Anna. Episodio 2.

Scritto da , il 2019-09-12, genere prime esperienze

Questo racconto è frutto di fantasie, sogni o fatti accaduti, realmente o nella mente. Non sarà mai dato saperlo. Se qualcuno dovesse riconoscersi nelle storie narrate probabile che fosse presente sui luoghi al tempo, o nella mia mente. Buona lettura.

Anna, 39 anni appena compiuti, due figli, moglie di Vittorio, primo amore.
Era una donna dal fisico esile, minuta ma ben proporzionata, con le forme al posto giusto. Lineamenti eleganti, pelle chiara. Discendeva da nobile famiglia cattolica ortodossa, educata fino a 18 anni in convento. Proprio li era stata avviata dalle novizie ai piaceri del sesso.
Unico paletto, restare illibata.
In effetti di paletti ne aveva saggiati parecchi, quando a 18 anni, negli anfratti di Cala della Siccia, al suo paesello aveva dispensato e ricevuto piacere.
La prima volta era una sera di giugno, i primi turisti tardavano ad arrivare, l'aria in paese era di attesa. Di li a poco sarebbe cambiato tutto, il paese, la vita mondana, i volti delle case, la sua intimità, il suo futuro. Aveva ricevuto precise istruzioni in convento, conosceva bene il suo corpo.
Appena uscita dalla casa padronale si recò alla piazzetta, li l'attendevano gli amici di infanzia, ora di gioventù. Si erano riuniti dopo l'anno trascorso tra studi e impegni, ormai quasi tutti trasferitisi nelle città. C'erano le amiche con cui aveva trascorso l'infanzia, c'erano gli amici maschi che non le avevano mai dato tregua, c'era il suo amico del cuore.
La Famiglia, in particolare la zia materna - baronessa ed erede unica -, le aveva da sempre impartito l'alta morale, il senso del pudore, almeno quello da tenere in pubblico. Non si era mai concessa, nemmeno in quegli ambìti giochi in cui una bottiglia rotolava con l'occasione di un fugace bacio a labbra serrate.
Quella sera era diversa, in convento le avevano riferito di così tante meraviglie che il solletico le era passato dalle abili mani alla testa, in mezzo alle cosce. Non si sarebbe concessa la prima volta a chiunque, più per lo scandalo (quello della zia) che per il suo ego.
Col suo amico del cuore si perdevano da qualche anno in teneri abbracci, sempre all'ombra degli anfratti di mare, lontani dai locali chiassosi e da sguardi indiscreti. Nulla di male, nessuno poteva obiettare e la sua Famiglia rimaneva sempre onorata agli occhi del paese.
Quella sera si ripetè il rituale; briosche con granita, quattro chiacchere seduti sul muretto, poi un piede leva l'altro sulla discesa basolata che portava a Cala della Siccia. Trovarono facilmente il sentiero che dalla battigia di sabbia fina portava agli scogli. Era il loro posto. Uno scoglio piatto, sottomesso, liscio, levigato da millenni d'acqua di mare e vento. Tra pochi minuti il mare si sarebbe fatto sentire, solleticando i loro piedi nudi. Si stesero come sempre, si raccontarono i fatti dell'anno trascorso, le delusioni, le infatuazioni non corrisposte. Era cambiato qualcosa tra loro. Gli abbracci innocenti di appena un anno prima erano divenuti voglia di contatto, di sentirsi, di stringersi.
L'amico, forse da tempo immemore innamorato di Anna, sapeva che una relazione non era cosa, taceva; poteva nasconderla al paese ma non a se stesso. Anna era di famiglia buona, lui di comuni natali, la sua Famiglia non lo avrebbe mai accettato e non avrebbero avuto vita facile. Quell'innamoramento pudico si era già trasformato in desiderio di averla, di possederla.
Dal canto suo Anna in quell'abbraccio, seduta con lui dietro ad avvolgerla, percepiva una novità. Doveva essere il famoso paletto di cui si dicevano cose meravigliose tra le educande in monastero. Curiosa ed eccitata volse la mano dietro la schiena e volle saggiare quel bel disturbo che le creava desiderio. Lui comprese; d'altronde aveva avuto qualche esperienza, breve, a volte squallida, ma pur sempre esperienza rimaneva. Di quegli episodi ne aveva fatto cenno ad Anna qualche giorno prima, millantando grande maestria nel sesso; tutto faceva parte del piano.
Lei si sentì sicura, tranquilla di essere tra le mani dell'amico suo più fidato. Non era in cerca di una relazione, di un amore. Voleva rendere vere le proprie fantasie, doveva avere qualcosa di piccante da raccontare al suo rientro in monastero, rientro che non sarebbe avvenuto mai.
Anna si trovò con l'arnese in mano, era scomodo in quella posizione. Con sapiente calma e destrezza, pena la caduta in mare, si voltò; seduti di fronte, gambe incrociate, diedero inizio all'esplorazione dei corpi e dei sensi. In un gioco di io ti do e tu mi dai, per prima toccò ad Anna.
Slacciò il pantaloncino del suo amico, sfilò gli slip e restò imparpagnata. Il paletto si mostrava ai suoi occhi, per la prima volta lo vedeva. Glabro, tosto, col prepuzio quasi completamente chiuso. Alla base una rada peluria. Era bello pensò.
Lui aveva un sorriso malizioso, di quelli a labbra chiuse, carico d'attesa. Si mise con le mani appoggiate dietro, distendendosi lievemente.
In quella posizione Anna non potè che posare la sua mano leggera sul cazzo e provò a mettere in luce la cappella. Una smorfia leggera ma percettibile affiorò sul viso di lui, la guardava.
Lei memore di tutti i racconti che aveva appreso e maturato nei dettagli, si chinò tra le sue gambe. Aprì quella bocca che aveva usato solo per mangiare e per parlare, avvolse tutto il membro. Il sapore era buono, leggermente acidulo e sapido, ma buono. Ricordò che il pompino andava fatto con calma, molta saliva e passione. Così le avevano raccomandato. Era tesa, per la nuova esperienza, assorta misticamente nel donare piacere. Allo stesso tempo era a suo agio, al suo posto, col suo amico.
Iniziò a srotolare la pelle, a scendere giù fino a sentirlo riempire la sua bocca, quasi a soffocarla. Potè aprirlo tutto, facilmente; lo lasciò così, tutto in vista, fermato dalla sua mano alla base. Lentamente si ritraeva fino a sfiorare la cappella con le labbra. Si rese conto che le piaceva assai, forse più che donare piacere se lo procurava. Dopo una decina di affondi diede spazio all'improvvisazione, si sentiva a suo agio, si sentiva zoccola. Con la lingua, piatta e aperta avvolse la cappella, come fosse il suo cono gelato preferito. Preferiva ruotare tutta la testa mantenendo ferma la lingua; poi scendeva nuovamente ad avvolgere tutto il cazzo, lo riempiva di saliva, risaliva risucchiando, faceva cadere la stessa saliva non appena terminato il glande. A quel ritmo regolare il massaggio di bocca sarebbe durato poco ma lei voleva assaporare quel nettare tanto atteso.
Nell'aria la salsedine, qualche urlo di ragazzini intenti a tirare calci ad un pallone, i primi rumori dei locali, i primi suoni dell'estate.
Anna si rese conto che tra le sue cosce si era formato un lago, caldo, già conosciuto durante le esplorazioni che usava procurarsi prima di addormentarsi, stimolata da quei racconti sussurrati nella camerata. Si sentiva prudere le labbra, sentiva un fluido che le scendeva lento e impassibile, la solleticava per poi fare una pozza umida nel buco del culo. Intenta a proseguire quel suo meraviglioso e primo pompino non si rese conto che lui la guardava, ora, quasi intimorito, con gli occhi socchiusi, carichi di piacere ma dubbiosi.
Dove aveva appreso quell'arte fina di donare il piacere?
Aveva fatto esperienze che a lui non aveva raccontato o era una dote innata?
Lui si stupiva di quanto stesse godendo, le stava succhiando l'anima. Lo portava quasi li sul venire per poi dopo quietarlo: stava impazzendo. Non resisteva più, voleva sfondarla, farla sua, depositarle dentro tutto se stesso.
La fermò.
Anna si stupì, pensava che stesse andando bene.
Lui la tirò a se, lei sopra. Si scambiarono un bacio carico di passione, non come quello dell'anno prima che era stato quasi fraterno. Questa volta le lingue si cercavano, mulinavano, strisciavano tra i denti per poi entrare prepotenti. Anna era sconvolta, sentiva la minchia, ormai libera e dura come il marmo, strusciarsi proprio sul suo sesso.
Era un punto di non ritorno, lo avrebbero fatto.
In convento le sapienti educande, di navigata esperienza, le avevano spiegato per filo e per segno come affrontare il mare in tempesta. Rimanere illibate pur concedendosi ai piaceri della carne. Avevano illustrato le loro misfatte, di come con il giusto coinvolgimento e le giuste mosse si poteva accogliere il paletto nel buco più stretto. In tal caso non sarebbe stata violata la sacra verginità, da riservare allo sposo.

Lui rimase stupito quando Anna si sfilò il vestitino di cotone leggero, a righe bianche e verdi, un po' marinaro. Metteva in risalto tutte le sue forme, il culetto sodo e alto, le tette, una terza abbondante ad occhio, che anche senza alcun supporto restavano ferme e marmoree.
Gli lanciò il vestitino, rimase nuda, sotto la luna, unica testimone di quell'amplesso. Prese al volo il vestitino e non potè non notare l'umidità sulla parte bassa; pensò che qualche lieve onda di quel mare calmo l'avesse raggiunta.
Lui rimase prima sulle braccia, poi la vide calarsi, si stese dando ancora più risalto al paletto. Anna si portò due dita alla bocca, pose con eleganza uno sputo di saliva, si diresse tra le cosce e iniziò a stuzzicare il suo ano.
Lui ancora non aveva capito proprio nulla, altro che esperienze da bordello, altro che maestria; lei lo stava educando ai piaceri più misteriosi. Anna si mise in ginocchio, a cavallo. Prese il suo cazzo in mano; poi si ritrasse per un attimo e riprese a leccarlo, avendo cura di insalivarlo bene. Si rimise a cavallo e lo portò a strusciarsi in un lento e pressante movimento che partiva dal clitoride, per sfiorare le labbra, poi scivolare lungo il perineo e, infine, massaggiare il buchetto. Lui non aveva ricevuto mai un trattamento tale.
Ad ogni passata Anna si soffermava sempre più sul culo, si fermava spingengo un po' e inarcando la schiena. Sentiva sempre più forte quel calore, quella voglia che non la abbandonava. Sentiva l'ano dischiudersi sempre di più ad ogni fermata. Sentiva la cappella umida e pulsante; lui aveva finalmente capito il gioco e la assecondava con leggere spinte.
Fu dentro, scivolò tutto d'un colpo. Meraviglioso, la riempiva tutta, altro che quelle due dita conosciute: ora aveva il suo primo cazzo dentro. Lui non capì nemmeno in quale posto era finito. Sentiva il calore, era completamente avvolto. Istintivamente iniziò a pompare,
aiutandosi con tutti i muscoli della schiena e delle gambe. Lei lo cavalcava a smorzacandela. Se lo gustava tutto, con movimenti regolari e profondi.
Non capirono la conclusione del momento, lui spaventato dalle conseguenze di una venuta nel profondo; lei eccitata da quella situazione. Anna sentì distinto il primo fiotto, era tutta larga e bagnata, ma avvertì l'ingrossarsi, il mutare del lago che aveva dentro. Un calore le partì da dentro, sentiva il suo sesso aperto, il solletico che partiva dall'alluce per arrivare alla schiena come un prurito da grattare. La testa vuota, la mente piena di piacere, si sentì libera di urlare la sua gioia, di gridare al vento i gemiti e le parole più sconce che aveva a volte pensato, ma non aveva mai osato pronunciare.
La musica proveniva a volume sostenuto dai locali sul mare, le onde di suono arrivavano li fra li scogli e impattavano sulle onde di mare, ora un pò più grosso. Nessuno li avrebbe sentiti; erano soli a godersi l'uno con l'altro.
Erano rimasti così; lei si distese sul suo petto, gli spiegò con le parole che le donne non avevano un solo buco, lui fu felice.

L'estate era appena iniziata, Anna fu risoluta nel navigare quasi ogni sera; si tolse ogni capriccio, seppe incrociare ogni sguardo di desiderio, seppe tenere tutti i suoi amanti a bada. Il paese sapeva, la Famiglia faceva finta di non sapere, qualche altro non lo sapeva proprio, la zia - per carità! - nemmeno.
Solo il suo amico del cuore rimase tale, fu la prima e l'unica volta. D'altronde non potevano avere una relazione, vuoi per il differente stato
sociale, vuoi per il desiderio di Anna di andare ogni giorno per un mare diverso, vuoi per l'inflessibile amore dell'amico che non poteva accettare una compagna da condividere.
Glielo doveva dire?

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