La cugina milanese-sesta parte

Scritto da , il 2019-07-10, genere incesti

La cugina milanese-parte sesta

Quando mio padre rientrò dal lavoro, tutto era tornato al proprio posto; avevamo rifatto il letto cambiando le lenzuola visto che in quello di sotto c’era una chiazza vistosa; passai lo straccio sul pavimento del bagno, su quello del corridoio ed in camera, poi con occhio critico, ispezionai il tutto: era tutto a posto, niente poteva far sospettare quanto era ccaduto.
Al suo rientro, aggiornai mio padre sulle novità: lui era rimasto alla prima telefonata, quella di suo cognato Michele, poi era uscito per andare a lavorare; non prese bene quella che riguardava Roby: ce ne accorgemmo perché aggredì la ruota selettrice come se volesse spaccarla; all’altro capo della cornetta, mia madre iniziò col dirgli che la minaccia d’aborto era scongiurata, ma non la lasciò nemmeno finire (a lui, come oramai aveva ripetuto a mia madre in tanti dei loro litigi, non importava nulla di quell’idiota di sua cognata , e meno ancora del becco che l’aveva sposata, a lui interessava cosa stesse combinando Roby, la unica vera sola luce dei suoi occhi)..
“Com’è che non torna a casa?!” la aggedì facendoci trasalire di scatto; con un movimento perentorio della testa ci indicò di lasciarlo da solo, la mano con cui gesticolava, la accostò alla cornetta per evitare che sentissimo quello che diceva; oh torto collo, io e Giulia andammo in soggiorno: lei si mise seduta e stette in silenzio, io, restai in piedi con l’orecchio teso a quel che succedeva in corridoio; il rumore della cornetta sbattuta con forza sul suo supporto per chiudere la conversazione, mi disse che non s’erano lasciati bene, ed il rumore dei suoi passi furiosi diretti in bagno, ribadì, qualora non l’avessi capito, che era furioso; noi due ci guardammo: la sua occhiata chiedeva cosa stesse succedendo, la smorfia che feci le disse che era normale amministrazione..
“Beh, non proprio, però !” rimuginai; solitamente, quando lui era nervoso, io ero in ansia, non sapevo cosa fare, dove andare, in quel momento, al contrario, mi sentivo calmo, tranquillo, sicuro di me, e per la prima volta, trovai eccessivo, ridicolo e ingiustificato quel suo atteggiamento da eterno spauracchio col quale affrontava le contrarietà..
Mi chiesi perché e, istintivamente guardai lei e capii, ed i suoi occhi mi guardarono come se mi leggessero dentro..
Dopo la doccia, visibilmente più rilassato, senza che glielo chiedessimo, ci dette la versione ufficiale, chiaramente concordata con mia madre, secondo cui, Gianni sarebbe tornato a casa per cena, e Roby invece, avrebbe dormito dalla sua amica..
Realizzai che, contrariamente a quanto succedeva di solito, invece di fare, come suo solito, fuoco e fiamme, aveva dovuto fare buon viso.. per via della nipote ospite: immaginai mia madre che gli diceva di soprassedere, di pensare al decoro, e lui che, in preda al furore, mandava al diavolo chiunque -fosse pure la sua “venerata” mamma!- e poi ancora tira e molla.. fino poi a capitolare, e venire a più miti consigli; in un attimo apprezzai per intero l’immane fatica che mia madre s’era caricata sulle spalle, sposando quest’uomo egoista e stupido, e mi ripromisi che mai, nemmeno per un attimo gli avrei assomigliato..
Tutto sommato, complice anche la doccia che contribuì a rilassarlo, e si dimostrò, se non proprio felice, almeno un po’ più accomodante: sorridendo, si sedette e, menò una pacca a mano aperta sul tavolino; forse voleva solo attirare l’attenzione, ma lei trasalì..
“Giulia..?”.. lei restituì l’occhiata dello zio incassando il collo nelle spalle..
“Dimmi zio!” balbettò in apnea, un impercettibile tremolio nella voce..
“Ti piace la pizza?” le domandò lui..(a me sembrò dolcetto o scherzetto)
“Tantissimo, zio!” rispose, mollando istantaneamente il bordo del tavolino a cui s’era aggrappata con un riflesso istintivo, un evidente sospiro di sollievo in sincrono col mio..
“Allora vai a prepararti!” concesse con un gesto magnanimo..
Mio padre che offriva la pizza!! Evento da scolpire su una lapide a memoria imperitura nei secoli dei secoli..
Incredulo, ammiccai e Giulia rise sollevata, con lo sguardo di chi è appena scampato ad un pericolo..
In macchina, seduto a fianco di Giulia, le dette le indicazioni per arrivare a casa di mia zia e recuperare Gianni la peste, che trovammo in giardino, mentre cercava di catturare Spettro, l’adorato gatto nero di mia zia che, privo della naturale protezione offerta dalla padrona, controllava con gli occhi di fuori quel teppista che, nel tentativo di farlo cadere, scuoteva come un forsennato il pero sul quale s’era rifugiato..
L’occhiata di mio padre lo congelò e Gianni, sentendosi a sua volta in trappola -questo fu davvero comico da vedere!- fece lo stesso sguardo terrorizzato del gatto in precario equilibrio sul ramo, e accettò quasi con sollievo, l’inevitabile scappellotto che il padre gli somministrò tra capo e collo; non smentì la sua perfidia nemmeno stavolta: mentre cercava inutilmente di schivare la sberla, controllò in quale direzione fosse sfuggito il gatto per fargli la festa non appena possibile.
Ci venne ad aprire mio zio che facendosi di lato, ci fece passare in salotto: passò per mio padre, poi Giulia, ma quando feci per passare io, che ero immediatamente dietro, lui, con una mossa repentina, si frappose, mi scansò con un colpo d’anca e cinse lei col braccio sul fianco; la cosa mi mise sull’avviso e, senza darlo a vedere sorvegliai i suoi maneggi e mi accorsi che, lo zio Michele, seppur in ansia per il momento contingente -da dieci anni cercavano di avere un erede- non mancò di esternare il suo vivo apprezzamento per la nipote: notai con stizza, quanto indugiò con quel braccio poggiato a mano aperta in fondo alla schiena di mia cugina, contai pure i baci -ben tre- che le scoccò sulle guance, vicino -troppo vicino- all’angolo della bocca, quando mio padre gliela presentò formalmente, e lo detestai tantissimo..
“Carletto?” mi chiese, tutto sollecito -odiavo essere chiamato Carletto.. “.. hai caldo?”
L’occhiata di puro odio che gli scoccai in risposta, lo lasciò interdetto..
“Meglio se andiamo di là!” borbottò, avviandosi per il corridoio che conduceva in camera, e noi dietro in fila indiana dietro a lui, per primi mio padre, con Gianni per mano, poi Giulia, ed io che, non visto, a mo’ di rivincita, approfittai per infilarle una mano sotto la minigonna e palparle insistentemente le natiche; lei, da parte suo, allungò una mano dietro e lisciò la patta che si gonfiò istantaneamente; prima di entrare in camera, indugiò
sulla porta perché le finissi contro la schiena, e lei ne approfittò per strusciarmi il sedere addosso: non avevo la benché minima ragione d’essere geloso!
Mia zia, che magra non era di certo, dopo 8 mesi di gestazione era enorme, si torceva le mani, piangeva, smetteva, ripiangeva: andai vicino per baciarla, respirando con la bocca per non sentire il misto di borotalco, sudore e odore di caramella che era il suo caratteristico e che non c’era volta che non mi inducesse un conato di vomito; mia madre, che era seduta di lato, ne approfittò per stringermi il polso senza che mio padre la vedesse. Giulia la baciò su entrambe le guance, e mia zia si mise a piangere; mio padre e mia madre a malapena si salutarono, poi lei si scusò con Giulia..
“Avrei voluto passare più tempo con te..” le disse, tenendole le mani..
“Non è colpa tua Zia! fece la nipote, stringendogliele a sua volta; “.. c’è Carlo che mi fa compagnia!” Mi guardarono insieme, ciascuna con uno sguardo diverso, mia madre guardò sua sorella che un po’ rideva e un po’ piangeva..
“Non è un tesoro?! aggiunse, indicando Giulia, e mia zia si affrettò ad annuire, poi cominciò a singhiozzare senza freni e mia madre, con lo sguardo ci pregò di andare.Gianni, da par suo, approfittò di quell’attimo di disattenzione di mio padre, per sgattaiolare in giardino; se ne accorse solo dopo i saluti, e lo ripescò mentre stava roteando Spettro, tenendolo per la coda: quando il manigoldo s’accorse che mio padre era vicino ad agguantarlo, lasciò andare il gatto che, fortunatamente, dopo un volo di qualche metro, atterrò sopra un’aiuola di fiori. Io e Giulia, in attesa vicino alla 500, li vedemmo percorrere il vialetto: mio padre teneva Gianni per un orecchio, e con l’altra mano lo riempiva di sberle.
In pizzeria le cose filarono lisce; il cibo era l’unico argomento capace di tenere calamitato mio fratello, e lì poteva strafogarsi; guardandolo abbuffarsi capii il motivo di tutto quello straordinario dinamismo: doveva bruciare, consumare, utilizzare ogni stilla di energia, doveva muoversi, ed in quel caso, con il resto del corpo bloccato, l’unica cosa che poteva muovere erano le mascelle.. e le mosse!
Nel tempo in cui noialtri tre mangiammo un po’ di insalata di mare ed una margherita, lui si sbafò una scodella di patatine fritte, un calzone ed un paio di supplì, che ingurgitò insieme a due barattoli di Coca-cola; io, che conoscevo bene di cosa fosse capace, lo ignorai disgustato, Giulia invece lo osservò affascinata, come si guarda un gorilla allo zoo..
“Non rischia di sentirsi male?” mi chiese, sottovoce..
“Chi, lui?” feci io, scuotendo scettico la testa.. “.. vedrai, che appena a casa va subito al frigo per vedere se c’è qualche avanzo!”
“Guarda Carlo, guarda!” mi toccò il braccio per mostrarmi quello che Gianni si stava accingendo a fare..
Dopo aver trangugiato in due morsi il secondo supplì, con ancora la bocca piena di carne e riso, afferrò la lattina di Coca-cola piena a metà e se la scolò a garganella, quindi accartocciò la lattina vuota e non la gettò con noncuranza nel piatto che aveva davanti, poi cominciò a massaggiarsi la pancia con le mani aperte; consapevole di cosa volesse fare -il cialtrone stava ultimando il conto alla rovescia prima di lanciare un poderoso rutto- feci per chiamare mio padre, ma lui, che per tutto il tempo era rimasto perso nelle sue tortuosità, s’era riscosso al rumore della lattina accartocciata..
“Non ti azzardare!” sibilò
Il lestofante si trovò costretto a obbedire: troppo rischioso sfidare il padre quando aveva quello sguardo feroce, perciò chiuse la bocca per abortire il rutto, ma la massa d’aria, propiziata dal massaggio, aveva già fatto una parte di strada, e continuò a premere spingendo tutto quel che trovava nel suo percorso, e quello che era cominciato come un rutto, si trasformò in un letale conato di vomito.. e Gianni, su quel tavolino vomitò tutto: le patatine, il calzone, i due supplì, che mescolati con la bevanda gassata, erano diventati un geyser sfrigolante che inondò il tavolino di formica e poi, lento e inesorabile, gocciolò sul pavimento..
Io e Giulia, con uno scatto istintivo riuscimmo a scostarci quel che bastava a non essere coinvolti negli schizzi fetidi, mio padre, che gli sedeva invece di fronte, e che, proprio un attimo prima, s’era sporto in avanti per fargli gli occhi feroci, si beccò il lancio in pieno sulla Lacoste immacolata..
Il viaggio di ritorno, mio padre sedette accanto a me, perché lo stolto aveva bisogno d’aria, ed il cinquino dietro aveva i vetri fissi; come fu, come non fu, mio padre riuscì a reprimere l’impulso di strozzarlo e, durante il viaggio di ritorno, ironizzò parecchio sull’odore che aveva addosso e che gli aveva attirato addosso gli sguardi di tutti, e sullo sconto che la padrona, per -disse lei- lenire il dispiacere, aveva praticato sulla somma da pagare..
A casa, lui da una parte e io dall’altra, sostenemmo Gianni fino alla doccia, poi pensò lui a spogliarlo, a fargli la doccia, a metterlo già dormiente a letto.
Mentre lui e Gianni erano in bagno, io e Giulia prendemmo una sdraio per ciascuno, e ci sedemmo accanto: avevo un tumulto dentro e volevo parlarne..
“Che c’è, Carlo?..” una domanda semplice semplice..
“Giulia, Giulia, Giulia..” sentii il pianto che voleva prendere il sopravvento, feci uno sforzo, riuscii a ricacciarlo indietro..
“.. ma tutto questo domani finirà?” a malapena riuscii a dirlo, poi cominciai a singhiozzare..
“Carlo..” fece lei “cerca di calmarti!” guardò cosa succedeva in casa: vide mio padre che, sulla soglia ci cercava..
“Vado a dirgli che siamo qui! Non voglio che ti veda piangere! disse e s’avviò.
Non fece storie e ci lasciò in pace.
“Cosa gli hai detto?” le domandai, ben sapendo quanto fosse inconcepibile per la sua mentalità retrograda che un maschio ed una femmina stessero da soli al buio..
“Gli ho detto che, prima di andare a dormire deve assolutamente telefonare a Roby!”
“..E lui?” domandai io, sorpreso..
“Ha detto grazie per averglielo ricordato”
Ovviamente scoppiai a ridere, poi svuotai il sacco, le dissi dell’antipatia istintiva che avevo provato nei suoi confronti, le dissi della sensazione provata quando mi aveva abbracciato e stretto a se, le raccontai che m’ero accorto di piacerle e che anche lei mi piaceva tanto da occupare tutti i miei pensieri; le dissi che, dopo averle toccato la fica, niente era più come prima, che ero perennemente eccitato, e che dopo che ero venuto nella sua bocca, mi pareva di vivere in una bolla di sapone, meravigliosa e fragile..
Lei ascoltò in silenzio, non disse niente, con le braccia strette al corpo, dava la sensazione di voler trattenere tutto a se, come se avesse paura di perderlo
“Allora per te, è stato solo sesso?” Mi chiese.. ma come se fosse lontana..
“Nooooo..nooooo..nooo” protestai, trattenendo la voce per non farmi sentire altro che da lei, ma sentii che non l’avevo convinta, la strattonai, ma si lasciò strattonare come se non le importasse..
“Quando t’ho raccontato di essere felice con te, m’hai risposto “e allora?!” mi disse, ma senza animosità, semmai sembrò triste..
“Vero!” ammisi, ma subito aggiunsi .. “ma è stato prima!”
Con la coda dell’occhio vidi che uscì dal suo torpore e mi guardò..
“Prima di cosa?” chiese.. e c’era interesse ora..
“Prima che facessimo l’amore!” le risposi senza nessuna incertezza..
La impressionai, me ne accorsi perché sciolse le braccia, le distese parallele al corpo, come se aspettasse di essere presa..
“.. E, quando è successo?” chiese in un soffio, appoggiando entrambe le mani sull’inguine..
“.. quando ti ho portato in braccio fino al letto! Eri la mia bambina, la mia donna, io ero il tuo uomo! Hai avuto un orgasmo così forte che ho pensato ad un attacco di cuore, ed è successo perché sapevi che mi ero reso conto di essere innamorato!” Era la verità..
La casa era buia, anche la luce in corridoio era stata spenta da un po’: mio padre, dopo una lunga telefonata a sua figlia, se n’era andato a dormire, forse s’era addirvi dimenticato di noi due; come se fosse la cosa più naturale del mondo, con un gesto elegante, Giulia si tolse le mutande, si mise a sedere sulle mie ginocchia e, senza incertezze slaccio i bottoni dei calzoncini, tirò fuori il mio cazzo in attesa, lo scappellò, lo guardò rilucere alla luce della luna, lo baciò a fior di labbra, poi lo posizionò in verticale tenendolo con le ditta avvolte intorno alla base e, con un rapido movimento, lo fece sparire nella sua fica bagnata; Giulia mi scopò con un ritmo lento, metodico, senza darmi nemmeno un bacio, mi guardò senza distogliere nemmeno per un attimo lo sguardo, mi scopò così perché da una parte c’era il suo cuore che, dall’altra, aveva trovato il mio.

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