi indietro e sospirò profondamente.
Avrebbe dovuto lottare se avesse voluto restare per sempre la favorita di Alhamba. E lei aveva appena ottenuto una vittoria.
Poi osservò il cadetto di Persia allontanarsi e rabbrividì, sapeva che prima o poi Kassandros l'avrebbe scopata, lo sapeva per il modo in cui i suoi occhi grigi e profondi bruciavano ogni angolo scoperto della sua pelle. Lo sapeva per il modo in cui lui la toccava, come se non aspettasse che di poterla possedere.

Alhamba non l'avrebbe mai ceduta a nessuno, ma il principe era un cacciatore spietato, otteneva quello che voleva anche con i mezzi meno politicamente corretti. E quella breve conversazione ne era stata la conferma.

Kassandros camminava spedito cercando di far sgonfiare l'erezione che aveva nei pantaloni.
Era stato un pensiero fugace a provocarla, Iris era intoccabile ma vederla con le spalle armoniose e arrotondate lasciate in bella vista gli aveva fatto venire voglia di azzannargliele e lasciarle i segni dei morsi per giorni.

Lei aveva una pelle delicatissima e sensibile che si arrossava immediatamente e sulla quale perduravano i segni per giorni. Spesso l'aveva vista con il solco delle corde sui polsi anche dopo una settimana.
Sinceramente era una fortuna per lei che fosse la schiava dell'imperatore e non la sua, Alhamba era estremamente delicato e amorevole nei confronti delle ragazze.
Lui no, lui voleva arrossarle il sedere e guardare i lividi il giorno dopo, segnarla, marchiarla e farla propria.


Io sono Fairy Land e questa è la mia storia di fantasia. Ogni riferimento a fatti o a persone realmente esistenti è puramente casuale.

Scrivetemi per critiche, consigli e suggerimenti all'indirizzo email :p
La mia storia si chiama L'impero dell'Alba e la trovate pure su Wattpad.


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