Schiava aziendale, p. 3

Scritto da , il 2016-10-26, genere dominazione

ATTENZIONE: Questo racconto contiene scene forti e in alcuni casi anche estreme di abuso, umiliazione, violenza, e sesso non consensuale. Non contiene vero e proprio "snuff"; ma a parte questo, c'è di tutto. Tutto ciò è inteso come fantasia e ovviamente l'autore non giustificherebbe queste pratiche nella vita reale - in nessun modo, grado, o circostanza. Si dà anche per scontato che chi legge sappia che il reale BDSM è un'altra cosa ed è basato sul consenso, come qualsiasi altra attività sessuale sana. Tra l'altro, alcune forme di violenza che appaiono nel racconto non sono descritte realisticamente né come pratica né come conseguenze, e non sarebbero accettabili nemmeno in un rapporto consensuale.

Diversi lettori hanno trovato questo racconto troppo forte per i loro gusti; quindi suggerisco a chi ritiene di poter essere urtato di astenersi dal leggere, scusandomi con chi l'ha fatto prima che inserissi questo avviso.

PS: Il racconto dovrebbe forse essere classificato sotto "sadomaso" e non "dominazione". Può darsi che eventuali puntate future siano pubblicate in quel genere.

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Passarono i giorni, e le settimane. Manuela cominciava ad abituarsi alla nuova routine e a trovare il modo di sopportarla. Depoulos le aveva imposto un vestiario via via più indecente, e Manuela aveva preso l’abitudine di fermarsi in un centro commerciale lungo la strada per cambiarsi, all’andata e al ritorno, in modo che la sua famiglia non si rendesse conto di quella trasformazione: delle gonne che diventavano sempre più corte, le autoreggenti che avevano sostituito i collant, i tacchi sempre più alti, le camicette e i top sempre più aderenti…

Ogni giorno si sedeva alla sua scrivania, e cercava di lavorare nonostante tutto, fino al momento in cui Depoulos la chiamava nel suo ufficio. E appena varcata quella porta, Manuela si arrendeva completamente, e si dedicava completamente al difficile compito di compiacere il suo padrone, annullandosi per lui. Era abituata a sollevarsi la gonna e slacciarsi la camicetta appena entrata, a spostarsi nell’ufficio a quattro zampe, a servirlo in ginocchio… a masturbarsi per lui, in silenzio in un angolo o strofinando il proprio sesso sulle scarpe del suo padrone… era abituata a ringraziarlo per ogni umiliazione, e anzi per ogni gesto, ringraziarlo quando la frustava, quando la penetrava, quando le concedeva di masturbarsi e quando glielo vietava.

E soprattutto, Manuela lo ringraziava quando lui le concedeva di bere il suo sperma, così da evitare la terribile punizione che Depoulos aveva ventilato all'inizio di quel rapporto. Nei primi tempi, Depoulos teneva Manuela quasi sempre sotto la scrivania, inginocchiata a succhiarlo, e finiva spesso per vernirle in bocca; in seguito si dimostrò meno interessato a questa pratica, e Manuela dovette fare più fatica per raggiungere la quota di tre “bevute” alla settimana. Doveva convincerlo, umiliandosi di propria spontanea volontà, strisciando ai suoi piedi, supplicandolo. Questa artificiale "dipendenza" di Manuela dallo sperma di Depoulos offrì all'uomo nuovi spunti per umiliarla. Alle volte le portava in dono preservativi usati delle proprie sessioni della sera prima (con la moglie o con una delle sue tante amanti) e la guardava bere avidamente fino all'ultima goccia; oppure, se le veniva dentro, le faceva raccogliere il proprio sperma con un cucchiaino... in una occasione si fece masturbare nella toilette, venne direttamente nel cesso, e "concesse" a Manuela di leccare lo sperma dalla tazza... A un certo punto istituì l'uso di un biberon, in cui a Manuela era concesso raccogliere il suo sperma per berlo la mattina dopo appena entrata in ufficio, per "colazione".

A parte Depoulos, Manuela non frequentava più nessun altro in ufficio. Non aveva mai avuto veri amici sul lavoro, e le sue “trasformazioni” nel look le avevano reso ancora più difficile avere rapporti coi colleghi. Quando si trovava a contatto con gli altri (in ascensore, nelle toilette, alla fotocopiatrice) finiva sempre per arrossire, abbassare gli occhi e ammutolire; se qualcuno le rivolgeva la parola, faceva fatica a rispondere, e lo faceva a monosillabi. Sentiva comunque i bisbigli e i risolini alle sue spalle, e da un certo momento in avanti percepì anche qualcos’altro, una forte ostilità che non le riuscì subito di decifrare. Scoprì solo col tempo di cosa si trattava. A quanto pare, qualcuno aveva messo in giro la voce che il suo “tradimento” dell’azienda a favore della famiglia Mauri avesse creato un grave danno economico alla società, e che proprio quel danno fosse la causa di un giro di licenziamenti e di casse integrazioni che era cominciato, in effetti, proprio poco dopo quell’episodio. Era stata anche messa in giro la voce che lei, che di quel danno era la responsabile, non poteva essere licenziata per imprecisati motivi “politici”. In realtà, le sue gonne corte, i tacchi alti, e quello strano biberon che qualcuno aveva visto pieno di due dita di “qualcosa” sulla sua scrivania un giorno in cui Manuela se lo era scordato… tutti questi indizi avevano alla fine condotto tutti alla conclusione che Manuela aveva salvato il posto offrendosi di diventare la “puttana personale” di Depoulos.

Da quando questa versione dei fatti si era consolidata e diffusa, i risolini e i bisbiglii alle spalle di Manuela erano finiti, ed erano stati sostituiti da ben altre attenzioni. Due o tre volte, Manuela aveva aperto il tapperware in cui si portava da mangiare da casa - per evitare il contatto con i colleghi in mensa - per scoprire che qualcuno, probabilmente più di uno, le aveva eiaculato o orinato sul cibo. Una volta aveva trovato quella "sorpresa" alla presenza di Depoulos, il quale aveva fermato Manuela prima che gettassee tutto nella spazzatura: - No no, tesoro. Tu mangi tutto. E se scopriamo di chi era il condimento, lo ringrazi anche.

Le avevano rigato la macchina; in ascensore, qualcuno alle sue spalle le aveva sputato sulla testa (sotto gli occhi di tutti, evidentemente, ma nessuno aveva mosso un dito, e Manuela aveva fatto finta di niente, morendo di vergogna); un giorno aveva acceso il PC e aveva trovato come sfondo del desktop l’immagine di una donna intenta a leccare il membro di un cavallo, col volto tutto bagnato dello sperma dell’animale… e poi i bigliettini con scritto “puttana”, “cagna”, e ogni altro genere di insulto.

Un giorno aveva trovato un preservativo usato sulla tastiera, e ne aveva bevuto il contenuto, pensando fosse il solito "regalo" di Depoulos, per scoprire solo dopo che Depoulos stesso non ne sapeva niente e che il regalo era di qualcun altro...

In un'occasione, Manuela aveva ricevuto una mail anonima, con un video in allegato. Il subject diceva "Per la troia aziendale", e il messaggio recitava semplicemente "guardalo fino in fondo." Manuela aveva aperto il video. Si vedeva qualcuno (non inquadrato in volto) che apriva un cassetto della scrivania di Manuela e prendeva il suo spazzolino. Poi quel qualcuno, e altri che erano con lui, sputavano sullo spazzolino... Lo portavano nelle toilette... Manuela si era sentita quasi male, ma benché nessuno la stesse osservando, non aveva osato disobbedire all'ordine anonimo, e aveva guardato il video fino in fondo, piangendo... Per poi ricomporsi in fretta quando Depoulos le aveva ordinato di andare immediatamente nel suo ufficio “a farsi inculare”...

Un giorno, Manuela fu convocata nell’ufficio di Depoulos nel tardo pomeriggio, quando già gran parte dei suoi colleghi erano usciti. Mentre attraversava l’open space che divideva la sua scrivania dall’ufficio di Depoulos, accompagnata dal ticchettio dei suoi tacchi sul linoleum, vide di sfuggita un gruppetto di suoi colleghi che si erano trattenuti e stavano parlando a bassa voce in un angolo dell’ufficio. Manuela riconobbe fra loro molti di quelli che più apertamente si erano accaniti contro di lei negli ultimi tempi. Quando la videro passare smisero improvvisamente di parlare e si limitarono a lanciarle delle occhiate e ridacchiare fra loro. Manuela arrossì e proseguì per la sua strada…

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Manuela uscì dall’ufficio di Depoulos, provata e dolorante. Come quasi tutti i giorni accadeva, l’uomo l’aveva frustata, e le aveva anche tenuto i seni legati stretti per mezzora. Attraversando di nuovo l’open space, Manuela si rese conto che i suoi colleghi erano ancora al loro posto, il che era insolito.

Entrò nel suo ufficio, e per un attimo si sentì venir meno. Si guardò in giro allarmata: tutte le sue cose erano sparite. Le foto che teneva sulla scrivania, i suoi oggetti, un portamatite che sua madre le aveva regalato per il suo primo giorno di lavoro… persino la sua borsetta e il cappotto non c’erano più. Girò intorno alla scrivania per cercare nei cassetti, e si fermò di fronte alla sua sedia, spalancando gli occhi per la sorpresa: qualcuno ci aveva fissato sopra due grossi falli di plastica, posizionati in modo che lei ci si potesse “impalare” sopra prendendone uno nella vagina e uno nell’ano… Quello destinato al suo ano era addirittura enorme… Manuela arrossì: Storace probabilmente non aveva mantenuto il suo segreto...

Dall’altra stanza arrivava il rumore delle risatine dei colleghi...

Manuela ebbe l’impulso di strappare dalla sedia i due falli, ma sapeva che Depoulos non avrebbe approvato. Devi accettare qualsiasi cosa… sei l’ultimo anello della catena… Si trattenne, si fece coraggio, e si affacciò alla porta che dava sull’open space adiacente. I suoi colleghi fingevano di lavorare, ma era evidente che stavano ridacchiando dietro i monitor.

- Per favore, - disse Manuela, cercando di parlare ad alta voce nonostante l’imbarazzo e il nodo in gola. - Per favore, dove sono le mie cose…?

Qualcuno ridacchiò ancora, ma nessuno disse nulla.

- La mia borsa… le chiavi della macchina… devo andare a casa… per favore… - continuò lei, cercando di non singhiozzare. Finalmente, una dei suoi colleghi si alzò e le andò incontro. Era Cristina, una delle assistenti di Depoulos. Doveva avere poco più di vent’anni, frivola, civettuola, arrogante, volgare. Manuela non l’aveva mai sopportata, e l’antipatia era reciproca. Cristina affrontò Manuela apostrofandola bruscamente: - Cos’è che vuoi, troia?

Manuela rimase come paralizzata. Era la prima volta che un collega o una collega la aggrediva in modo così diretto, non sapeva cosa replicare. Come poteva sopportare? Esitò, non trovava il fiato per parlare. Alla fine abbassò lo sguardo. - Le… solo le mie cose, Cristina, - disse, sottomessa.

- Le abbiamo messe all’asta mentre ti divertivi con il capo, - rispose Cristina. - Ce le siamo spartite. - Così dicendo, tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi, facendole oscillare davanti agli occhi di Manuela.

- Non mi stavo… divertendo… Per favore…

- Se rivuoi le tue cose dovrai ricomprarle. Ne riparliamo dopo che Depoulos sarà andato a casa - disse Cristina, rimettendo in tasca le chiavi. - Ora vatti a sedere sulla tua nuova sedia, troia, e aspetta lì. Ti chiamiamo noi quando se ne sarà andato.

Manuela si sentì le lacrime agli occhi. - State sbagliando su di me… Io non…

Cristina la interruppe dandole un ceffone in pieno volto, che colse Manuela completamente impreparata. La ragazza gemette, portandosi la mano al volto. - Sei sorda, puttana? - disse Cristina, allungando il braccio in modo perentorio e puntando l’indice verso la scrivania di Manuela. - Vatti a sedere.

Manuela alzò i begli occhi pieni di lacrime verso la collega. - Si… va bene… - mormorò. Si volse e tornò verso la scrivania. Si avvicinò alla sedia. Cristina era ferma sulla porta, che la guardava. Manuela esitò, poi si tirò leggermente su la gonna, tremando per l’umiliazione. Si mise in posizione, e cominciò a piegare le ginocchia. - Guardami puttana, - disse Cristina. Manuela alzò lo sguardo… piegò ancora le ginocchia… sentì il fallo che si appoggiava al suo ano… e spinse, facendolo scivolare dentro di sé… lo sentì entrare con facilità, benché per il grosso diametro la stesse anche dilatando…

- Visto che è il tuo primo giorno, oggi sono lubrificati. - disse Cristina. - Più avanti imparerai a prenderli a secco. Vai fino in fondo, appoggia quel culo da troia alla sedia.

Manuela sentiva il secondo fallo contro la vagina… scese ancora… continuando a fissare la ragazza sulla porta, si impalò lentamente, fino ad appoggiarsi alla sedia… Ansimava per la vergogna e per il dolore.

Cristina fece un ghigno. - Mentre aspetti che ti chiamiamo, puoi muovere il culo su e giù e servire due cazzi… è questo quello che sai fare meglio, no?

Manuela non rispose, restando lì a guardare Cristina, le lacrime che le rigavano le guance. Arrossendo violentemente, iniziò a muovere i fianchi, obbedendo all’ordine che aveva ricevuto… su e giù… - Non è come pensate… - singhiozzò, senza smettere di muoversi in quel modo umiliante, di “servire” i due falli di plastica. Cristina scosse le spalle. - Zitta e datti da fare, puttana, - rispose seccamente. Si voltò ridendo, e uscì dalla stanza.

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- Depoulos se ne è andato. Smetti di masturbarti come una troietta e raggiungici nell’open space.

- Si… Cristina… subito, - rispose Manuela. Mise giù il telefono. Con le gambe che le tremavano, si alzò dalla sedia, lasciando che i due falli le scivolassero fuori. Cercò di ricomporsi, sistemandosi la gonna e danno una ravviata ai capelli. Aveva ancora gli occhi lucidi, ma aveva smesso di piangere. Chiudendo le gambe, ebbe la percezione di quanto era bagnata, e arrossì di vergogna; l’idea che i colleghi se ne accorgessero la terrorizzava.

Attraversò il breve corridoio che separava il suo ufficio dall’open space, con le ginocchia che le tremavano. In ufficio erano rimasti Cristina e un gruppetto di altri colleghi, tutti maschi, e la stavano aspettando. Vedendo tutti gli occhi puntati su di lei, Manuela sentì il cuore in gola, ed esitò. Cristina le si fece incontro. - Vieni avanti, puttana, - disse le disse. Manuela si sentì arrossire ancora di più, e mosse qualche altro passo.

- Rivuoi le tue cose? - disse Cristina. Manuela annuì. - Si, - mormorò, - per favore.

Cristina sorrise. - Dovrai sottostare alle nostre condizioni, e fare quello che ti diciamo di fare.

- Vi prego… - mormorò Manuela, - quello che voi pensate di me non è vero, io non…

- Stai zitta, non complicare la tua situazione, - la interruppe Cristina, colpendola di nuovo con uno schiaffo sulla guancia. Manuela gemette e smise di parlare. Essere schiaffeggiata davanti a tutte quelle persone faceva ancora più male. - Scusa, - disse… e subito dopo provò vergogna per averlo detto. Cristina rise. - Cagna sottomessa, - commentò, sprezzante. - Slacciati la camicetta.

Manuela arrossì ancora, e alzò le mani. Tremava; si sentiva addosso gli occhi di tutti i colleghi, i loro bisbiglii e risolini. Slacciò un bottone dopo l’altro, e quando ebbe finito con l’ultimo scostò i lembi della camicetta, per esporre i propri seni, remissivamente. Cristina tirò fuori dalla tasca il cellulare di Manuela, e glielo porse. - Chiama casa e avverti che devi trattenerti in ufficio fino a tardi.

Manuela prese il telefono con le lacrime agli occhi. Tremava visibilmente, e per poco il telefono non le cadde di mano mentre cercava il numero nella rubrica, impacciata e imbarazzata. Cristina la osservava impassibile. Manuela cercò di farsi passare il magone, di calmarsi, i suoi non dovevano accorgersi di nulla. Portò il cellulare all’orecchio.

- M… mamma, ciao mamma…

Cristina le si avvicinò. Senza preavviso, le afferrò i seni e li strizzò con forza. Manuela trattenne con difficoltà un gemito di dolore. - S… si… tutto bene mamma, volevo… solo avvisare… che farò tardi… si, forse... credo molto tardi...

Cristina strinse i seni di Manuela ancora più forte, affondandoci le unghie, e intanto si avvicinò all’orecchio della sua vittima, bisbigliando: - farò tardi, mammina, perché devo farmi violentare da un po’ di colleghi… sai mammina, sono la loro cagna sottomessa…

Manuela stava per scoppiare a piangere, e chiuse la telefonata più velocemente che poteva. - Si mamma, ti richiamo dopo va bene? Un bacio a dopo ciao…

Cristina riprese il telefono, strappandolo di mano a Manuela, e se lo rimise in tasca. - Bene, ora sei tutta nostra. - Fece un cenno a uno dei colleghi, - Bruno, la cagnetta è in giro senza collare.

Bruno aprì un cassetto e ne tirò fuori un guinzaglio per cani, con un collare di cuoio borchiato. Vedendolo, Manuela si sentì sprofondare. Sentì le ginocchia che le tremavano. Tutto la stava terrorizzando, ma soprattutto il tono e lo sguardo gelido di Cristina. Ancora una volta sapeva che avrebbe dovuto reagire, ma sapeva di non poterlo fare, e si limitò ad arrossire.

- Hai visto che bel collare che ti ha portato Bruno? - la stuzzicò Cristina. - E’ anche antipulci. Che ne dici cagnetta, ti piace? Ringrazialo, forza.

Manuela ricominciò a tremare. - S… si - mormorò, mentre due lacrime le rigavano le guance. - Mi piace… grazie… grazie Bruno...

Cristina rise ancora. - Sei proprio una cretina senza cervello, - disse. Schioccò le dita, indicando il pavimento. - I cani stanno a quattro zampe.

Manuela esitò. Sentiva di stare cedendo qualcosa ogni momento, dignità, autostima, orgoglio… In cinque minuti aveva perso già quasi tutto… Diede uno sguardo ai colleghi seduti, persone con cui in passato aveva avuto rapporti tutto sommato normali... e che ora ridevano godendosi lo spettacolo della loro collega seminuda, costretta a degradarsi per riavere ciò che era suo. Nessuna pietà... Si arrese a perdere tutto, si inginocchiò, e poi scese carponi, come Cristina voleva. Questa si chinò e le cominciò a sistemare il collare. Manuela singhiozzava, ma rimaneva in silenazio. Si limitò a mormorare “piano..” quando Cristina le chiuse il collare intorno al collo, sistemando la fibbia. Era stretto, non da soffocarla, ma abbastanza da crearle disagio.

- Faccia a terra, - disse quindi Cristina. Manuela diede uno sguardo supplichevole alla ragazza, ma obbedì, chinando il busto e appoggiando a terra una guancia. Cristina le prese l’orlo della gonna, per sollevarla. In un attimo, Manuela realizzò quello che i colleghi avrebbero visto… le sue natiche nude, senza mutandine, rigate dalla cinghia di Depoulos… e istintivamente sollevò il capo da terra. - Per favore… - supplicò, - ti scongiuro…

- Chi tiene giù questa troia? - disse Cristina. Si rivolse a uno dei colleghi: - Mancino, per favore, fai tu?

Mancino si avvicinò, minaccioso. Manuela si rese conto dell’errore che aveva commesso e tornò ad appoggiare la guancia sul pavimento. - Scusate.. scusate… - piagnucolò. Incurante delle sue scuse, Mancino le appoggiò un piede sulla faccia, per tenerle la testa premuta contro il pavimento. Manuela ricominciò a piangere, la grossa suola della scarpa le faceva male...

Ora che Manuela era ferma, Cristina le sollevò la gonna, scoprendole le natiche di fronte a tutti. - Guardate, - disse agli altri. - Ecco la cagna del direttore! - Lo spettacolo delle natiche nude e rigate di Manuela scatenò le risate, i commenti sprezzanti, gli insulti dei colleghi. “Hai scordato le mutandine dal capo, puttana?” “Cos’è, ti ha frustato perché non avevi ingoiato bene?” Fra un commento e l’altro, diversi colleghi le rifilarono sonore pacche sulla carne nuda, o calci... uno di loro addirittura le aprì le natiche e le sputò nell’ano, chiedendo - lo hai preso nel culo anche oggi, puttana?

- Se sei la cagna del direttore, hai bisogno di un nome adatto, no? - disse Cristina. - Come dobbiamo chiamarti, puttana? Fuffi culo sfondato? Ti piace?

Manuela non riusciva a parlare per il dolore e l’umiliazione, aveva il magone, tremava, piangeva, avrebbe voluto scomparire. - Rispondi alla domanda, troia, - insistette Cristina. - “Fuffi culo sfondato” ti piace?

- S… si… si… mi piace… va bene… - singhiozzò Manuela.

- Come desideri, allora, - fece Cristina. Di nuovo si rivolse ai colleghi. - Marchiamola. Passatemi un pennarello da lavagna.

Col volto premuto sotto la scarpa di Mancino, Manuela non poteva vedere, ma sentì il rumore del pennarello che veniva stappato, e poi ne sentì la punta bagnata contro le natiche… Muoversi sulla sua pelle mentre Cristina le imponeva quel nome umiliante…. Poi sentì Cristina che diceva "questo lo mettiamo qui, potrebbe servire ancora dopo", e il pennarello che le veniva spinto nell’ano… Gemette ancora di umiliazione e dolore, e subito dopo anche di paura, quando sentì che Cristina le stava mettendo una mano fra le cosce. “Oh dio no…” pensò, sentendosi gelare il cuore all’idea che la sua aguzzina stesse per scoprire quanto era bagnata. Sentì le dita di lei sulle grandi labbra… e poi entrarle nella vagina...

- Da non crederci, - commentò Cristina ad alta voce, ridendo, - sentite che fica fradicia… questa puttana sta colando come una fontana!

I colleghi risero e uno dopo l’altro verificarono quello che aveva detto Cristina… Manuela continuò a singhiozzare mentre veniva palpata e penetrata da tutte quelle mani, come un oggetto in esposizione… i colleghi le infilavano le dita nella vagina, le toccavano e le tiravano le grandi labbra, e nessuno nemmeno le rivolgeva la parola, si limitavano a commentare fra di loro. - Stiamo sbagliando tutto, - disse qualcuno ridendo, - dovrebbe essere una punizione ma questa stronza sta godendo come una scrofa… - - Stai tranquillo, - rispose Cristina, - mi assicurerò personalmente che questa sia la peggiore serata della sua vita… - Manuela rabbrividì...

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Quando tutti ebbero toccato il sesso di Manuela a loro piacere, Mancino spostò il piede, e Cristina strattonò il guinzaglio, facendo rimettere Manuela a quattro zampe. Ci fu una pausa, e i colleghi andarono a sedersi, distribuendosi attorno a Manuela e a Cristina che, in piedi vicino a lei, la teneva col guinzaglio.

- Allora, Fuffi, è il momento di decidere quanto valgono le tue cianfrusaglie, - disse Cristina, accovacciandosi per parlare a Manuela da vicino, guardandola, - ora ecco cosa faremo. Chi ha comprato le tue cose all’asta ti proporrà di ricomprarle, in cambio di qualcosa. - La ragazza portò una mano fra le gambe di Manuela, cominciando a strofinarle il sesso mentre le parlava. - Purtroppo tu non hai più soldi, quindi le uniche cose che puoi offrire a questi maschietti arrapati sono la tua fica… il tuo culo… la tua bocca… le tue tette… tutta roba che una troia come te non dovrebbe avere problemi a usare come merce di scambio, giusto?

Manuela esitò, ma un pizzicotto di Cristina sul clitoride la convinse a parlare. - Si… è vero… - mormorò. Cristina annuì, e si rialzò. - Da cosa vuoi cominciare? Cosa vuoi ricomprarti?

Manuela sapeva che aveva bisogno delle chiavi di casa, della macchina, dei documenti… ma la prima cosa a cuì le venne di pensare era una foto che teneva sulla scrivania da quando era stata assunta, una foto di lei con sua madre, scattata in un momento particolare e dotata di un grande valore affettivo. - La foto… rivorrei la foto… per favore…

- Chi ha la foto? - chiese Cristina.

Uno dei colleghi alzò la mano, mostrando una cornicetta a forma di cagnolino. Ci furono altri risolini.

- Conte! - disse Cristina. - Cosa vuoi in cambio della foto?

L’uomo sogghignò. - Da quando conosco Manuela, non ho mai guardato quel bel visino da brava ragazza senza immaginarla con la bocca piena del mio cazzo, piantato fino alla radice… Mi toglierò questa soddisfazione... voglio fottere la gola della troia.

Cristina sorrise, e diede un calcio nel fondoschiena a Manuela. - Cosa dici, troia? Va bene?

Manuela esitò. In ogni caso sapeva che i colleghi avrebbero giocato con lei finché non si fossero stancati. Non era nemmeno sicura che Cristina avrebbe accettato un “no”, e che la domanda non fosse fatta solo per gioco; e comunque, non poteva tollerare l’idea di perdere quella foto in quel modo. - Si, - mormorò, con voce spezzata.

- Allora ringrazia Conte e striscia a fargli un pompino, puttana.

Manuela alzò gli occhi pieni di lacrime verso l’uomo seduto, che la guardava con aria strafottente, tenendo la foto con due dita. - Grazie… Conte… - mormorò, cominciando a camminare a quattro zampe verso di lui. Mentre strisciava attraverso la stanza, era consapevole dello spettacolo che stava offrendo, seminuda, con i seni che pendevano sotto di lei a ogni movimento, in autoreggenti e tacchi altri, le natiche nude insozzate da quella scritta, il pennarello infilato nell’ano… si chiese quanto avrebbe potuto ancora resistere… Si rese conto che non era passata neppure mezzora da quando aveva chiamato casa per dire che sarebbe arrivata molto tardi…

Arrivò ai piedi di Conte, e alzò gli occhi pieni di lacrime verso di lui. Era un uomo oltre i cinquanta, con baffi ben curati e i capelli bianchi. Manuela pensò che poteva essere suo padre. Conte sogghignò. - Ciao, bocca da pompini, - disse, con un tono falsamente affettuoso. - Non voglio faticare, non costingermi a picchiarti o tirarti per i capelli. Fammi vedere che sei brava, fai tutto tu: tiramelo fuori e prendilo in gola. Forza.

Manuela sentì che nuove lacrime le rigavano le guance. Si mise in ginocchio, e si mise a slacciare i pantaloni dell’uomo. Mentre armeggiava con la cintura, Conte allungò le mani a palparle i seni, quasi distrattamente. Manuela aprì la cerniera e abbassò gli slip, prendendo il membro di Conte in mano. Era piuttosto grosso, e largo… Manuela rabbrividì, e alzò gli occhi verso l’uomo, mettendosi a piangere. - Io… - cominciò, con tono supplichevole, - ho il collare… è veramente stretto… non so se riesco…

- Be’, - disse lui, accigliandosi. - Cominci veramente male. Ti ho detto che non voglio doverti prendere a schiaffi. - L’uomo si rivolse a Cristina. - Cristina? Che facciamo?

Cristina prese una graffettatrice da una scrivania, e si avventò su Manuela. La afferrò per i capelli, tirandole indietro la testa, e usò la graffettatrice come una pinza per afferrarle un seno. Manuela emise un gemito di dolore. - N… no… no… - Cristina la guardò negli occhi, e strinse di più. - Al prossimo problema che crei, la graffetta te la pianto nella carne. Hai capito troia?

Manuela annuì, facendo fatica a respirare per il dolore e la posizione, col collo piegato indietro. - Hai capito? - ripeté Cristina. - S… si… si… scusate… scusate… - pianse Manuela. Cristina lasciò la presa. - E ora fai quello che ti è stato chiesto.

Manuela prese coraggio, scendendo con la bocca sul membro di Conte. Se lo fece scivolare in bocca, fino a sentirlo contro la gola. Nuove lacrime le riempirono gli occhi, non sapeva nemmeno più se erano di pianto o una reazione al senso di soffocamento… spinse ancora, facendolo scivolare a fatica… cominciò a servire Conte con la gola, ritmicamente, mentre l’uomo si rilassava sulla sedia. Cercò di resistere più a lungo che poteva prima di tirare indietro la testa per respirare. - Voglio scoparti la gola, non la bocca, troia, - le disse Conte. - Se devi fare delle pause, che siano brevi.

Manuela riprese subito in gola il membro dell’uomo, terrorizzata dalla prospettiva di causare nuovamente l’intervento di Cristina. Ricominciò a servirlo, ma si rese conto che il collare le rendeva difficile riprendere fiato… cercò di nuovo di resistere più che poteva… e poi prese un’altra boccata d’aria, brevissima per non far arrabbiare Conte… non sapeva quanto poteva resistere così. L’uomo si rese conto delle difficoltà della ragazza, e infierì su di lei. - Speri che io venga presto, vero, tesoro? - le disse. - Purtroppo per te io non ho fretta per niente… - Così dicendo, l’uomo si rilassò sulla sedia, e con orrore di Manuela, si mise a chiacchierare con i colleghi. "Allora, Mancino, hai poi portato la tua famiglia in quel ristorante che ti avevo detto?"

Il supplizio durò quasi dieci minuti, un’infinità per Manuela. All’ultimo momento, quando stava per venire, l’uomo le spinse indietro la testa, e le mise davanti agli occhi la foto nella cornice, per venirci abbondantemente sopra di fronte agli occhi pieni di lacrime di Manuela… - Ecco servita la cagna e la mammina, - le disse. Cristina si era di nuovo avvicinata a Manuela, e le rifilò un calcio da dietro, fra le cosce. - Ringrazia Conte per aver sborrato sulla tua mammina, puttana.

- Grazie... grazie... Conte... - pianse Manuela. L'uomo rise e buttò a terra la cornice.

- Raccoglierai tutto più tardi prima di andare a casa, - disse Cristina, riprendendo il collare di Manuela e ritrascinandola in mezzo alla stanza. - Ora, cosa rivuoi?

Dopo Conte, fu la volta dello stesso Mancino, che aveva comprato all’asta la borsetta e il cappotto di Manuela. Per riaverli, Manuela dovette accettare di farsi penetrare a smorzacandela; per renderle le cose meno piacevoli, Cristina le legò i gomiti dietro la schiena con del nastro adesivo, una posizione scomoda e che spingeva in avanti i seni della ragazza, su cui Mancino infierì per tutto il tempo schiaffeggiandoli e strizzandoli. Poi Manuela venne passata a Rizzo, che per ridarle il portafoglio con i documenti volle farsi fare una spagnola, obbligandola in più a tenere la bocca aperta e la lingua fuori, e sputandole ripetutamente in bocca… e poi Candiani, che aveva le chiavi della macchina di Manuela, e che la fece mettere con la testa appoggiata a una scrivania, i seni stretti dentro un cassetto semiaperto, e la sodomizzò tenendola per i capelli…

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Quando il giro dei colleghi fu finito, a Manuela mancavano solo le chiavi e il cellulare, che erano in mano a Cristina. Manuela aveva ormai realizzato che genere di persona fosse la sua tormentatrice, ed era terrorizzata all’idea di quello che poteva avere in serbo per lei. Per questo motivo rabbrividì sentendo Cristina che diceva: - Ora, se permettete, è il mio turno, e preferisco essere a tu per tu con la troia. E’ una cosa da donne. Avete avuto quello che vi avevo promesso, vi prego di lasciarci sole…

Si era fatto già abbastanza tardi e i colleghi accettarono di buon grado l’invito di Cristina, andandosene via alla spicciolata. Qualcuno passò a salutare Manuela con un’ultima pacca sulle natiche, o con una palpata ai seni o alla vagina, e per dirle “ci vediamo domani, troia,” e cose del genere. Dopo pochi minuti, Manuela e Cristina rimasero finalmente sole. Cristina non disse nulla, limitandosi a dare uno strattone al guinzaglio, e portò Manuela nel proprio ufficio. La lasciò in mezzo alla stanza, carponi, e si andò a sedere sulla sua poltroncina.

- Allora, miss “sono la più bella e la più intelligente”, - disse Cristina, sprezzante. - Ora siamo solo noi. Io sono seduta comoda e tu sei a quattro zampe in attesa di ordini come un cagnolino. Ti è chiaro chi è migliore fra noi due?

- S… si, - mormorò Manuela. - Tu… tu, Cristina…

La ragazza rise, guardandosi le unghie. - Sai dare lo smalto alle unghie, troia?

- Si, Cristina - mormorò Manuela ancora.

Cristina la guardò. - Sai anche leccare la fica come si deve?

Manuela arrossì, tenendo lo sguardo al pavimento. - Io… non l’ho mai fatto... Cristina…

- Dovrai imparare a farlo, e a farlo bene, se non vuoi che io ti faccia del male, - continuò la ragazza seduta. Alzò le ginocchia, appoggiando le cosce sui braccioli della poltrona. Quel gesto fece si che la gonna le salisse sui fianchi. La ragazza indossava un sottile perizoma di pizzo, e lo scostò, scoprendo il proprio sesso; quindi, schioccò le dita. - Proviamo.

Manuela si sentì travolgere dalla vergogna. Il modo in cui quella ragazza, più giovane di lei, la comandava… con un semplice schiocco delle dita… a fare una cosa così ripugnante… Si avvicinò, sentendo forte l’odore del sesso di Cristina… avvicinò la lingua, esitando… e poi docilmente cominciò a leccarla. - Guardami e masturbati mentre me la lecchi - disse Cristina, severamente. Manuela obbedì, alzando lo sguardo.

- Io so che Depoulos ti ricatta, e che tutto quello che si dice su di te, quello per cui tutti ti odiano, non è vero... So quanto la società ha perso per la tua marachella e so che non è questo che ha causato i buchi di bilancio, ma tutte le prostitute con cui Depoulos si diverte, - disse Cristina. Gli occhi di Manuela tradirono il suo stupore. - So che non meritavi quello che hai avuto oggi… Ma mi hai sempre guardato dall’alto in basso, - continuò Cristina, - e avevo proprio voglia di vederti strisciare come un verme ai miei piedi. Che è quello che farai da oggi in poi. Sei d’accordo?

Manuela strinse gli occhi, trattenendo le lacrime, e annuì, la bocca ancora affondata nel sesso della ragazza.

- Ho avuto un’idea su come cominciare a vendicarmi della tua arroganza... un po’ particolare. Ed è stato difficile trovare qualcuno che procurasse il necessario… Ho chiesto a Goran, il tuttofare, diceva che era impossibile… Ma quando gli ho promesso in cambio di mandarti a casa sua come schiava sessuale per un weekend, un modo l’ha trovato...

Manuela gemette, la lingua dentro il sesso di Cristina. Schiava sessuale per un weekend? Depoulos non le aveva mai chiesto nulla di simile… Improvvisamente si rese conto che quella ragazza era molto più pericolosa del suo direttore, molto più crudele, molto più decisa ad annullarla. - Si, so cosa pensi, - disse Cristina, - ed è così, come molti rumeni Goran vive in appartamento con non so se cinque o sei parenti… Beh, per un weekend avranno una schiava di casa.

Cristina accarezzò la guancia di Manuela. - Chiaramente, tesoro, tutto questo se rivuoi le tue chiavi di casa e il tuo cellulare. Altrimenti non c’è problema, posso dare entrambe le cose a Goran e chiedere se i suoi amici vogliono fare una visita ai tuoi prima che torni a casa. Vivi con chi… hai una madre e una sorella, no?

Manuela annuì. Cristina esitò un attimo, fissando la ragazza inginocchiata, come se stess ragionando su un'idea improvvisa. La prese per i capellli, allontanandole il volto dal proprio sesso. - Mani dietro la schiena, e cosce aperte - le disse. Manuela obbedì, e Cristina si chinò in avanti, continuando a tenere Manuela per i capelli e intanto portando l’altra mano al sesso della ragazza inginocchiata. - Sentiamo, troia, - le disse, cominciando a strofinarle e pizzicarle il clitoride con la punta delle unghie, - immagina che io dia le chiavi a Goran e che lui e tre o quattro omaccioni grandi e grossi facciano una visitina a casa tua stasera… - Manuela socchiuse gli occhi, cercando di resistere al misto di piacere e dolore che le dita di Cristina le stavano dando. - E immagina che passino la serata a sbattersi la mammina e la sorellina senza pietà… immaginatele tutte e due a quattro zampe davanti ai loro violentatori che decidono che buchi usare per prima… questa scena ti eccita vero, maiale?

Manuela scosse il capo. - N… no… no… mi terrorizza…. - pianse.

Cristina la guardò severamente. - Apri la bocca e tira fuori la lingua, - le ordinò. Manuela obbedì, contorcendosi per la continua stimolazione che riceveva dalla mano dell’altra. Cristina le sputò in bocca. - Devi imparare a dire sempre la verità a me, puttana. Ti assicuro che se devo essere io a insegnartelo, lo farò in un modo molto doloroso, in tutti i sensi. Allora. Ti eccita l’idea di tua madre e tua sorella stuprate dal nostro tuttofare e dai suoi amici? Immagina tua madre che cucina nuda mentre due o tre rumeni le strusciano i cazzi addosso... e la tua sorellina che passa dall'uno all'altro leccando il culo a ciascuno a turno... Ti eccita o no puttana?

Manuela esitò, singhiozzando. Sapeva qual era l'unica risposta che Cristina avrebbe accettato. Ma non era umiliante solo dire "si"... era umiliante il fatto che la sua vagina era sempre più bagnata nelle mani della sua ricattatrice. Annuì, piangendo.

- Così va meglio, - disse Cristina. Avvicinò il volto a quello di Manuela. Manuela aveva ancora la lingua fuori, e Cristina la prese fra le labbra, succhiandola per qualche istante. - Guarda che io so che tu sei una sporca puttana, - le sussurrò quindi, ritraendosi, e continuando a fissarla negli occhi. - Con me non devi fingere… imparerai a non avere segreti... Diventerai una brava cagnetta, la cagnetta della tua padrona. Vuoi essere la mia cagnetta vero Manuela?

Manuela annuì di nuovo, fra le lacrime.

Cristina le sorrise e tornò a sedersi comoda, con le gambe aperte, come prima. Schioccò le dita. Manuela ricominciò a servirla con la bocca, riportando anche le mani al proprio sesso e ricominciando a masturbarsi per la sua padrona. - Bene, - continuò Cristina. - Anche se l’idea ti eccita, so che tu non vuoi davvero che la tua famiglia sia stuprata da Goran e i suoi amici, non è così?

Manuela annuì ancora, con uno sguardo di gratitudine.

- Lo eviterai, e riavrai le tua chiavi, ma il prezzo sarà più alto. Non parliamo solo del weekend a casa dei nostri amici. Parlo del fatto che ora ti torturerò… e ti assicuro che sarà una prova molto difficile. Ti servirà per imparare a rispettarmi… ad aver paura di me… a venerarmi. Sarà un prezzo molto alto… sei sicura di volerlo pagare per impedire che tua madre e tua sorella soffrano al posto tuo?

Manuela era terrorizzata… Continuava a leccare Cristina, a masturbarsi, ma non riusciva più a pensare. Si rendeva appena conto che più Cristina la spaventava con le sue parole, più il modo in cui la serviva diventava dolce, docile e sottomesso… aveva la bocca piena del sapore della ragazza, le infilava la lingua dentro, le baciava le grandi labbra, cercava di spingersi giù lungo il perineo… E tutto questo mentre attendeva di sapere a quale orribile supplizio quella ragazzina viziata e prepotente aveva deciso di sottoporla… senza motivo…

- Mentre stavo pensando a cosa farti, mi è venuto in mente un episodio, una cosa successa in mensa, quando ancora potevi permetterti di far vedere il tuo culo da quelle parti, - continuò Cristina. - Una volta in cui ti ho sentito starnazzare come un’oca… lo ricordi?

Manuela impallidì, continuando suo malgrado a fissare Cristima.

- Ricordi l’episodio delle vespe? - continuò Cristina, sorridendo.

Manuela sentì la paura colpirla quasi come una scossa elettrica; e nello stesso momento, un’umiliante fitta di piacere al sesso, la sensazione che le dita con cui si stava masturbando stessero scivolando ancora più facilmente di prima...

- C’erano due vespe sul tuo vassoio, e tu sei saltata in piedi… eri con qualcuno e ti ho sentito gridare che le vespe ti terrorizzano…

Cristina sorrise, accarezzando il volto di Manuela con un ghigno sadico. - Vedi che ti ricordi, puttana... Dio quanto mi piace vederti così terrorizzata… - Così dicendo, Cristina prese i capelli di Manuela e la spinse a sé, costingendola ad affondare il viso fra le sue cosce. Cominciò a muovere il bacino, strofinando la vagina contro la faccia di Manuela, impedendole quasi di respirare per qualche minuto… finché, con un lungo gemito, raggiunse l’orgasmo. Gradualmente rallentò il ritmo, lasciando i capelli di Manuela.

- Tu non smettere di masturbarti, puttana, - disse quindi. Manuela annuì. - Anzi… preparati a venire. Fra poco io ti dirò di venire, e voglia che tu lo faccia immediatamente, o raddoppierò la durata della tua tortura. Mi hai capito bene?

Manuela annuì. Cristina sorrise, e prese il telefono. Mentre componeva un numero, alzò una gamba, puntando un piede verso il volto di Manuela. Portava dei sandali con un tacco molto alto, a spillo, e lo piazzò davanti alla bocca di Manuela. - Succhialo, e preparati a venire.

Manuela singhiozzò ancora. Aveva il sesso dolorante per tutto quello che aveva subito e per quanto lo aveva strofinato in ginocchio davanti alla sua nuova padrona. Umilmente, prese in bocca il tacco di Cristina. Era impacciata, non aveva mai fatto niente del genere… iniziò a succhiare e muovere la bocca avanti e indietro, con le labbra strette, ascoltando quello che Cristina diceva al telefono.

- Ciao Goran, - stava dicendo Cristina. - Puoi salire, qui nel mio ufficio. Porta tutti e tre i vasi, e anche del nastro adesivo grosso. Altro…? No… non serve nient’altro… Be’... non so… - aggiunse ridendo, - porta il tuo grosso uccello, magari potrai inculare Manuela mentre la torturiamo. Solo il culo però, la fica sarà impegnata, lo sai. Dai, porta qua tutto, ti aspetto.

Cristina mise giù, e guardò di nuovo Manuela. - Ecco… spero tu sia pronta a venire puttana... fra poco arriva Goran… non ti voglio togliere la sorpresa ma arriva con due bei vasi pieni di vespe vive. - Le sfilò il tacco di bocca, tenendo però il piede sollevato. - E adesso... tu mi lecchi la suola... e godi come una cagna. Subito.

Manuela si sentì perduta. Non poteva venire subito dopo aver sentito quella frase… tre vasi pieni di vespe vive… le sembrò di impazzire per la paura, per il dolore, per l’umiliazione… tirò fuori la lingua, come un automa, e cominciò a dare lunghe leccate alla suola della scarpa di Cristina… sentendosi all’ultimo gradino della degradazione… mentre si infiliava le dita di entrambe le mani nella vagina e raddoppiava la violenza con cui si stava strofinando il clitoride… aumentò finché non divenne doloroso e poi se lo strinse con tutta la forza che aveva fra le dita, piantandoci dentro le unghie… e venne, singhiozzando, tremando, piangendo… Cristina la guardò venire, sorridendo. - Brava cagnetta… - si limitò a dirle.

Nel frattempo era entrato Goran. - Eccomi, Cristina, - disse l’uomo, avvicinandosi a Cristina e dandole un bacio sulla guancia, per poi girarsi a guardare Manuela con un ghigno. Aveva con sé due vasi di vetro, grossi come biscottiere. Erano tappati da pezzi di carta fermati con elastici, e dentro c’erano una decina di vespe in ciascuno. Goran li appoggiò sulla scrivania. - Allora siamo pronti per divertirci, - disse. Strizzò l’occhio a Manuela. - Ho parlato molto di te ai miei cugini, tesoro. Vedrai come ti faremo divertire.

Cristina rise. - Ora, - disse quindi, rivolta a Manuela, tirando fuori di nuovo le chiavi di casa della sua vittima, facendole dondolare di fronte a Goran. - Questa è l’ultima occasione che hai di parlare, - le disse. - Sei disposta a subire qualsiasi cosa in cambio di queste chiavi?

Manuela esitò, dando uno sguardo terrorizzato alle vespe. Erano agitate, volavano avanti e indietro, sbattendo con forza contro il vetro. - S…. si… - mormorò.

- Bene, - rispose Cristina, rivolgendosi all’uomo e indicando il nastro adesivo. - Goran, tappale la bocca.

Goran staccò un pezzo di nastro adesivo di una quindicina di centimetri, e si avvicinò a Manuela. La ragazza guardò Cristina, versando ancora una lacrima, ma non osò opporsi mentre Goran le sistemava il nastro sulla bocca.

- E’ solo una precauzione, nel caso ti venisse da urlare troppo forte, - disse Cristina. - Non vogliamo che le guardie salgano di sopra… Ci toccherebbe comprare anche il loro silenzio… e il tuo culo sta prendendo già abbastanza cazzi oggi non trovi, puttana? - Quindi, si rivolse ancora a Goran. - Le mani, ora.

Goran prese un altro pezzo di nastro adesivo, più lungo, e di nuovo si avvicinò a Manuela. Questa volta, le prese entrambi i polsi, costringendola a unirli dietro la nuca. Li legò assieme stretti col nastro adesivo, fissandoli anche al collare. Quando ebbe fatto, guardò Cristina, che annuì. - Si, ora le tette, - disse lei. - Mi raccomando legale ben strette alla base.

- Molto volentieri, - rispose Goran, sorridendo e sfregandosi le mani. - Queste grasse poppe sono tutte da torturare…

Si chinò vicino a Manuela, col nastro adesivo in mano, e le afferrò un seno, tirandolo con forza mentre applicava il nastro alla base. Quindi, cominciò a girare il nastro intorno, stringendo bene. Manuela gemeva di dolore. Goran sorrideva, evidentemente compiaciuto dalla vista di quella bella ragazza legata e imbavagliata che si contorceva per il male che le stava facendo. Legò prima una tetta poi l’altra, con cura e meticolosità. Quindi, colpì prima l’una e poi l’altra con dei violenti ceffoni, come per verificare di aver fatto un buon lavoro.

- Ottimo, - disse Cristina. - Allora, puttana, lo sai per quale motivo ti ho fatto venire poco fa?

Manuela scosse il capo, spalancando gli occhi.

- Perché eri troppo eccitata e sapevo che potevi venire in qualunque momento, - proseguì Cristina. - E questo avrebbe reso meno divertente la tua tortura.

La ragazza si girò a Goran. Indicò i vasi con le vespe, e i seni legati di Manuela. - Vogliamo cominciare? Hai detto che sono belle poppe da torturare. Fallo sul serio adesso.

Goran sorrise, e raccolse da terra il guinzaglio di Manuela, passandolo a Cristina. - E’ meglio che la tieni ferma, - le disse. Cristina annuì, prendendo il guinzaglio e tirandolo verso di sé fino a metterlo in tensione, in modo che Manuela non potesse retrocedere. Goran staccò un lungo pezzo di nastro e lo appese alla scrivania per un’estremità, quindi prese uno dei vasi. Manuela cominciò a scuotere il capo, gemendo attraverso il bavaglio. - Puttana… ricorda la mammina… la sorellina… - le disse Cristina, con tono cantilenoso. - Lo fai per loro. Stai brava…

Manuela smise di gemere, ma continuò a impallidire. Si accasciò sui polpacci, incapace di rimanere in ginocchio per quanto le tremavano le gambe. Goran tolse l’elastico dal tappo di carta del barattolo, tenendolo chiuso con le mani, e inclinò il vaso, avvicinandolo al seno di Manuela. Appoggiò l’imboccatura alla mammella legata della ragazza, fissando con un ghigno sadico gli occhi terrorizzati di lei. Manuela guardava il vaso, le vespe che si agitavano all’interno… le mani di Goran… gli occhi dell’uomo… anticipando terrorizzata quello che stava per accadere.

Goran sorrise, e sfilò l’elastico che tratteneva il foglio di carta, spingendo nello stesso tempo il barattolo contro il seno di Manuela. Parte della mammella legata di lei scivolò all’interno. Manuela ebbe un moto istintivo di terrore, facendo per retrocedere, ma il guinzaglio e la presa di Goran, che l’aveva afferrata per un braccio, glielo impedirono. Goran prese dalla scrivania la fascia di nastro adesivo e la usava per fissare il vaso alla mammella di Manuela, sistemandolo a cavallo fra il bordo del vaso e la pelle del seno della ragazza. Manuela sentiva le vespe che volando sbattevano sulla sua carne… e poi qualcuna che ci si posava sopra… e cominciò a gemere forte, in continuazione, per la paura, un gemito che col bavaglio sembrava quasi un muggito.

Goran ripeté la cosa con il secondo vaso e con l’altra mammella di Manuela, di nuovo fissando il vaso col nastro adesivo, con parte del seno gonfio della ragazza spinto a forza nell’imboccatura....

Cristina sorrise soddisfatta, e si chinò in avanti verso Manuela, afferrandola per i capelli. - Ecco, puttana, - le disse. - Ora sei davvero in mio potere, non trovi? Io posso liberarti in qualunque momento… e sono convinta che tu non abbia mai desiderato nulla così tanto in vita tua… vero?

Manuela annuì, freneticamente, continuando a gemere di terrore.

- Le tue grosse tettone stanno bloccando l’aria… - continuò Cristina, portando una mano fra le cosce di Manuela e cominciando a toccarla. - Sono convinta che quando cominceranno a far fatica a respirare le vespe diventeranno ancora più nervose… ed è solo questione di tempo prima che comincino a pungere quelle tue belle tette da baldracca… Quindi ecco cosa faremo…

Si alzò dalla sedia. - Goran, prepara la cinghia. - L’uomo sorrise e si sfilò la cintura, una spessa cintura di cuoio da jeans, con piccole borchie.

- Rimettiti su dritta in ginocchio, - disse Cristina a Manuela. - E allarga bene le cosce.

Manuela obbedì, rimettendosi in ginocchio e divaricando le cosce. Le vespe ronzavano nei vasi, ora ne aveva quattro o cinque appoggiate su ciascun seno, che si muovevano su e giù velocemente.

- Quello che faremo… - continuò Cristina, tornando a rivolgersi a Manuela, - è che Goran userà le sue belle braccia muscolose per frustarti con la sua cinghia borchiata… e che tu dovrai cercare di venire… perché solo quando verrai toglieremo quei vasi. - Si chinò verso la ragazza inginocchiata, accarezzandola. - Non sto scherzando, puttana, - le disse. - Se non vieni, le vespe prima o poi cominceranno a pungerti. Non toglierò il vaso in nessun caso. Quindi impegnati e goditi la cinghia… per il tuo bene.

Goran si scrocchiò le dita, preparandosi, e poi prese in mano la cinghia, posizionandosi dietro Manuela. Cristina guardò Manuela negli occhi. - Allora tesoro, - le sussurrò. - Vuoi la cinghia?

Manuela sapeva che non aveva scelta, che il tempo era poco, che la sua unica speranza era riuscire a soddisfare la sua padrona e venire grazie alle cinghiate. Annuì, gemendo. Cristina tolse la mano dal volto della ragazza, e fece un cenno a Goran. - Cominciamo…

Lo slavo cominciò a colpire. Era giovane e muscoloso, e picchiava molto più forte di Depoulos… Ogni colpo echeggiava nella stanza con un sibilo e uno schiocco sonoro, e strappava alla povera ragazza un lungo gemito, talmente prolungato da essere interrotto dalla frustata successiva. Goran alternava due colpi fra le gambe di Manuela, in modo che la cinghia arrivasse a sferzarle il sesso, una terza di taglio sulle natiche, e una quarta sulla schiena. Manuela subiva cercando di resistere, e aspettava le cinghiate sul sesso per cercare di concentrarsi sul poco piacere che riceveva in mezzo a tutto il dolore… Cristina si era rimessa di fronte a lei e la fissava, godendo della disperazione che vedeva negli occhi della ragazza. - Eccola che arriva… - le diceva, quando Goran stava per frustare Manuela sulla vagina… e subito dopo lo schiocco… - Uh che bello… ti è piaciuto puttana?

Due volte Cristina ebbe l’impressione che Manuela stesse avvicinandosi a venire, e si divertì a scuotere con un dito i vasi appesi ai seni della ragazza, in modo da agitare le vespe e spaventare la sua vittima. Manuela gemeva supplichevole, implorandola di smettere, e sentiva l’orgasmo allontanarsi per lo spavento… e poi ricominciava ad aspettare la cinghia, cercando di provare piacere anche quando la sentiva rigarle le natiche o la schiena, per poi concentrarsi sulla frustata sulla vagina…

- Forza puttana fammi vedere quanto ti piace la cinghia sulla fica… - la esortava Cristina. Manuela respirava affannosamente, aveva i seni che le facevano terribilmente male... la cinghia le stava lasciando piaghe sul sesso, sulle natiche e sulla schiena… ogni colpo era più doloroso… a un tratto si rese conto che aveva solo un’ultima possibilità… strinse gli occhi, cercando di concentrarsi sul piacere… guardò Cristina, supplicandola con lo sguardo di lasciarla venire. La ragazza sorrise, e portò le mani ai vasi. - Vieni troia, - le sussurrò, cominciando a scuotere con forza i vasi. Manuela spalancò gli occhi, cominciò ad ansimare ancora di più, spalancò bene le gambe, aprendo più che poteva il sesso in attesa della cinghia… Cristina continuava ad agitare i vasi… Manuela sentì la cinghia che le colpiva le natiche… poi la schiena… un primo colpo sulla fica… e poi la puntura di una vespa, nel momento stesso in cui arrivava la seconda, violenta cinghiata frustata fra le sue cosce.. e nonostante il dolore lancinante al seno cominciò a tremare e venire, gli occhi incollati a quelli freddi della sua tormentatrice, che la guardava soddisfatta… contenta che Manuela si stesse piegando… che stesse venendo in quel modo… in quelle condizioni… lasciò che Manuela si contorcesse per il dolore e l’orgasmo, tenendola per i capelli, e lasciò che Goran continuasse a frustarla mentre il piacere fluiva nel corpo tormentato della ragazza… il piacere accompagnato dal dolore terribile della puntura al seno gonfio…

Manuela crollò per terra, distrutta dal dolore, singhiozzando violentemente. Cristina fece cenno a Goran di rimuovere i vasi dai seni di Manuela. Mentre l’uomo provvedeva, Cristina si accovacciò accanto alla ragazza sdraiata, prendendole ancora una volta il volto per parlarle guardandola negli occhi. - Si è fatto tardi, puttana, - disse. - Il mio fidanzato mi aspetta per uscire e devo farmi una doccia… Quindi vado. Goran ti slegherà e poi potrai andare a casa. - Appoggiò le chiavi e il cellulare per terra. - Ah… è vero, - aggiunse quindi, - avevamo detto a Goran che ti avrebbe inculato. Dai puttana, gli dai il culo un attimo e poi vai a casa, va bene, cagnetta?

Manuela guardò la sua tormentatrice… e annuì ancora una volta, debolmente. Cristina le strappò il nastro dalla bocca. - Rispondi, dai, - le disse.

- Si… - rispose Manuela, stringendo i denti per il dolore al seno. - Va bene… padrona…


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