Lo Straniero

Scritto da , il 2010-03-29, genere etero

Mi ero trasferita da poco in paese. Non conoscevo quasi nessuno. Quando al mattino giravo per le stradine di campagna mi sentivo sola. La gente parlava e rideva in compagnia, come se si conoscesse da sempre. Io ero la straniera, a cui nessuno rivolgeva la parola. Un giorno assolato mi imbattei in un uomo. Alto, magro e pallido. La sua testa era liscia e bianca, non un filo di capelli. Mi chiese chi ero e da quando mi ero tasferita. Passeggiamo a lungo, noncuranti del caldo. Era bello, dopo tanto tempo, avere qualcuno con cui parlare. Mi sentivo felice e serena. Il caso volle che ci ritrovammo di fronte al mio portone. Lo invitai a salire. Una volta in casa, sprofondammo esausti sul divano, stremati dopo la lunga camminata. Lo osservai meglio. I suoi occhi erano due fessure azzurre, piccoli e tristi. Sembravano percorrere il mio corpo furtivi e impazienti. Parlammo ancora a lungo, come immersi in un dolce torpore. Mi sentivo languida e stanca. Le nostre parole galleggiavano placide nella quiete afosa. Ogni volta che mi faceva una domanda, la mia timidezza prendeva il sopravvento costringendomi a posare gli occhi lontano, per non fissarlo. Ma poi la curiosità aveva la meglio, e il mio sguardo tornava su di lui, sulle sue braccia sottili e chiare come la sabbia. Gli chiedevo qualcosa, per prendere tempo, se anche lui amava vivere vicino al mare, se anche lui era scappato come me dalla città per cercare un po' di pace, e lui fissava il pavimento, il cielo fuori dai vetri, si guardava le mani e rispondeva vago, come se gli mancassero le parole. Ad un tratto era impossibile continuare. I nostri occhi non potevano smettere di fissare l'altro per poi scappare altrove. Non potevamo ignorare che volevano rimanere incantanti su di noi, fino a saziarsi. Ci avvicinammo, senza smettere di parlare. Posai la mia mano curiosa sul suo viso. Era morbido, fresco. I suoi occhi non si staccavano da me, li sentivo puntati sul mio viso mentre i miei seguivano la mia mano che esplorava il suo collo, la sua testa, le sue braccia. Si tolse la maglietta. La mia mano non esitò e percorse con avidità il torace. Sentii le sue dita che si insinuavano lente oltre la stoffa. La mia schiena, le mia braccia nude. Non volevo avvicinarmi alla sua bocca né lui diede segno di farlo. Solo mani che toccavano, ansiose, stupite, senza fretta. Mi sollevò con forza e mi caricò su di sé. Il suo tocco era delicato e esperto, la mia pelle vibrava e pareva velluto. Le bocche si avvicinarono con lentezza, come trasportate da una dolce marea, perse, verso la deriva. I nostri sapori si mischiarono, girotondi lievi e umidi, mentre il silenzio ci cullava complice. Mi aggrappai a lui con foga, sentendo il calore antico che nasceva inesorabile. Le braccia che cercano, rapide e sagge, tolgono, si liberano, si riallacciano ansiose. Di colpo solo noi e i nostri corpi, niente giochi, niente pudori, solo quello che ci serviva. Dolci rumori, di lingue e baci. Il mio ventre sopra il suo, la gioia del suo desiderio, che aspettava con pazienza. Un morbido sogno mi avvolse. Danzammo insieme le melodie del vento. I miei seni si alzarono rigidi e desiderosi sotto la sua saliva calda che impregnava la pelle increspata dei miei boccioli. La sua schiena lunga e dritta era un sentiero su cui tracciare infinti sentieri, raccogliendo le sue gemme di sudore. Le sue gambe mi sorreggevano solide, mentre calcavo sinuosa, la tempesta di piacere che infuriava nel mio ventre scuro. Rotolammo sul tappeto ruvido, veloci come lepri. Rinchiusi il suo desiderio tra le mie anche sottili, le mie mani sulle natiche affaticate mentre il suo corpo rannicchiato mi spingeva in avanti. Giacemmo infine, come soldati feriti su un campo di battaglia, le braccia tese verso il cielo, come a chiedere tregua. Il sole scompariva ignaro all'orizzonte. Quando lo rividi ore dopo, alto e maestoso, che troneggiava sul mio volto stanco, il mio amante era andato. Solo un freddo lenzuolo sul mio corpo, per proteggermi dalla notte che, invidiosa, lo aveva fatto scappare.

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