La cugina milanese-parte quarta

Scritto da , il 2019-07-08, genere incesti

La cugina milanese-parte quarta

“Siiiiii... cosiii...daiii ..”
“Carlo.. Carlo.. sveglia!” Proprio sul più bello.. mia madre mi strattonò per una spalla e mi svegliò! Sicuramente non le sfuggì il “pennone”, più che evidente, anche sotto le lenzuola, ne io, non ancora del tutto sveglio, pensai pudicamente di coprirlo..
Lo sguardo che mi dette, scarruffandomi il ciuffo ribelle, era uno di quelli tipo “Beata gioventù!”, un misto di dolcezza, malinconia, memorie perdute..
“Alzati dai, Giulia è in soggiorno! Sta aspettando te per fare colazione!” si raccomandò, il tono era quello affettuoso di sempre: stavo crescendo, doveva farsene una ragione!
“Gianni?!” domandai.. il letto accanto era vuoto..
“Quello?!” fece lei, gli occhi al cielo..”..È in piedi già da un’ora.. !
Era bello veder gesticolare mia madre.. prima le mani appoggiate sui fianchi, poi agitate per aria e, infine una leggermente più in alto dell’altra per esprimere l’incertezza..
“Chissà dov’è a fare danno?!” E, prima di uscire, l’ultima raccomandazione..
“Sbrigati!”..
Sapone, strofinare bene, anche le orecchie, dentifricio, spazzolino.. almeno tre minuti.. avanti e indietro, sopra e sotto, interno esterno.. sciacquare bene.. sputare.. la solita routine, pallosa, odiosa, insopportabile.. ma necessaria, tutte le mattine sempre uguale, eppure, quella mattina, diversa da tutte le altre..
Intanto c’era lui, non completamente dritto, ma comunque ben visibile -lei l’avrebbe sicuramente notato!- già umidiccio sulla punta.. e poi quel continuo piacevole formicolio che non voleva saperne di smettere.. era snervante..era piacevole.. era piacevolmente snervante.. snervantemente piacevole .. insomma: c’era!
Poi, c’era quello lì, l’altro lui, quello riflesso nello specchio che lo guardava: era allegro, gli ridevano gli occhi.. a dire i vero, era proprio tutto il viso che rideva senza però ridere e, non lo vedeva riflesso nel piccolo specchio incassato sopra al lavabo, ma era tutto il corpo a ridere..
Entrai in soggiorno, lei era già seduta, le misi la mano sulla spalla, e lei la coprì con la sua..
“Hey” dissi sottovoce - tra tutti quelli disponibili, d’istinto mi venne quello, una reminiscenza di qualche film di due innamorati, visto in TV..
“Heylà” la risposta di lei che mi guardò, con gli occhi lucidi annegati nei miei
“Tutto bene?”
“A meraviglia!.. e tu?”
“Fantastico!.. dormito bene?”
“Come un sasso!”
“Pure io!”
“Giulia, cosa bevi la mattina” domandò mia madre dal cucinotto..
“Caffè, zia, grazie!” la risposta; sicura di non essere vista, fece un rapido spostamento col busto e mi scoccò un bacio leggero, solo la guancia sfiorata di sfuggita, ma bastò -quello ed il suo profumo- per farmelo venire duro. A scopo precauzionale, mi coprii con un lembo della tovaglia e guardai lei in tralice: le mani senza posa, muoveva di continuo le posate, anche lei aveva la mia stessa voglia..
“Ecco qua..” mia madre poggiò il vassoio col bricco del latte e quello del caffè al centro della tavola apparecchiata..
“Roby è uscita mezz’ora fa..” mia madre lo disse piegando le labbra in una smorfia, la spia della sua tensione..“pranza a casa di un’amica!”
Versò il caffè nella tazza di Giulia, che scambiò con lei uno sguardo di comprensione..
“Gianni invece, l’ho già detto a Carlo, è fuori a caccia di lucertole con la sua ghenga,,”
Poi, versando il caffè nella mia, mi guardò con quel suo sopracciglio alzato, quello indagatore della serie “la mamma deve sapere”..
“Voi due che programmi avete?”
“Mamma!” e buttai là in malo modo il cucchiaino.. “..di che t’impicci?!” le risposi in tono spazientito..
“Ho solo fatto una domanda!” replicò lei in tono piccato..
“Si.. le conosco le tue domande!”.. ribattei esasperato, al che lei girò la testa di lato e serrò le labbra, il suo modo tipico per segnalare che l’avevo offesa; per non darle soddisfazione, presi il bricco del latte, ne versai una quantità nella mia tazza dove lei aveva già versato il caffè, aggiunsi lo zucchero e mescolai, poi spezzettai una fetta di pane nel miscuglio e cominciai a mangiare, ignorandola in modo ostentato.
Giulia, che non doveva essere digiuna di queste situazioni, durante tutto il battibecco non fiatò, poi, quando io cominciai a mangiare..
“Zia..” la chiamò..”..andiamo al mare!”
Lei fece solo un breve cenno del capo, poi, solenne come una regina se ne tornò nel cucinotto, e a me, anche se ci avevo messo quattro cucchiaini di zucchero, il caffellatte sembrò amaro..
“Carlo?” mi chiamò Giulia... dispiaciuto per l’episodio con mamma a colazione, ero immerso nelle mie amare riflessioni, e non mi ero nemmeno accorto che eravamo fermi..
“Destra o sinistra?”
“Boh!” risposi io, guardandola, poi scoppiammo a ridere, così , senza motivo, solo perché c’eravamo persi.
Finita in fretta e furia la colazione, Giulia aveva infilato il bikini nella sacca, mi aveva detto di prendere il costume,i teli da mare, un po’ di frutta..ed in men che non si dica eravamo partiti, occhieggiando per vedere i cartelli che indicavano le località balneari; non che fosse difficile, c’era una strada sola che andava in direzione del mare, il difficile era, semmai, orientarsi nelle stradine di campagna che portavano alle pinete, alle spiaggette meno frequentate..
Scesi di macchina per veder se ci fosse un punto conosciuto da prendere come riferimento, e nel contempo scese pure lei; tutt’e due col naso all’aria per cercare qualcosa, finimmo per sbattere l’uno nell’altra: era adorabile con quel capello di paglia con un nastro rosso, gli occhiali tondi rosso ciliegia, il prendisole bianco con le enormi ciliegie stampate, gli zoccoletti neri con la fascia rossa, il rossetto (ovviamente rosso ciliegia); ci ritrovammo stretti, le mani frenetiche, le bocche incollate e.. BEEEP BEEEP.. un claxon;
“Beata gioventù!” esclamò l’uomo alla guida di un trattore che, già da solo occupava tre quarti dello stretto stradello di campagna, e che aveva pure, attaccato sul retro, un aggeggio ingombrante, tutto ingranaggi e lame, che sporgeva mezzo metro da entrambi i lati..
“Con tutto il posto che c’è..” le braccia aperte indicarono la vastità circostante, poi le riunì in direzione della 500 ferma, scrollò più volte la testa, e concluse sconsolato..
”..proprio qui vi dovevate fermare?!”
Come due ladri colti in fallo, dopo avere chiesto mille volte scusa, risalimmo in macchina e via a sinistra come razzi; fatto un chilometro, lei rallentò e mi guardò..
“Sai Carlo...quel contadino non aveva poi mica tutti i torti.. guarda un po’ laggiù!” Indicò un boschetto, a circa duecento metri sulla destra.. “.. ti piace?”
Non aspettò la conferma, non ce n’era bisogno: sapeva che continuavo ad avercelo duro come appena sveglio, era rimasto duro anche dopo che quel contadino ci aveva sorpresi, ed ora, mi stava praticamente per esplodere nei pantaloncini; percorse a razzo quei duecento metri di viottolo, tanto che strusciò (fortunatamente su un sasso piatto , e perciò non la bucò) pure la coppa dell’olio, e arrivammo nel boschetto; accostò accanto ad un grosso albero, io agguantai i teli e, mano nella mano, ci spostammo nell’interno..
C’era uno stagno circondato dagli alberi, adocchiai un piccolo spiazzo coperto di tenera erba.. “È lui!” mi dissi e stendemmo i due teli, lei scalciò gli zoccoletti da un lato, io lanciai le mie infradito nell’altro; ci baciammo con i corpi piegati in avanti per poterci intanto spogliare; ferocemente, quasi mordendoci, leccandoci le labbra, le guance, il mento, scambiandoci la saliva, con le mani occupate, le sue a sbottonare rabbiosamente il prendisole, mentre io mi divincolavo per liberarmi della maglietta che volò accanto alle ciabatte; nel tentativo, goffo, di togliermi i pantaloncini, in precario equilibrio su una gamba sola, finii seduto sul telo, la guardai crollare sulle ginocchia e ridere istericamente; aveva gli occhiali sul naso, il cappello di paglia in testa, il reggiseno slacciato che pendeva dai lacci, e i due minuscoli seni, erano completamente esposti; lo slip aveva una enorme macchia umida che, aderendo all’inguine, mostrava il taglio della fica; intrappolato nei calzoncini che si erano aggrovigliati alle ginocchia, cercavo inutilmente di liberarmi, ondeggiando sulla schiena come un ragno rovesciato che cerca di recuperare la posizione normale; con tutti questi movimenti, i boxer mi si erano abbassati, avevo il cazzo eretto, completamente esposto, ed in quella strana posa ad arco, pareva puntare proprio alla mia stessa faccia; quando lei lo vide lo indicò col dito..
“Vuoi succhiartelo da solo?” mi chiese, poi cominciò a sghignazzare tenendosi la pancia con le mani..
“Muoio!” singhiozzò, prima di crollare distesa..
Quando finalmente riuscii a sfilarmi i pantaloncini ed i boxer, mi tirò accanto a se, piazzandomi le palme aperte sul petto, mi fece appoggiare la schiena a terra, poi si sedette sulla mia pancia, mi prese il viso tra le sue mani e mi guardò..
“Tu mi stai facendo impazzire!” mi disse, con una voce calda, dolce; un filo di saliva colò dalle sua labbra sulle mie, lei lo guardò colare, spandersi, ne fece colare altra e la leccò via con la lingua, ne colò ancora un po’, e la rileccò via e, finalmente incollò la sua bocca alla mia, roteò la sua lingua, scavò nella mia bocca come se lei fosse la fiamma, ed io un pezzo da rendere incandescente, e quando raggiunsi il punto che voleva, staccò la sua bocca dalla mia e cominciò a leccare i miei capezzoli, poi l’ombelico, infine il cazzo; con la punta della lingua indugiò sul meato, poi passò al frenulo, palpò con la mano i testicoli per capire quanto margine avessi prima di venire, sentì che erano morbidi e sorrise lasciva..
“Carlo, preparati, ora ti scopo a morte” disse, come se prendesse un impegno solenne;
la guardai affascinato, impugnare alla base il mio cazzo, fare una mezza rotazione per portare una coscia a cavalcioni e posizionare la sua fica in direzione del mio cazzo, poi con l’indice a gancio scansò il cavallo delle mutande, abboccò la punta alla fessura e si impalò..
“Carlo, hai un cazzo favoloso!” gorgogliò, con la fica che si contraeva per l’orgasmo incombente
“.. il cazzo giusto per la mia fica!”l’ultima vocale diventò il primo lamento del suo orgasmo, e per inseguirlo, e portarlo al suo apice, lei lo sbatacchiò senza pietà, battendogli i pugni sul petto, schiaffeggiandolo, sputandogli in faccia per poi leccare via quello che aveva sputato fino a quando gridò, e quello fu il segnale per godere anche lui, una colata che eruttò tutta nella sua fica, lanciando un urlo disumano, liberatorio..
Impiegammo un po’ per tornare al battito normale, al respiro consueto..
“Ho fame!” dissi; il gorgoglio che sentivo nello stomaco era lo stesso che sentiva lei..
“Dobbiamo mangiare!” disse lei mettendosi seduta; recuperò il reggiseno, le mutandine erano zuppe, perciò decise di farne a meno e le infilò in un taschino interno della sacca..
“Hai il costume in borsa!” suggerii..
“Voglio stare con la fica all’aria!” motteggiò con una smorfia da bimba capricciosa che mi eccitò, lei se ne accorse e saltò in piedi com una molla..
“No, no, no..” strillò..”.. prima voglio assolutamente mangiare qualcosa!”
E si vestì in fretta, poi recuperò i pantaloncini e la maglietta e me li lanciò da lontano, e quando dopo essermi vestito, cercai di prenderla, lei si sedette al volante, e minacciò di lasciarmi a piedi..
“Giulia!” imploraii..”..abbiamo la frutta!
Senza nemmeno rispondermi, lei mise in moto e fece qualche metro, allora piegai alla meglio i teli, li poggiai sul sedile posteriore, mi sedetti
“Partenzaaa!” Urlò lei a voce piena
Il maggior tempo lo impiegammo per uscire da quel dedalo di stradine: il primo segnale che incrociammo ci informò che ci trovavamo all’interno del Parco del Circeo, a poca distanza da Sabaudia. Percorremmouna strada che si snodava tra il mare da una parte, e le dune di sabbia dall’altra; dalla parte delle dune una fila ininterrotta di auto parcheggiate; sulla spiaggia invece, si ammassavano i proprietari delle auto; fatti un paio di chilometri vedemmo una costruzione celeste dalla quale proveniva un profumo di frittura talmente intenso da rendere superflua l’insegna, una tavola grezza sospesa ad un arco d’ingresso in muratura, anche quello celeste, sulla quale, un Raffaello locale aveva scritto LA PARANZA.
Una donna anziana li accolse sulla porta, ci V ide sbattuti, affamati, assetati, ed immaginò immediatamente da cosa fossimo reduci, pensò che potevamo essere suoi nipoti e ci fece accomodare al volo, in un tavolino d’angolo..
“Qui nessuno vi darà fastidio, cocchi..”
e subito portò una bottiglia d’acqua minerale ghiacciata e una caraffa di vino; non avevamo finito di bere il primo bicchiere che già la frittura era in tavola; restò un minuto a coccolarci con lo sguardo, mentre la divoravamo lil cibo, poi, sparì tra i tavoli del locale strapieno..
Per finirla, quella montagna di roba, impiegammo una buona mezz’ora; era una delizia, di gamberi, moscardini, totani, pesciolini da mangiare con la lisca e tutto in un boccone,
intervallando con quel vinello ghiacciato che andava giù veloce..
Mentre beveva, la osservai mangiare: era uno spettacolo da immortalare; teneva un totano in una mano e un gambero nell’altra, e dava un morso a destra e uno a sinistra, e come finiva uno, ne pescava subito un’altro..
“Buona.. buonissima!” bofonchiava a bocca piena, con la bocca sporca della panatura..
e l’assoluta felicità in quel sorriso soddisfatto, carnale e, insieme sensuale;
“Carlo, perché non mangi?” la sentii chiedere, e mi riscossei: immerso in quelle riflessioni, ero tornato con la mente al boschetto, e m’ero imbambolato; la guardai: si era preoccupata per me; scrollai a testa, per tranquillizzarla
“Sono sazio, se ne mangio un altro, scoppio!”
Distolsi loo sguardo e non osai confessarle che, nel vederla così mi ero eccitato, e che avrei voluto metterla con la schiena su quel tavolino e scoparla selvaggiamente..
Lei riprese a mangiare, non c’era ragione per sprecare quella bontà che spazzolò fino all’ultima briciola poi, bevve troppo velocemente quell’acqua gassata che, le gorgoglio in gola e la fece ruttare; fece appena in tempo a mettere una mano davanti alla bocca, ma la sentiì distintamente e scoppiai a ridere fragorosamente; lei, dapprima arrossì perché si vergognò un pochino, poi, quando capì che ero felice che lo avesse fatto, cominciò a ridere pure lei, prima con la bocca e poi, con tutto il corpo; stavamo ancora ridendo quando la signora tornò al loro tavolo..
“Bravi cocchi, gente allegra il ciel l’aiuta” disse, poi rivolta a Giulia aggiunse ” ve lo porto un po’ di gelato?”
Io feci di no con la testa e allora Giulia pescò il borsello nella sacca e guardò la signora che fece il due con le dita; dal borsello Giulia sfilò due banconote da diecimila, la signora le prese, se le infilò nella scollatura, le fece una carezza e sparì.
“Dai Carlo, vai in macchina a prendere i costumi e i teli, ho voglia di sole, di mare, di te!”
mi disse appena usciti, ed io non me lo feci ripetere; per cambiarci andammo nella toilette che stava in una baracchino separata dal ristorante; la spiaggia, a pochi metri aspettava solo che noi arrivassimo.
“Non capisco cosa mi sta succedendo, Carlo!” me lo mormorò mentre eravamo stesi con la schiena al sole; lei aveva appoggiato il mento sulla mia spalla e mordicchiava il lobo dell’orecchio
“In che senso?” feci io..
“Sono felice, Carlo, felice di tutto, felice del minuto appena passato, felice di quello che deve ancora passare..”
“Ehhh..” tergiversai io.. “.. e allora?!”
Mi tappò la bocca con un bacio, e poi ancora un’altro, poi ridendo per nascondere le lacrime, aggiunse
“Allora nulla, sciocchino!”
Rapida come era apparsa, la nuvoletta si dileguò
“Le donne sono tutte uguali..” rimuginai “.. hanno una lacrimuccia sempre pronta!”
Dopo un paio d’ore entrammo in acqua; c’era una pedana per fare i tuffi, a circa duecento metri dalla riva; non c’era nessuno: per i bambini era troppo lontana, e gli adulti erano impegnati a digerire le lasagne; bastò un occhiata, ci tuffammo all’unisono e toccammo la scaletta nel solito istante..
“Niente male!” osservai piacevolmente sorpreso dalla sua performance..
“Moccioso, avevo il freno tirato per non perderti!” rintuzzò in tono di sfida..
“Sei fortunata che non c’è l’ambulanza per ripescarti se vai in collasso..” sparai grosso..
“Le chiacchiere stanno a zero!” rilanciò lei, e chiudendo ogni scappatoia, indicò un galleggiante, più o meno a 200 metri dalla pedana.. “.. alla boa e ritorno: chi perde paga pegno!
“Pegno?” feci io, in tono acido.. “.. che pegno?
“É il bello delle sfide: decide chi vince!” rispose lei serafica
Mal me ne incolse perché, senza nemmeno avvertirmi, si tuffò, ed io subito dietro; lasciò che la raggiungessi e cominciò la sfida che vinse con buoni 20 metri di distacco..
Stesi a riprendere fiato, cominciò a stuzzicare..
“La classe è classe moccioso” commentò sarcastica
“Dimmi piuttosto del pegno!” replicai io, aggressivo
“Ci sto pensando..” continua lei, evasiva
“Non ci pensare troppo!” feci una risatina di sufficienza..
“Vieni qui, scemo..”.. e qui, mi chiuse la bocca..
Cincischiammo per una mezz’oretta, il tempo sufficiente per assaggiare quella fica sempre generosa di umori, e mai sazia di baci, e farla godere: appiattiti sulla pedana, eravamo praticamente invisibili dalla spiaggia, e dopo esserle, a mia volta venuto in bocca mi tuffai in acqua e, lei dietro, raggiungemmo pigramente la riva, s’era fatta l’ora di rientrare (continua)

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